Crisi Ucraina? Un attacco all’Europa

L’Unione Europea è stretta nella tenaglia di due potenze contrapposte che si fronteggiano dal fallimento del progetto “Russia terza gamba dell’Occidente”.

Michele Martelli

La crisi ucraina, come qualcuno ha già osservato, è in realtà un attacco all’Europa, o meglio all’Ue, stretta nella tenaglia di due potenze contrapposte che si fronteggiano per lo meno dal 2003-2007, ossia dal fallimento del progetto di Putin, già prima di Eltsin, di entrare nella Nato, facendo della Russia «la terza gamba dell’Occidente» (Lucio Caracciolo su MicroMega). Progetto comprensibile, in verità, perché sotto l’aspetto storico, politico, economico, religioso, culturale la Russia si sente ed è a tutti gli effetti un paese occidentale, europeo, non orientale, asiatico. Il rifiuto euroatlantico è stato per Putin la riprova manifesta del carattere aggressivo e antirusso della Nato. Ma se con tre gambe non si cammina, non lo si fa nemmeno con una, essendo la Nato un avatar degli Stati Uniti, e gli alleati europei, per il loro peso decisionale, poco più che comparse.

D’altronde, se la Nato a comando Usa non fosse soprattutto un’organizzazione militare antirussa, perché dal crollo dell’Urss in poi, ignorando la promessa da marinaio fatta all’ingenuo Gorbaciov, si è espansa in tutti i paesi est-europei ex-sovietici, esclusa l’Ucraina, costruendo basi militari, missilistiche e nucleari in ogni dove, e assoggettando quei paesi all’egemonia imperiale statunitense? Sarebbe possibile l’inverso? Chi si ricorda la crisi missilistica di Cuba, nel 1961, che portò il mondo sull’orlo della guerra atomica? O l’aggressione Usa-Nato alla Jugoslavia, nel 1999, con gli spietati bombardamenti sulla città di Belgrado, con l’intento, riuscito, di disgregarla? No, l’Ucraina non può entrare nella Nato, con i missili nucleari puntati sotto il naso delle cricche oligarchiche della nuova Russia, definitivamente convertitasi all’economia capitalistica di mercato: questa l’ovvia irrinunciabile finalità della prova di forza militare ostentata da Putin.

Le avvisaglie di un nuovo conflitto bellico europeo generalizzato, di cui la crisi ucraina è la manifestazione, ci riporta al terrificante incubo delle due catastrofiche guerre novecentesche. Chi oggi solo appena giustifica la possibilità di una terza guerra in Europa, dato l’immane potenziale distruttivo delle armi nucleari, è un pazzo criminale. Una guerra nucleare, si sa, non avrebbe né vincitori né vinti. Biden e Putin, con le loro irresponsabili ostentazioni di forza, giocano col fuoco. Auguriamoci che la messa in scena della loro forza militare sia fittizia, come nel wrestling, o in un finto scontro di arti marziali. Certo, la posta in gioco, come vedremo, è economica. Né va trascurato che, allo stato attuale, a dispetto dell’orgia delle fake news massmediatiche antirusse, all’offensiva sono gli Usa, con la Nato al guinzaglio, mentre la Russia autocratica putiniana, anche se non ha mai dismesso la sua vocazione imperiale, si trova sulla difensiva, di fatto accerchiata, e a rischio di disgregazione, come l’ex-Jugoslavia (la Federazione russa è composta di ben 22 Stati).

Quali sono sinora le vittime della paventata guerra Usa-Russia? Da un lato, la stessa improvvida Ucraina: sia perché impegnata già dal 2014-15 in una guerra civile «a bassa intensità», ma sanguinosa e senza facili vie d’uscita, con le due Repubbliche separatiste filorusse del Donbass, che hanno già chiesto alla Duma di Mosca l’ammissione nella Federazione russa; sia perché profondamente devastata dall’ingordigia di oligarchi straricchi e corrotti, che, nel panico della presunta guerra imminente, stanno già trasportando all’estero i loro capitali. Dall’altro lato, e soprattutto, l’impotente Ue, che, schiacciata nella morsa mortale dei due muscolosi per ora finti belligeranti, non sa come venirne fuori. E così, seguendo la via della diplomazia, ogni singolo governante europeo, compresi Draghi e Di Maio, si reca in umile pellegrinaggio, reale o virtuale, da Biden e da Putin, assicurando al primo la propria sudditanza atlantica, e implorando dal secondo qualche condizione privilegiata per i propri rifornimenti energetici e scambi commerciali.

Eh sì, perché infine gli attuali sbandierati «venti di guerra» da che cosa sono mossi se non da conflitti intercapitalistici, in cui i più deboli, i paesi dell’Ue, subiscono i ricatti dei più forti? Mosca, da un lato, per piegare l’Ue, stringe i rubinetti del gas di Gazprom, il colosso energetico pubblico-privato russo, minacciando di strangolare le imprese europee; dall’altro, per disarticolarla, instaura rapporti bilaterali con ogni singolo paese. Washington all’opposto usa con preannunci sgangherati di date puntualmente smentite lo spauracchio dell’invasione russa all’Ucraina sia per ricompattare l’Ue sotto la propria egemonia, sia per indurla a comprare il gas dalle proprie gigantesche multinazionali private, dall’Exxon Mobil alla ConocoPhilips all’Occidental Petroleum, i cui fatturati sono da capogiro. E nulla gli importa che per ragioni geografiche per l’Ue, e in particolare per l’Italia, il cui approvvigionamento energetico per uso abitativo, commerciale e industriale da decenni dipende per circa il 50% da Gazprom, il prezzo del gas americano, estratto predatoriamente, in perfetto stile neocoloniale, anche in paesi del Terzo Mondo (Angola, Nigeria, Kazakistan, Medio Oriente ecc.), è notevolmente più elevato di quello russo, estratto dalla Siberia, sede dei più grandi giacimenti di gas naturale al mondo. Ѐ la legge del massimo profitto, bellezza!

Usa e Russia? Per noi, come Scilla e Cariddi.



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