Guerra in Ucraina: o l’Ue abbandona Maastricht o si disintegra

La minaccia di un conflitto nel cuore dell’Europa pone l’Unione davanti a un bivio. Perché lo scontro riguarda il “grande gioco” tra Usa, Russia e, appunto, Ue.

Enrico Grazzini

Di fronte alla minaccia di una nuova guerra nel cuore dell’Europa, l’Unione Europea è a un bivio: o riuscirà a diventare più unita realizzando nuove e più strette forme di cooperazione o si disintegrerà. L’Europa in Ucraina vive per la prima volta dalla scomparsa dell’URSS la minaccia di un nuovo grande conflitto bellico condotto direttamente da una superpotenza atomica e nulla potrà più essere come prima.

Lo scontro non riguarda solo e non tanto l’Ucraina – come ci vogliono fare credere – ma il “grande gioco” tra Usa, Russia ed Europa.

Da una parte la Nato, seguendo le aggressive strategie americane, punta a espandersi a est direttamente sulle frontiere russe, e dall’altra parte la Russia di Vladimir Putin pretende, in nome della sua sicurezza, di allargare la sua sfera di influenza e di neutralizzare i Paesi confinanti, cioè quelli dell’ex Patto di Varsavia.

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La Russia ultranazionalistica di Putin vuole affermare la sua autorità a livello europeo e globale confrontandosi frontalmente con l’aggressività della superpotenza americana. L’Europa, in questo scontro, rischia di rimanere schiacciata e di essere costretta a subire passivamente le decisioni e le forze altrui. Il rischio concreto per l’Unione Europea è che se non riuscirà a prendere iniziative strategiche e di sicurezza sufficientemente rapide, forti e coese si frantumerà sotto la formidabile pressione degli avvenimenti.

Posta di fronte allo scontro tra Russia e Usa in Ucraina, l’UE deve decidere rapidamente che cosa vuole fare da grande (e anche se vuole davvero, e se può, diventare grande). Dovrà decidere se costruire una forza militare autonoma di difesa sotto l’ombrello atomico francese o se invece restare (quasi) esclusivamente sotto l’ombrello americano, seguendo però così necessariamente e in tutti i campi la politica estera americana. Dovrà decidere se seguire l’America di Biden non solo nello scontro con la Russia, rischiando una nuova guerra in casa sua, ma anche in quello economico e commerciale contro la Cina.

Il problema è che il “Regno di Mezzo” è un prezioso partner della UE e potrebbe diventare un formidabile fattore di sviluppo per l’economia europea. Il dilemma è fondamentale soprattutto per la Germania, il Paese leader in Europa, che esporta più in Cina che negli Usa. Basti dire che la Volkswagen vende il 40 percento delle sue automobili in Cina.

Ma la questione cinese riguarda tutti i Paesi europei: per tutti loro il mercato asiatico è senz’altro il più promettente a livello globale.

Lo scontro geopolitico è quindi a 360 gradi e l’Europa dovrà decidere in fretta il suo posizionamento tra le superpotenze se vorrà giocare un ruolo autonomo in questo scenario di scontri multipli.

Il presidente francese Macron traina attualmente la “politica di autosufficienza” dell’Europa, apparentemente assecondato dal premier italiano Mario Draghi. Non a caso Macron ha affermato in una recente intervista all’Economist che “stiamo vivendo la morte cerebrale della NATO”, e Angela Merkel, di fronte all’ultranazionalismo arrogante di Trump, aveva già dichiarato che “l‘Europa deve cominciare a pensare di forgiare da sola il suo destino”. Si tratta ora di capire che cosa farà il nuovo governo tedesco di Olaf Scholz di fronte al rischio di vedersi tagliate le forniture di gas da parte della Russia di Vladimir Putin.

