La guerra di Putin e le contraddizioni di Podemos

Questo articolo è stato pubblicato venerdì 22 aprile sul quotidiano spagnolo El Pais e sul quotidiano polacco Gazeta Wyborcza.

Paolo Flores d'Arcais

“Pace subito!”. Questo è il tema di un un incontro internazionale che si svolge oggi a Madrid. Importante per due motivi. Perché promosso da “Podemos”, la componente di sinistra dell’attuale governo spagnolo, e perché a firmare l’appello di convocazione sono alcune personalità di grande rilievo e notorietà, dall’ex leader del “Labour” Jeremy Corbyn all’ex ministro greco delle finanze Yanis Varoufakis, all’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa. E soprattutto Noam Chomsky, il punto di riferimento di tutti i movimenti di società civile della sinistra americana e spesso mondiale. Non a caso gli organizzatori hanno messo il suo nome come primo dei firmatari.

Il manifesto è importante per quello che dice, ma anche per quello che tace, e per alcune contraddizioni logiche che lo caratterizzano. Andiamo con ordine.

L’appello parla chiaramente di “invasión rusa de Ucrania”. Dunque c’è un aggressore, la Russia di Putin (che non è tutta la Russia) e un aggredito, il popolo ucraino, l’aggressore è un paese autocratico dominato da un dittatore e l’aggredito una repubblica con un presidente democraticamente eletto (col 73% dei voti). Nessun equivoco: responsabile di questa guerra dagli effetti “devastadores: muerte, destrucción y millones de personas obligadas a huir de sus hogares”, è il regime di Putin.

Si nasconde però, a questo punto, un colpevole silenzio. L’esercito di Putin non solo vuole schiacciare l’indipendenza di una nazione sovrana, ma sta perseguendo tale obiettivo attraverso sempre più numerosi e abominevoli crimini di guerra, il cui simbolo è la strage di civili di Bucha, ma il cui moltiplicarsi sistematico obbliga a riconoscere che si tratta, per Putin, di una strategia: fare un deserto e chiamarlo pace.

E un secondo silenzio. L’invasione della Russia di Putin è una invasione imperialista, esplicitamente. Nei suoi discorsi del 21 e 24 febbraio Putin ha dichiarato solennemente che ovunque si parli russo, lì è Russia, e alla madre Russia quei paesi di falsa indipendenza (inventata da Lenin!) devono tornare. Cioè essere annessi. Lo ha già fatto con la Crimea nel 2014, intende farlo ovunque non gli sarà impedito. Putin andrebbe preso sul serio, alle parole fa seguire i fatti.

L’appello di “Podemos” chiede che tra Russia e Ucraina si apra un “diálogo sobre esta base: las tropas rusas invasoras deben retirarse de Ucrania y Ucrania se convierte en un país neutral”. Sulla neutralità Zelensky ha già detto che decideranno i cittadini. Ma è evidente che, come riconosce l’appello di “Podemos” e Chomsky, “una paz plena y duradera” implica il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Tutte l’Ucraina. Qui da parte di “Podemos” non vi sono silenzi.

Vi è però una contraddizione logica colossale. I cittadini ucraini stanno resistendo all’invasione della Russia di Putin con un coraggio – fino all’eroismo – che ha lasciato esterrefatti e dovrebbe lasciare ammirati (non dimentichiamoci che gli Usa e poi Israele avevano offerto a Zelensky un aereo per fuggire, erano convinti che la resa ucraina fosse questione di giorni o di ore). Ma la sproporzione delle forze è ciclopica, 5 o 10 volte a 1. Dunque, se si vuole per domani una pace “piena e duratura”, a partire dal “ritiro delle truppe russe”, bisogna oggi, anzi subito, anzi ieri, fornire alla resistenza ucraina tutte le armi necessarie per fermare l’invasione, il martirio di Mariupol, l’offensiva russa nel Donbass ormai in pieno svolgimento. E lanciare la controffensiva.

Quello che “Podemos” e i firmatari dell’appello NON vogliono fare.

Scrivono infatti che “la escalada solo conducirá a más derramamiento de sangre, desplazamientos y daños económicos infligidos a personas inocentes”, e considerano “escalada” esattamente la fornitura di armi alla resistenza ucraina.

Ragioniamo, però. Ragionate, compagni di “Podemos”. Se a un aggredito, che dispone di forze 5 o 10 volte inferiori all’aggressore, non si danno i mezzi per diminuire questo squilibrio di forze, si sta favorendo l’aggressore. Aiutando Putin. Perché ho imparato fin da bambino, andando al catechismo, che si pecca “per opere e per omissioni”, e la colpa per omissione non è meno grave della prima.

Parlare di pace/ritiro delle forze russe diventa un mero flatus vocis, se alle parole non fanno seguito le azioni per realizzarle, cioè, nel caso dell’aggressione imperialista di Putin, tutte le armi alla resistenza ucraina perché il suo popolo non sia, in poco tempo (settimane, giorni?), massacrato e schiavo, malgrado ogni eroismo. Per le destre non far corrispondere i fatti alle parole è normale. Per le sinistre è l’harakiri. Una sinistra senza coerenza tra l’azione e le parole non è più già una sinistra, ma una forza di “politicanti” troppo simile alle altre, contro le cui degenerazioni e ipocrisie era nata.

Se la sinistra non saprà essere coerente con i valori di giustizia-e-libertà, e dunque non si batterà per fornire alla resistenza ucraina tutte le armi necessarie, i cittadini ucraini ricorderanno Boris Johnson come il loro eroe, se i russi saranno cacciati, e la sinistra come complice di Putin, se saranno schiacciati dal nuovo zar. In ogni caso avremo, avrete, perso ogni credibilità.



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Paolo Flores d'Arcais

Per fermare le destre l’accordo tra Letta e Conte per l'uninominale è più che mai necessario dopo il voltafaccia di Calenda.

Proviamo a impedire fino all’ultimo istante che lo scellerato egoismo dei dirigenti delle non destre propizi un catastrofico naufragio elettorale.

Alle prossime elezioni saremo chiamati a votare non per una forza politica, ma “per la Costituzione”.

Altri articoli di La linea generale

Per fermare le destre l’accordo tra Letta e Conte per l'uninominale è più che mai necessario dopo il voltafaccia di Calenda.

Proviamo a impedire fino all’ultimo istante che lo scellerato egoismo dei dirigenti delle non destre propizi un catastrofico naufragio elettorale.

Alle prossime elezioni saremo chiamati a votare non per una forza politica, ma “per la Costituzione”.