La strada per rifondare l’Unione europea (alla luce della guerra in Ucraina)

L'Europa è sotto attacco e occorre una svolta decisa perché i governi possano cercare di risolvere il conflitto in Ucraina, l'emergenza di milioni di profughi e la crisi energetica. Come? Attraverso una cooperazione rafforzata tra Germania, Francia, Italia, Spagna.

Enrico Grazzini

La guerra in Ucraina cambia tutto in Europa e nel mondo. Dopo l’invasione russa i popoli europei si sono improvvisamente scoperti impotenti, indifesi e minacciati di fronte all’imperialismo di Vladimir Putin. Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale tutta l’Europa è precipitata in una minacciosa situazione di paura esistenziale, di incertezza e di smarrimento. C’è una sola certezza: nulla sarà più come prima. Se i governi europei e l’Unione Europea vorranno difendersi e contare ancora nella geopolitica internazionale dovranno svoltare radicalmente: i piccoli e cauti passi verso l’integrazione dei Paesi continentali non servono più. Innanzitutto, c’è il problema di porre fine alla guerra e ai massacri in Ucraina e di predisporre una difesa europea. È chiaro che il conflitto potrebbe estendersi dall’Ucraina a tutto il continente e oltre. Ma questa guerra non richiede solo una forte difesa comune: segna per l’Europa un totale punto di svolta perché cambia il mondo completamente. La globalizzazione è (quasi) finita e il pianeta si sta dividendo in blocchi sempre più contrapposti; alla libertà completa del commercio globale si sta sostituendo l’intervento diretto e massiccio degli stati in un contesto bellicoso di quasi economia di guerra. L’Europa è sotto attacco e occorre una svolta decisa perché i governi europei possano cercare di risolvere il conflitto in Ucraina, l’emergenza tragica di milioni di profughi e la gravissima crisi energetica. I principali governi europei di Italia, Germania, Francia e Spagna sono chiamati a concordare urgentemente le iniziative necessarie per cercare di affrontare con una qualche probabilità di successo le drammatiche necessità poste dalla guerra e della crisi economica.

Gli incontri, bilaterali e non, sono però del tutto insufficienti: oltre ai vincoli comuni di appartenenza alla UE, diventa indispensabile che i quattro maggiori Paesi europei inizino a consolidare una cooperazione politica costante, stretta, organica e anche istituzionalizzata tra di loro. Solo così l’Europa potrà difendersi e progredire: con una Cooperazione rafforzata tra i quattro maggiori Paesi europei. Di fronte alla guerra e alle minacce di Vladimir Putin la UE può infatti unirsi o invece spaccarsi. Le divisioni tra Paesi sovranisti e Paesi “europeisti”, tra chi si affida esclusivamente all’America di Joe Biden e chi invece vorrebbe realizzare politiche autonome, può portare alla rapida frantumazione dell’Unione Europea. Allora i popoli dell’Europa conoscerebbero nuove devastanti crisi. La UE è di fronte a un bivio: per sopravvivere dovrà cambiare non solo velocità ma direzione di marcia di 180 gradi. I debiti crescono, la disoccupazione aumenta e molte imprese sono a rischio fallimento. Le economie europee, di fronte alla crisi energetica e inflazionistica, potrebbero entrare ancora una volta in recessione. In questa situazione le strategie fiscali restrittive caratteristiche della UE del Fiscal Compact affonderebbero l’economia europea. Sul piano strategico, l’Europa deve contrastare da subito l’imperialismo russo e allo stesso tempo evitare di farsi schiacciare dal peso degli interessi statunitensi, che sono certamente diversi da quelli europei non solo in Ucraina ma anche nel resto dell’Europa e nello scenario asiatico, nei confronti della Cina.

Finora i Paesi europei, sotto la direzione della Nato a guida americana, si sono mostrati uniti nell’affrontare l’invasione dell’Ucraina. Ma se si vuole contrastare efficacemente l’aggressione russa e svincolarsi contemporaneamente dalle manovre avventuriste dei politici americani – che sembra vogliano proseguire la guerra a oltranza fino a una impossibile vittoria campale sulla Russia di Putin e operare un “cambio di regime” -, gli europei devono ricominciare a affrontare le questioni di fondo. La Comunità Europea è nata per assicurare pace, sviluppo e benessere. Però la UE è diventata solo un grande e aperto mercato, una unione doganale senza direzione politica e senza strategie. Un accrocchio disordinato e disomogeneo di 27 paesi con interessi profondamente diversi al cui interno 19 paesi condividono una moneta unica perennemente in crisi, subordinata come è agli interessi e alle turbolenze dei mercati finanziari. Ma ora la situazione può radicalmente cambiare.

