Haruki Murakami, anatomia di un fenomeno globale. Intervista a Giorgio Amitrano

È recentemente uscito in Giappone The City and Its Uncertain Walls, nuovo romanzo dell’autore di culto. In patria l’opera è stata accolta da un fenomeno dilagante e l’evento ha offerto lo spunto per indagare le ragioni del successo di Haruki Murakami. Ne abbiamo parlato con Giorgio Amitrano,* insigne iamatologo e traduttore di diversi libri del romanziere giapponese.

Fabio Bartoli

Recentemente in Giappone è uscito The city and its uncertain walls (titolo originale 街とその不確かな壁), nuovo romanzo di Haruki Murakami, pubblicato sei anni dopo il precedente L’assassinio del commendatore, edito da Einaudi. In occasione del lancio del libro in patria si è assistito a lunghe code fuori dai negozi e a un entusiasmo dilagante. Reazioni del genere potremmo aspettarcele per l’incontro con un idol o per il lancio di qualche novità tecnologica scontata. Come è possibile che invece sia successo per salutare il nuovo lavoro di uno scrittore? Come è riuscito Murakami a crearsi un seguito così vasto ed entusiasta?

Murakami è ormai da decenni uno degli scrittori più famosi in Giappone, e mi fa piacere che anche in questa occasione si sia ripetuto il rito delle lunghe code davanti alle librerie. Come si spiega? Prima di tutto con il fatto che i suoi libri uniscono qualità da letteratura alta con elementi “pop” di forte presa su un pubblico molto ampio, e questo rappresenta una combinazione fortunata e vincente. Anche un sapiente lavoro di marketing avrà di certo contribuito a questo boom, ma alla base c’è la forza della sua narrativa. E poi l’entusiasmo simile a quello per le rock star si inserisce in un fenomeno più generale, già riscontrato per altri casi, come la spasmodica attesa per il libri di Harry Potter. Si tratta evidentemente del diffondersi, nell’ambito della letteratura, di modalità finora legate al mondo dell’intrattenimento o alle promozione di dispositivi elettronici.

Murakami è uno scrittore letto e amato in tutto il mondo e lui a sua volta è intriso di cultura internazionale, dalla letteratura alla musica. Lo scrittore è infatti originario di Kobe, città portuale dove è venuto a contatto fin da giovanissimo con la cultura a stelle e strisce. Anche il baseball che tanto ama, sport di squadra più popolare in Giappone, è un lascito al Paese degli americani. Mi viene quindi da chiederle: quanto Murakami è figlio del Giappone e quanto invece è figlio di questo sincretismo? Secondo Lei qual è tra questi due il fattore che lo rende così popolare a livello internazionale?

Parliamo di uno scrittore completamente giapponese, che però, come è normale, riflette nelle sue opere l’ibridazione culturale che caratterizza il suo Paese. I critici europei e americani spesso lo definiscono “americanizzato”, cosa che viene detta anche del Giappone in generale, ma l’influenza americana, o più in generale anglosassone, non direi sia poi tanto più forte in Giappone che in Italia, Francia o Germania. In Europa siamo tutti permeati da queste influenze, ma le notiamo di più quando si manifestano in Giappone o in un autore giapponese. In Italia il baseball non è popolare come da loro, ma l’influenza anglo-americana del cinema e dei fumetti americani, e della musica pop e rock anglo-americana sulla nostra cultura è enorme, solo che è così pervasiva che non ne siamo consapevoli.  Quanto alle ragioni della popolarità di Murakami a livello internazionale, non credo che essa sia in relazione con il suo “essere figlio del Giappone” né con un certo sincretismo culturale. Il suo appeal dipende dalla qualità della sua narrativa, e in particolare dall’avere creato un universo letterario originale, affascinante, capace di trascinare il lettore in un’altra dimensione. Se mi è consentita un’espressione un po’ banale, direi che i suoi libri “fanno sognare”, anche se si tratta di sogni tutt’altro che consolatori, anzi piuttosto inquietanti.

Lei ha tradotto in italiano molte opere di Murakami: quando ci si appresta a tradurre un autore così iconico con quali emozioni, dubbi e aspirazioni ci si confronta? Quanto si può restituire ai lettori italiani della sua prosa e quanto invece si perde a causa delle distanze linguistiche e culturali?

