La guerra in Ucraina mette in crisi l’Euro e l’Unione Europea

I costi delle materie prime alle stelle. L’aumento dei tassi per frenare l’inflazione. E l’Italia sempre più a rischio (secondo i mercati). Il precario equilibrio dell'eurozona rischia di saltare.

Enrico Grazzini

La guerra in Ucraina sta provocando disastri anche sul piano economico. I costi delle materie prime, di energia e alimentari sono schizzati alle stelle in tutto il mondo. Sono aumentati in pochi mesi fino al 600% e le prime vittime della crisi – oltre i paesi più poveri che rischiano la fame di massa – sono l’euro e l’Unione Europea. Da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina i prezzi hanno cominciato a correre, la FED, la banca centrale americana, e poi anche le altre principali banche centrali, hanno aumentato i tassi per frenare l’inflazione, Wall Street, le borse e i mercati finanziari europei sono diventati turbolenti e hanno iniziato a cadere. L’Europa è l’area economica che soffre di più rispetto a USA, Cina e gli altri paesi asiatici avanzati. Il risultato è che l’Italia in particolare – che è tra i paesi europei più indebitati e tra quelli che crescono di meno – è sempre più considerata a rischio da parte dei mercati, e che questi alzano il prezzo per i loro prestiti al governo italiano. Se l’Italia continuerà a rimanere sotto tiro allora rischierà di saltare anche l’equilibrio precario dell’eurozona. Tutto l’edificio pericolante della moneta unica europea potrebbe cadere, e con esso anche il palazzo dorato dell’Unione Europea in cui risiedono 27 molto litigiosi condòmini. Il problema dell’euro però non è contingente: è invece profondamente strutturale e altamente politico.

Il neoliberalismo è il difetto genetico dell’architettura dell’euro. I capitali sono liberi di muoversi istantaneamente come vogliono anche dentro l’eurozona e l’euro e gli stati sono quindi in completa balia dei mercati e della speculazione. Fin dall’inizio la Bundesbank, la banca centrale tedesca, ha voluto che i mercati fossero i veri padroni della moneta europea. Perciò quando ci sono punti di crisi, come oggi in Italia, in Spagna e in Grecia, i capitali fuggono verso i titoli di debito della Germania che rappresentano un porto considerato sicuro (come anche il dollaro). In tal modo mentre i paesi mediterranei pagano il loro debito sempre più caro, in proporzione la Germania paga il suo debito sempre di meno, e lo spread, il differenziale di costo dei debiti, si allarga. Da qui non si scappa: questo meccanismo perverso che spacca i paesi dell’euro può essere modificato solo se la politica europea svolta di 180 gradi, e solo se i governi si accordano per modificare i Trattati costitutivi della UE. C’è la guerra in Europa, la crisi energetica, l’inflazione, la crisi finanziaria globale, la crisi delle catene produttive internazionali. I piccoli passi non bastano più. La BCE promette di fare di tutto per contrastare la speculazione e gli spread, ma molti nella comunità finanziaria sono scettici che le pezze possano resistere a lungo. L’Europa rischia di frantumarsi di fronte alle nuove terribili sfide. Non a caso in questi giorni Draghi e Macron a Parigi, e poi, a Roma, Ursula von der Leyen a Sergio Mattarella hanno discusso proprio come eventualmente arrivare alla revisione dei trattati e finanziare l’uscita dalla crisi. E hanno anche discusso su come tentare di arrivare prima e meglio possibile alla fine della guerra ucraina. Non è però assolutamente detto che i loro sforzi verranno premiati. Il condominio della UE è troppo affollato per mettere tutti d’accordo.

Intanto, come è noto, la Banca Centrale Europea diretta da Christine Lagarde, di fronte all’inflazione che in Europa è arrivata ormai intorno al 7-8%, ha deciso di bloccare il piano di acquisti di titoli pubblici europei e di alzare molto cautamente a partire dalla seconda metà dell’anno i tassi di interesse dallo zero attuale allo 0,25 e poi 0,50. I mercati, ritenendo insufficiente la politica restrittiva di Lagarde, hanno reagito male: immediatamente il rendimento dei titoli italiani con scadenza decennale è arrivato al 4%. Poiché il costo del debito sale in parallelo ai rendimenti dei titoli, la sostenibilità del debito italiano e l’euro sono di nuovo in area di pericolo. Il debito pubblico italiano è arrivato a oltre 2750 miliardi, pari a circa il 148% del PIL previsto per questo anno. Il costo del debito sta salendo mentre le previsioni di crescita del PIL vanno al ribasso. In prospettiva, se i rendimenti non scenderanno, difficilmente l’Italia sarà in grado di rifinanziare il debito sui mercati senza l’aiuto della BCE.