Nessuno, neanche la grande Germania, può illudersi di cavarsela da solo. Per affrontare le sfide con qualche probabilità di successo i principali governi europei dovrebbero unirsi: se si affermasse la linea francese di Emmanuel Macron di autonomia strategica dell’Europa e se la Germania non si affidasse, come ha sempre fatto nel dopoguerra, solo all’America per quanto riguarda la sua difesa e la politica estera, anche la UE potrebbe finalmente cominciare a realizzare una politica autonoma dagli interessi statunitensi. Realizzare una svolta per una Europa sovrana, forte e democratica può sembrare improbabile e velleitario ma oggi le condizioni attuali impongono ai governi di tentare finalmente delle forti innovazioni politiche.

In Italia Enrico Letta, il capo del Partito Democratico, ha recentemente proposto 1) il rinvio del Fiscal Compact a data da destinarsi; 2) il cambiamento dei Trattati Europei; 3) sette iniziative per la UE (politica estera, difesa, politiche sociali e dell’immigrazione, ecc.) in vista 4) di una Confederazione Europea; e 5) il voto a maggioranza e non all’unanimità (quest’ultima proposta mi sembra avventata, sbagliata e non democratica: per esempio, se la maggioranza dei Paesi UE decidesse di fare la guerra alla Russia o alla Libia, allora gli italiani sarebbero costretti ad ubbidire?).

Qualcosa finalmente si muove nelle chiuse stanze dove si decidono le politiche europee.

Bisogna prendere atto che la vecchia Europa ha fallito non solo perché sul piano della sicurezza non è in grado di reggere i conflitti sempre più gravi del mondo multipolare ma anche perché finora ha approfondito le divisioni economiche e politiche tra le nazioni e le diseguaglianze sociali dentro le nazioni europee. L’Europa del passato e quella attuale è fondata sul dogma della completa libertà dei movimenti di capitale, della deregolamentazione della finanza, dei rigidi e stupidi vincoli fiscali, del pareggio di bilancio pubblico, delle restrizioni alle politiche pubbliche. Finora l’europeismo in formato UE ha deluso i popoli, o addirittura li ha impoveriti – vedi il caso della Grecia e dei Paesi mediterranei -. La protesta verso le politiche UE è stata raccolta in molti casi più dalla destra sciovinista e fascistoide che dalla sinistra democratica. I casi di Marine le Pen, di Orban e di Salvini e di Meloni non sono accidenti della storia.

Oggi la situazione è radicalmente mutata. I problemi sono comuni e drammatici. La crisi energetica, economica e della difesa colpisce tutti i Paesi, anche se non in misura uguale. Anche l’economia della potente e prepotente Germania è in crisi. L’auspicio è che i Paesi europei, a partire dalla Germania di Olaf Scholz, sappiano capire che non conviene più a nessuno imporre politiche di subordinazione e di austerità agli altri partner europei.  È il momento di dare finalmente una strategia alla UE, di ridiscuterne le politiche e di rimetterla su nuovi binari. Altrimenti la già fragile costruzione europea potrebbe saltare di fronte ai gravissimi conflitti geopolitici, presenti e futuri.

Per rifondare la UE occorrerebbe prima di ogni altra cosa definire con lungimiranza e visione gli obiettivi strategici e poi i mezzi e i percorsi per ottenerli. Bisogna innanzitutto prendere atto realisticamente che gli interessi e le culture politiche dei 27 Paesi che compongono l’Unione sono troppo divergenti per affrontare le sfide complesse poste dal confronto con la Russia e con le due superpotenze USA e Cina. Occorre cominciare a concepire una Cooperazione Rafforzata tra Germania, Francia, Italia e Spagna aperta agli altri Paesi dell’eurozona che vogliono aderire a politiche di più stretta cooperazione. La Cooperazione Rafforzata tra i paesi che vogliono condividere attivamente le loro iniziative strategiche è prevista dai Trattati Europei, in particolare per quanto riguarda le materie che non sono di precipua competenza UE, cioè per esempio la politica internazionale, la difesa, l’energia e le politiche ambientali, la ricerca scientifica e tecnologica, le politiche del lavoro. I Paesi europei della Cooperazione Rafforzata potrebbero per esempio creare fin da subito delle Agenzie intergovernative specializzate per gestire in maniera comune la politica energetica e di difesa, la politica sanitaria, le politiche sociali, in stretto coordinamento con la Commissione Europea e la BCE. Solo una cooperazione sempre più stretta e organica, e quindi anche istituzionalizzata, tra le quattro grandi nazioni europee e gli altri Paesi dell’euro (magari neppure tutti) può produrre un radicale salto di qualità al progetto europeo.