Anche il governo Draghi è consapevole che uno scontro in Ucraina e un “non accordo” sulla sicurezza europea potrebbe mettere in ginocchio l’economia italiana. I governi di Francia, Germania e Italia dovranno decidere se in prospettiva accettare nella NATO i paesi dell’ex Patto di Varsavia, e proseguire così l’accerchiamento della Russia sul fronte occidentale rischiando un confronto diretto con il gigante militare, o se invece concordare con Putin un nuovo patto difensivo che possa garantire la sicurezza di entrambe le parti – cosa ovviamente tutt’altro che facile – e i rifornimenti energetici essenziali per rifornire le industrie europee.

È chiaro che in linea teorica i governi europei preferiscono puntare a una soluzione diplomatica con la Russia, ma occorrerà capire che cosa concretamente possono e vogliono offrire, e se Putin è interessato a dei compromessi. E sono anche consapevoli che le eventuali ritorsioni economiche che potrebbero avviare nei confronti della Russia in caso di conflitto probabilmente avranno un peso e un effetto minore dei danni economici che invece la Russia potrebbe produrre all’Europa.

Rimanere senza gas e petrolio, o comunque avere dei prezzi triplicati o quadruplicati, potrebbe mettere in ginocchio la competitività dell’industria europea e il benessere delle famiglie. Sembra insomma che in questa fase la Russia abbia il coltello dalla parte del manico.

In questo quadro di estrema turbolenza i governi europei dovranno prendere delle decisioni che porteranno a una svolta della Ue, in un senso o nell’altro.

Finora la Ue è stata un successo nel campo dell’apertura e dell’unificazione del mercato continentale ma ha fatto fiasco sul piano monetario – nel senso che l’architettura e le politiche dell’euro hanno messo in crisi e frenato l’economia dell’Eurozona, in particolare quella dei Paesi periferici – ed è stato un completo fallimento sul piano politico e istituzionale.

Ora però si apre necessariamente una fase di grande discontinuità. I governi europei dovranno decidere se attuare finalmente una politica energetica comune e se continuare o meno le politiche solidali ed espansive decise per uscire dalla crisi del Covid nonostante la crescita dell’inflazione. L’energia è il primo banco di prova dell’Europa: i governi dovranno decidere se attuare una politica industriale comune, trattare insieme gli acquisti e gli approvvigionamenti, attuare una comune politiche di scorte e di ricerca sulle tecnologie energetiche alternative e limitare anche la concorrenza tra le industrie europee, come per esempio tra la francese Total e l’italiana Eni.

Finora in questo campo strategico l’Europa ha clamorosamente fallito. La Francia ha puntato sul nucleare, la Germania invece lo sta chiudendo e, pur avendo il carbone, ha puntato a trattative separate e privilegiate con i russi sul gas, fino a costruire insieme a loro in gasdotto NorthStream2. L’Italia, senza carbone e senza nucleare, è il Paese che rischia di più: le industrie italiane dovrebbero affrontare 37 miliardi di euro di costi energetici nel 2022, rispetto agli 8 miliardi di euro del 2019. Il prezzo del gas è aumentato del 500% rispetto al 2019 e L’Autorità italiana di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, Arera, all’inizio di quest’anno ha aumentato i prezzi dell’elettricità del 55% e quelli del gas del 42%.

L’industria nazionale rischia di essere tagliata fuori dalla competizione e la ripresa post-Covid iniziata qualche mese fa dell’economia rischia di rallentare bruscamente a causa dell’aumento delle bollette. Il governo a luglio ha stanziato circa 10 miliardi per alleviare i costi dell’energia e a metà febbraio ha deciso di stanziarne altri 8 per le famiglie, l’industria e gli enti pubblici. Per ora Draghi non prevede aumenti del debito pubblico causati dai nuovi sussidi per l’energia ma è ovvio che prima o poi i costi dell’energia potrebbero causare una crescita del debito di Stato o comunque una sua minora discesa. Non a caso Draghi ha chiesto che le eventuali sanzioni dell’Europa contro la Russia non colpiscano il settore energetico.