Mario Draghi, l’attuale presidente del Consiglio italiano, solo qualche mese fa affermava che non bisognava preoccuparsi troppo di aumentare il debito pubblico e che i deficit erano (giustamente) necessari per uscire dalla crisi: confidava nella ripresa post-Covid e nel fatto che la BCE avrebbe sempre stampato tutta la moneta necessaria per coprire i debiti europei. Ma il suo ottimismo si è dimostrato illusorio. Eppure conosce benissimo le regole dell’euro e sapeva che in caso di inflazione la BCE ha le mani legate. La BCE, in base al Trattato di Maastricht ha il compito praticamente esclusivo di combattere l’inflazione mentre non deve preoccuparsi della disoccupazione e delle (de)crescita economica. La Bundesbank fin dalla creazione dell’euro ha imposto alla BCE la missione esclusiva di contrastare l’inflazione: sembra che i tedeschi, dopo l’esperienza dell’iper-inflazione di Weimar negli anni 20 del secolo scorso, abbiano un terrore congenito dell’aumento dei prezzi.

In questo contesto, Lagarde, con un aumento inflazionistico schizzato al 7-8% rispetto all’anno precedente, sotto pressione dei tedeschi e degli olandesi, è stata costretta a decidere di effettuare una manovra monetaria restrittiva per mostrare la volontà di riportare la crescita dei prezzi intorno al 2% annuo, come detta lo statuto della BCE. L’aumento prudentissimo del costo del denaro deciso dalla banca centrale ha provocato però la forte reazione dei mercati che credono che l’inflazione rimarrà alta e che quindi chiedono rendimenti e profitti più elevati per concedere i loro crediti ai governi europei. In questo quadro tende ad aumentare il costo dei debiti privati e pubblici e a ridursi il credito bancario. Probabilmente solo la fine della guerra in Ucraina farà cessare questa tendenza. Strozzare il credito e l’economia quando essa sta entrando in recessione per colpa della guerra e degli aumenti dei costi energetici sembra una cosa da idioti e da pazzi. E in effetti lo è! Anche Lagarde lo sa. Tuttavia, nonostante gli ipocriti rimproveri di Francesco Giavazzi e di Federico Fubini sul Corriere della Sera, in questo caso la responsabile della BCE non ha nessuna colpa: infatti Lagarde non può non seguire le regole idiote del Trattato di Maastricht che le impongono di ridurre l’inflazione a tutti i costi e di non finanziare mai gli stati dell’euro anche se sono sottoposti – come accade attualmente all’Italia e agli altri paesi mediterranei – ad attacchi speculativi da parte dei mercati.

Questa è la caratteristica della BCE che la rende differente da tutte le altre banche centrali: a causa di Maastricht la BCE non può intervenire direttamente per salvare uno stato da attacchi speculativi, né tanto meno per finanziare i deficit pubblici, anche se sono deficit giusti e fatti, per esempio, per investire sulla sanità, la riconversione energetica, l’istruzione o la difesa. La BCE può intervenire solo ed esclusivamente per finanziare (e salvare) le banche dell’area euro. Quindi finora la BCE ha potuto salvare gli stati prestando alle banche soldi a tassi di interesse pari a zero o sottozero; le banche poi a loro volte compravano i titoli di stato dei paesi dell’euro e li riciclavano alla BCE per ottenere altri prestiti. Il problema vero è che oggi le banche non hanno più convenienza come prima a comprare i titoli di stato italiani perché attualmente l’inflazione è superiore ai rendimenti. Da qui la crisi del debito pubblico. E da qui anche la crisi delle banche: il valore dei loro titoli di debito comprati in passato è infatti molto diminuito a causa dell’inflazione. Per fare un esempio: un titolo comprato qualche mese fa con un rendimento del 2% all’anno ha perso di valore con l’inflazione attuale al 7%. Per questo in borsa le banche sono precipitate. Il rischio è che possa esplodere il doppio deficit, di stato e banche. Miscela davvero esplosiva.