I quattro maggiori stati europei dovrebbero proporre e imporre degli accordi per cambiare i trattati costitutivi della UE a partire da Maastricht e dal Fiscal Compact che, nella sua forma attuale, andrebbe cancellato. In prospettiva la Cooperazione Rafforzata dei Paesi Europei (CRPE) potrebbe realizzare un Fondo Fiscale permanente e comune in grado di emettere Eurobond garantiti dalla Banca Centrale Europea. Grazie all’emissione di Eurobond, l’euro potrebbe tra l’altro competere alla pari con il dollaro (la cui preminenza si fonda sui Titoli del Tesoro americani). Il Fondo Fiscale permanente potrebbe essere finanziato non da nuove tasse sui cittadini ma dai proventi derivati dalla tassazione delle grandi corporation multinazionali, dai profitti finanziari (Tobin tax su tutte le transazioni speculative), dalle tasse sui grandi patrimoni e sull’inquinamento (carbon tax e tassa sulle emissioni inquinanti). I paradisi fiscali interni all’Eurozona dovrebbero essere aboliti e la tassazione per le corporation dovrà essere sostanzialmente omogenea. La nuova Europa potrebbe finanziarsi incrementando le tasse sui monopoli, sulle industrie e sui consumi inquinanti, sulle transazioni finanziarie di breve periodo – cioè quelle che arricchiscono gli oligopoli finanziari senza produrre nulla di utile e di buono per le comunità – e sulle plusvalenze finanziarie. Solo una quota minima, simbolica, di nuove tasse verrebbe pagata dai cittadini dei Paesi aderenti. Il fondo comune europeo così costituito investirà nelle infrastrutture e nelle iniziative strategiche dell’Europa e potrà emettere obbligazioni Eurobond che dovrebbero essere integralmente garantite dalla BCE. Se qualche governo, per esempio quello del Lussemburgo, o dell’Irlanda, o di Malta, di Cipro o dell’Olanda – volesse mantenere il suo status di paradiso fiscale e non volesse fare parte della Nuova Europa dovrebbe essere libero di uscire ed essere sciolto dai vincoli dell’eurozona. La CRPE potrebbe così avviare una politica economica e industriale centrata sugli investimenti pubblici per la piena occupazione, sull’autonomia energetica e la sostenibilità ambientale, e, possibilmente, sulla fissazione di standard comuni per reddito e salari minimi garantiti ai cittadini europei. In questa prospettiva di riforma degli assetti europei, la BCE non avrà come obiettivo solo la stabilità della moneta e dei prezzi, come è attualmente, ma anche quelli dello sviluppo sostenibile e della piena occupazione. La nuova BCE dovrà collaborare con il Parlamento Europeo e la Commissione e dovrà inoltre garantire i debiti dei singoli stati laddove questi siano attaccati dalla speculazione e i mercati applichino, a giudizio congiunto della BCE stessa e della Commissione Europea, prezzi lontani dai fondamentali. La prospettiva strategica dovrebbe essere di costruire una Confederazione efficace e stretta tra stati indipendenti, abbandonando l’idea velleitaria e autoritaria degli Stati Uniti d’Europa, cioè di uno stato federale centrale che si impone su 27 differenti Paesi.

Per cominciare a concepire e poi realizzare un progetto di questa portata occorrerebbero soprattutto una decisa volontà politica e una classe dirigente europea all’altezza della situazione. Questa è purtroppo la condizione attualmente più difficile da realizzarsi. Di fronte alla minaccia russa e alla prepotenza dell’alleato americano occorre comunque cominciare a percorrere strade radicalmente diverse da quelle passate.