Devo dire che quando ho cominciato a tradurre Murakami non era ancora così “iconico”. In Italia era sconosciuto e anche all’estero non godeva della popolarità attuale, quindi io mi sono avvicinato alle sue opere senza particolari ansie o preoccupazioni, e anche in seguito l’ho tradotto come faccio con qualsiasi scrittore, e cioè non sulla spinta di emozioni, dubbi e aspirazioni, ma piuttosto animato da un senso di responsabilità nei confronti dell’autore e dei lettori, tenendo in mente soprattutto l’obiettivo di rendere al meglio in italiano il testo originale. Il successo di cui gode in Italia, e le reazioni dei lettori, molto simili a quelle dei giapponesi, mi fanno pensare che in traduzione italiana, nonostante le distanze linguistiche e culturali, non si perda molto. Naturalmente, ciò non vale solo per il mio lavoro ma anche per quello della mia collega Antonietta Pastore, che ha tradotto molte opere di Murakami.

Immagini di parlare a un lettore digiuno di Murakami – e tra i nostri per la legge dei grandi numeri sicuramente ve ne sono. Qual è secondo Lei la cifra costitutiva della sua letteratura? Perché in definitiva leggere Murakami?

Penso che le cifra costitutiva della sua letteratura sia la somma di vari aspetti ma, dovendo sintetizzare, i suoi pregi maggiori sono un’immaginazione poderosa, l’originalità, e infine la chiarezza dello stile. Consiglio di leggerlo per godere di una delle possibilità che offre la letteratura, cioè di avventurarsi in altri mondi e fare scoperte sorprendenti, senza per questo allontanarsi dal proprio mondo. Intendo dire che leggendo Murakami si entra in dimensioni alternative, ma non si tratta di una pura evasione perché, come tutte le opere significative, i suoi romanzi e racconti portano i lettori a riflettere su sé stessi. 

Anime e manga a parte, oggi il Giappone sembra annaspare sul piano del soft power culturale. Negli ultimi lustri la Corea del Sud si è rivelata essere un competitor più dinamico e oggi il K-pop esercita nel mondo un appeal che il J-pop ha perso. Un rilancio da questo punto di vista potevano essere le Olimpiadi di Tokyo ma la pandemia di Covid-19 ha imposto un’edizione poco spettacolare e in tono minore. In questo scenario quanto la figura di Murakami è importante quale ambasciatore culturale del Giappone all’estero?

Non mi sembra affatto che il Giappone annaspi sul piano del soft power culturale, che mi sembra ancora fortissimo. Il fatto che la Corea del Sud si sia affermata sul piano del K-pop e delle serie televisive non dimostra che il soft power giapponese si sia indebolito. Anzi, a me sembra che l’attrazione nei confronti del Giappone sia aumentata rispetto a una decina di anni fa. Ma perché dire “anime e manga a parte”? Visto che anime e manga continuano a essere popolarissimi fuori del Giappone e molto presenti nell’immaginario di diverse generazioni, che vanno dai bambini ai sessantenni, perché tenere fuori anime e manga dalla valutazione dell’impatto della cultura giapponese sul resto del mondo? Non solo la loro influenza è più forte che mai, ma anche la letteratura ha un notevole successo: le classifiche dei best-seller hanno costantemente titoli giapponesi tra i libri più venduti, cosa inimmaginabile alcuni anni fa. Murakami è certamente importante, essendo l’autore universalmente più noto, ma anche altri scrittori e scrittrici sono costantemente tradotti all’estero e godono di grande popolarità.

Non solo nell’opera ma anche nella vita stessa di Murakami la musica riveste un ruolo fondamentale. Ci sono secondo Lei degli artisti o dei singoli pezzi che possiamo maggiormente accostarvi? Saprebbe infine suggerirci una playlist da accompagnare alla lettura dei romanzi di Murakami?

Alcuni dei libri di Murakami hanno per titolo quello di un brano musicale, e quindi è naturale che questi singoli pezzi si staglino nella sua opera con più rilievo di altri. Per esempio, Norwegian Wood, Dance Dance Dance, A sud del confine, a ovest del sole sono titoli tratti dai rispettivi brani musicali. Non c’è bisogno che io suggerisca una playlist in quanto ognuno dei suoi romanzi contiene già all’interno un elenco di brani che delineano un percorso musicale all’interno del libro.  Murakami ha una conoscenza enciclopedica della musica che va dalla classica al pop al rock, anche se il suo genere preferito è il jazz. Egli ama citare musicisti, interpreti e compositori a lui particolarmente cari, ma si intuisce che in alcuni casi la menzione di certi brani non deriva dal desiderio di esprimere le sue preferenze, ma gli è funzionale ad accentuare un’atmosfera, se non addirittura  a crearla.

* Giorgio Amitrano è professore ordinario di Letteratura giapponese e di Lingua e cultura del Giappone presso l’Orientale di Napoli. È traduttore in italiano delle opere di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami e ha esercitato anche la carica di direttore dell’Istituto italiano di cultura di Tokyo.

CREDITI FOTO: EPA/JIJI



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