Gli interessi dei Paesi europei sono diversi e se la UE non adotterà nuove regole di cooperazione allora in tempi più o meno lunghi potrebbe disintegrarsi. Quali saranno le possibili direzioni che concretamente prenderà è troppo presto per dirlo. È probabile che si manifesteranno ancora di più le divergenze strategiche tra i Paesi dell’area euro e quelli del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) per i quali la Ue è solo un mercato unico e invece gli Usa rappresentano un efficace scudo militare di fronte al gigante russo. All’interno dell’eurozona invece è possibile che Germania e Francia, con il seguito di Italia e Spagna, cercheranno di costruire una Europa più integrata e politica, o come dice Macron con un termine ambiguo e ancora privo di reali contenuti, una Europa più “sovrana”.

È chiaro, comunque, che di fronte alla crisi energetica e militare non solo le stupide regole del Fiscal Compact – sospese fino a gennaio 2023 a causa del Covid – ma anche quelle di Maastricht (massimo 60% di rapporto debito pubblico/PIL e massimo 3% di deficit su PIL) non hanno più alcuna base reale e vanno buttate alle ortiche.

Politici ed economisti dovranno rivedere tutte le regole europee. Nella situazione di attuale conflitto geopolitico sarebbe folle che la Ue lasciasse che un Paese come l’Italia, con il 150% del debito su PIL, possa non avere più accesso ai mercati, e che la Francia, con il 130% di debito su Pil, possa trovarsi in difficoltà a servire il debito. Il confronto con la Russia richiede infatti forza, unità e lungimiranza. L’Europa sarebbe completamente in balia di forze straniere se, dopo la Brexit, perdesse altri pezzi. Paradossalmente la questione Ucraina potrebbe incoraggiare l’Unione Europea a diventare più lungimirante, altrimenti potrebbe spaccarsi.

Se la Ue vuole fare uscire l’economia europea dalla crisi, allora le politiche monetarie e fiscali post-Covid dovranno continuare a procedere nel senso dell’espansione, senza curarsi troppo dell’aumento dell’inflazione che certamente in una situazione di conflitto correrà ancora per parecchio tempo sopra il 2%. L’inflazione in Europa oggi raggiunge il 5%: ma la causa della crescita dei prezzi non è purtroppo nell’aumento del potere di acquisto dei cittadini e neppure nelle “spese pazze” per il welfare delle amministrazioni pubbliche. Questa inflazione è invece causata essenzialmente dall’aumento dei prezzi dell’energia e non dalla crescita della domanda. Di fronte a questa “inflazione da costo” sarebbe suicida che la Banca centrale europea aumentasse i tassi di interesse: se la Bce alzasse il prezzo del denaro strozzerebbe l’economia e provocherebbe ulteriore disoccupazione e fallimenti a catena senza nemmeno abbattere l’inflazione. La Bce spaccherebbe l’Euro se non continuasse a stampare moneta per coprire i deficit degli Stati, andando di fatto contro le regole di Maastricht.

Le politiche fiscali dovranno continuare a essere espansive per permettere agli stati di investire nell’energia, nella sicurezza e nel Green New Deal contro i cambiamenti climatici. È ora che i governi prendano atto del fallimento di Maastricht: in questa fase è possibile che Francia e Germania finalmente si decidano a mettere i governi europei intorno a un tavolo per costruire nuove regole, possibilmente meno stupide e costrittive di quelle attuali.

Di fronte a una nuova possibile tragedia europea, almeno una nota positiva c’è: in una situazione di crisi energetica e di emergenza nel campo della sicurezza, le politiche di austerità dovranno obbligatoriamente essere abbandonate. I governi europei saranno finalmente costretti a riflettere sul possibile cambiamento delle “stupide regole” di Maastricht e a trovare nuove forme di cooperazione. Altrimenti l’Ue e l’Eurozona sono destinate a spaccarsi.



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