Innanzitutto, bisogna ovviamente pensare all’emergenza. La guerra in Ucraina deve finire al più presto con un compromesso che possa porre fine alle tragedie della popolazione ucraina. L’Ucraina dovrà essere ricostruita anche grazie al contributo sostanziale e decisivo della UE. La guerra ha però messo a rischio la ripresa economica post-Covid anche nella stessa UE e le difficoltà per famiglie e imprese sono destinate ad aumentare. Considerando che stiamo entrando in un regime di quasi economia di guerra alcune misure dovrebbero essere prese d’urgenza: 1) la BCE dovrebbe modificare il suo target inflazionistico del 2%, che ormai è irrealistico e insufficiente; e di fronte alla crescita dei prezzi non dovrebbe attuare manovre restrittive perché l’inflazione attuale è da costo e non da domanda, e quindi nuove strette monetarie strozzerebbero l’economia; i tassi di interesse della BCE  dovrebbero rimanere al di sotto dell’inflazione 2) la BCE dovrebbe continuare la sua politica espansiva assorbendo il debito degli stati conseguente all’aumento dei prezzi dell’energia. Dovrebbe quindi comprare massicciamente i titoli di debito legati all’aumento dei prezzi energetici, senza avere timore di aumentare ulteriormente il suo bilancio. L’inflazione in questa fase non è il nemico principale; 3) la BCE dovrebbe finalmente decidere di cancellare i debiti degli stati presenti nel suo bilancio (come proponeva il compianto Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e come propongono 100 autorevoli economisti in Europa e in Italia) in modo da ridare “spazio fiscale” ai governi per gli investimenti pubblici indispensabili per la ripresa. La cancellazione dei titoli di debito acquistati nel passato dalla BCE e presenti nel suo bilancio – pari a un quarto circa dei debiti complessivi degli stati dell’eurozona – non comporta infatti nessun danno per il settore privato in Europa e neppure un “trasferimento di risorse” tra gli stati. L’eliminazione dei debiti in pancia alla BCE offre l’enorme vantaggio di consentire ai governi di attuare manovre efficaci di investimento pubblico per rilanciare l’economia; 4) la UE dovrebbe avviare una politica energetica comune (acquisti, approvvigionamenti, stoccaggio, coordinamento reti di distribuzione, diversificazione fonti, risparmio energetico, ricerca sulle energie alternative, ecc) realizzando un regime di prezzi amministrati; 5) Le società dell’energia non dovrebbero estrarre sovraprofitti dall’aumento delle bollette per le famiglie. La Commissione Europea dovrebbe ordinare la limitazione dei dividendi delle multinazionali dell’energia – così come la BCE ha limitato l’erogazione di dividendi agli azionisti delle banche al tempo del Covid – e aumentare le imposizioni fiscali sui profitti legati all’energia inquinante; 6) in generale la Commissione dovrà promuovere un new deal verde e sociale. Dovrebbe prevedere massicci programmi di investimenti comuni per l’autonomia energetica grazie a fonti rinnovabili e per contrastare le diseguaglianze sociali e territoriali. In una situazione di forte disagio economico e sociale e di espansione delle zone di povertà, la Commissione dovrebbe imporre l’adozione di un regime europeo di salario minimo garantito e di reddito minimo per i disoccupati; 7) la Commissione e/o la Cooperazione Rafforzata dei Paesi Europei dovrebbe deliberare un nuovo Fondo Fiscale comune e permanente basato su una filosofia analoga a quella del Next Generation EU: finanziamenti massicci anche a fondo perduto pagati con l’emissione di debito comune. Questo fondo dovrebbe raggiungere nel tempo un ammontare pari ad almeno il 5% del PIL europeo (allo stato attuale circa 850 miliardi di euro); 8) il Fiscal Compact dovrebbe essere cancellato e la Commissione dovrebbe adottare la cosiddetta Golden Rule, ovvero dovrebbe permettere ai singoli paesi di investire per la crescita anche ricorrendo a deficit. Gli investimenti pubblici, soprattutto quelli in campo energetico e della sicurezza, saranno garantiti e coperti dalla BCE anche attraverso il Fondo Permanente di cui sopra. 9) Il Fondo Permanente investirà massicciamente sulle energie rinnovabili. La sinistra europea e le forze ecologiste dovranno però evitare che i governi approfittino dell’emergenza energetica per rimpiazzare il gas e il petrolio proveniente dalla Russia con altre fonti di energia altrettanto o più inquinanti, come il carbone. Va fermata la corsa verso la costruzione di nuove centrali nucleari, inutile sul piano dell’emergenza energetica (per costruire una centrale ci vogliono parecchi anni), pericolosa e costosa; 10) Se l’Europa non riuscirà a elaborare una sua strategia autonoma sulla questione vitale della sicurezza allora la prospettiva di una guerra continentale potrebbe in futuro diventare concreta.