Finora la BCE attraverso le banche ha potuto “salvare” gli stati finanziariamente più fragili. La BCE ha accumulato in bilancio il 20-25% dei debiti pubblici dell’eurozona. Ma ora, con l’inflazione europea al 7%, c’è il redde rationem, la resa dei conti. Tutto il castello monetario dell’euro è nuovamente a rischio, proprio come accadde nel 2012 quando Draghi dovette pronunciare la famosa frase: “farò qualsiasi cosa per difendere l’euro e, credetemi, sarà sufficiente” per fermare la speculazione e il crollo della moneta europea. Draghi ebbe successo, c’era la deflazione e vinse con il suo bluff, ma oggi con l’inflazione al 7% è difficile che Lagarde possa fare giochi di prestigio. Se aiutasse sfacciatamente l’Italia e i paesi mediterranei in difficoltà, la Corte costituzionale tedesca la accuserebbe di esorbitare dai suoi poteri e di svolgere attività extra legem. Può inventarsi qualche pezza ma occorrerà capire se i mercati si accontenteranno.

Dal momento che la BCE secondo Maastricht non può offrire copertura agli stati indebitati in difficoltà, ecco che allora ricompare sulla scena europea lo spettro della Troika (BCE, UE e Fondo Monetario Internazionale) cioè delle istituzioni europee e internazionali che per conto dei creditori (banche d’affari e alta finanza) bussano alle porte dei debitori per riscuotere i crediti. Ovviamente l’intervento della Troika in Italia provocherebbe problemi politici e di ordine pubblico immensi. È difficile che un qualsiasi governo italiano possa accettare l’intromissione della Troika nel nostro paese, come invece è successo nella piccola Grecia con esiti disastrosi. Tuttavia, nessuno sa più come fare per fronteggiare lo spettro del fallimento europeo. Così, come sonnambuli, tutti procedono un po’ alla cieca. Italiani e francesi sono i più attivi nel cercare soluzioni alla crisi. A Roma il presidente Mattarella è stato chiaro con la presidente della Commissione Europea: dopo l’invasione della Russia di Putin in Ucraina il Next Generation EU non basta più.  Occorrerebbe un nuovo Recovery Plan di centinaia di miliardi per sostenere l’economia europea, e bisognerebbe permettere alla BCE di finanziare i debiti dovuti all’aumento dei prezzi delle materie prime. Occorrerebbe supportare il debito europeo emettendo eurobond. Le spese per la difesa europea e per la riconversione energetica possono essere sostenute con nuovi eurobond. A Parigi Draghi e Macron hanno discusso proposte analoghe.

Il problema è che il governo tricolore tedesco – popolari, verdi, liberali – guidato da Olaf Sholz oppone resistenza. Il potere decisionale sull’intera Europa ce l’hanno, come sempre, soprattutto i tedeschi e i paesi del nord Europa. Ed è qui il punto di rottura. Finora la contraddittoria compagine governativa tedesca ha annunciato di volere seguire più le vecchie regole dell’austerità e del pareggio di bilancio che quelle necessarie per sopravvivere alla crisi.

In effetti le soluzioni sulla carta ci sarebbero: i quattro maggiori Paesi europei, Germania, Francia, Italia e Spagna potrebbero costituire una Cooperazione Rafforzata – come ha già proposto Romano Prodi (e anche il sottoscritto) – e premere con successo per la realizzazione di un fondo fiscale comune e il lancio degli eurobond. Inoltre in Italia e nei singoli Paesi i governi potrebbero contrastare la recessione emettendo dei titoli fiscali gratuiti denominati in euro, del tutto compatibili con il regime dell’eurozona. Un po’ come i bonus per l’edilizia ma su scala molto più ampia (e ovviamente con modalità diverse).

Le soluzioni ci sono ma i politici europei tentennano di fronte a scelte risolutive. Scholz dovrà prendere molto presto una decisione chiara: anche perché questa crisi è globale e i capitali internazionali – in primis quelli anglo-americani – potrebbero ritirarsi improvvisamente dai mercati europei per coprire le perdite nei loro mercati domestici; e potrebbero allora provocare un crollo generalizzato dell’euro, come stava per avvenire già dieci anni fa, con la crisi dei subprime.



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