La Cooperazione Rafforzata dei Paesi Europei dovrebbe investire nella difesa comune, considerando però che già oggi l’Europa e l’Occidente spendono moltissimo per la difesa. Già ora la Germania da sola spende più della Russia. La Russia spende circa 46 miliardi di dollari all’anno per la difesa, la Germania 56, la Francia 59, l’Italia 34 (dati 2021). I primi tre Paesi europei da soli potrebbero quindi già costruire, se fossero uniti e coordinati, una difesa tre volte più potente di quella russa. Gli Stati Uniti spendono oltre 700 miliardi di dollari (mentre la Cina spende “solo”200 miliardi circa) e la Gran Bretagna 72 miliardi. Il governo di Olaf Scholz ha recentemente deciso che la Germania si riarmi investendo cento miliardi di dollari in spese militari. Il problema dell’Europa e della Nato non consiste quindi nella scarsità di risorse economiche: il problema sta piuttosto nel fatto che la Nato è utilizzata come dependance della politica estera americana e, soprattutto, che la politica comune europea in campo internazionale è pressoché inesistente. Gli europei dovranno sicuramente spendere meglio e in maniera coordinata per la loro difesa e per dissuadere i russi da ogni sanguinaria e folle avventura come quella Ucraina; ma spendere di più per rafforzare questa Nato così come è attualmente è contrario agli interessi europei. Una Nato aggressiva e perdente, comandata solo dal governo americano – come quella che è intervenuta disastrosamente in Afghanistan –, semina morte e distruzione ed è controproducente. Dopo l’11 settembre e l’Afghanistan il terrorismo non è cessato, anzi si è diffuso.

La Nuova Europa della Cooperazione Rafforzata dovrebbe essere al contempo più democratica e più “decisionista”. I cambiamenti istituzionali del futuro non possono però essere programmati a tavolino. Si possono solamente tracciare delle plausibili (e auspicabili) linee di sviluppo dei possibili organi istituzionali comuni ai Paesi che volessero partecipare alla “unione rafforzata”, senza però alcuna ambizione di prevedere il futuro. I paesi della Cooperazione Rafforzata potrebbero creare organi politici comuni a partire per esempio da un Parlamento rappresentativo dei popoli coinvolti. Il Parlamento della CRPE potrebbe includere in misura proporzionale i parlamentari dei diversi gruppi politici già eletti nei parlamenti nazionali. I parlamenti nazionali verrebbero così direttamente coinvolti nei processi decisionali comuni. L’Assemblea Parlamentare dell’unione rafforzata potrebbe nominare un Comitato Esecutivo al quale dovrebbero partecipare anche i massimi rappresentanti governativi dei paesi aderenti alla CRPE. Il governo della CRPE potrebbe così essere controllato sia dai parlamenti nazionali che dall’Assemblea Parlamentare comune. I Parlamenti nazionali e l’Assemblea avranno il diritto di proporre all’Esecutivo comune iniziative e provvedimenti e di approvarne o meno le delibere. Allo stato attuale è impossibile prevedere che tipo di votazione verrà adottata, se il voto all’unanimità o a maggioranza qualificata: tuttavia è chiaro che nei campi delicatissimi della politica estera, delle politiche della difesa e dell’energia non è possibile ricorrere a meccanismi deliberativi puramente formali.

Le classi dirigenti europee dovranno convincersi che solo una politica di cooperazione tra le nazioni, di democrazia ed eguaglianza sociale può portare a una Nuova Europa in grado di coinvolgere i popoli, di mobilitarli contro qualsiasi aggressione, e anche di sconfiggere le tendenze autoritarie che sono cresciute nei Paesi del nostro continente. I popoli sono disposti a lottare duramente per difendere la democrazia e il benessere ma difficilmente si batteranno per difendere istituzioni tecnocratiche che finora hanno fatto quasi esclusivamente gli interessi delle élite e della grande finanza. Il progresso della democrazia e del benessere costituisce invece da sempre il bastione più solido contro le ideologie sciovinistiche e autoritarie e le avventure militari. Auguriamoci che i politici europei trovino la strada giusta, perché altrimenti l’Europa potrebbe diventare un campo di battaglia per tutti i tipi di conflitti nazionali e sociali, anche interni alla stessa Unione Europea.



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