Hélie-Lucas e i diritti delle donne nel mondo musulmano

Un volume di Irene Strazzeri – “Marie-Aimée Hélie-Lucas. Ritratto di una sociologa algerina”, Meltemi editore – analizza il prezioso contributo della sociologa alla lettura della condizione femminile nel mondo musulmano. Ne proponiamo l’introduzione.

Irene Strazzeri

“Questi frammenti di libro vogliono dire che io lavoro sulle rovine” – Clarice Lispector, Un soffio di vita 2019

Questo libro riassume il contributo della sociologa algerina Marie-Aimée Hélie Lucas all’analisi della condizione femminile nel mondo musulmano. Non vuole essere, quindi, una biografia. Il termine biografia sarebbe per certi versi angusto e per altri troppo vasto per poter descrivere il lavoro svolto. Preferisco fare riferimento al termine ritratto. Esso è in generale la rappresentazione di una persona, secondo le sue fattezze e sembianze. Nell’arte è uno dei soggetti più rilevanti, sebbene sia stato a lungo considerato inferiore alla scena storica, che spesso aveva per oggetto le gesta di grandi personaggi. Robert Nisbet, in La sociologia come forma d’arte[1], assimila il lavoro creativo del sociologo a quello dell’artista, rilevando come la difficoltà, comune a entrambi, di cogliere il divenire del tempo e il moto potesse essere in qualche modo ovviata attraverso la rappresentazione del “paesaggio sociale” e la tecnica del ritratto, se intesi come strumenti euristici alla stregua del tipo-ideale.

L’impegno di Marie-Aimée Hélie Lucas a favore dei diritti umani delle donne si può descrivere, allora, seguendo due direttrici: una di tipo diacronico e l’altra di tipo sincronico. La prima riguarda la storia di vita della sociologa, in quanto militante della guerra di liberazione algerina e, successivamente, attivista per il riconoscimento dei diritti umani delle donne nel mondo musulmano.

All’interno della direttrice diacronica si inserisce poi quella sincronica: nei suoi numerosi saggi, pubblicati in miscellanee femministe è evidente il passaggio dalla speranza nella parità di genere, all’indomani della lotta di liberazione algerina – come conseguenza logica dell’evento così importante per la nazione – alla consapevolezza che solo la laicità dello Stato potrebbe garantire alle donne il riconoscimento dei diritti umani, di cui sono titolari per il solo fatto di essere “umane”. I divari nelle condizioni giuridiche delle donne sembrano essere il terreno più evidente in cui si configura una sorta di versione di genere dello scontro di civiltà.

Femmes d’Alger dans leur appartement è il titolo di una tela dipinta da Eugène Delacroix nel 1834. La scena rappresenta tre donne sedute nei loro appartamenti e una serva, posta di spalle allo spettatore. Al di là del valore intrinseco dell’opera per l’uso della luce e per le sfumature del colore, il clima che domina la scena è sensuale, caldo e accogliente. Nell’immaginario europeo del periodo, sia il velo che l’harem erano emblemi dell’essenza dell’identità femminile islamica e del carattere retrogrado delle società musulmane. Questo perché, come sostiene Edward Said[2], l’Oriente stesso è una costruzione culturale, ma anche una costruzione sessuale o una fantasia costruita sulla differenza sessuale. Il quadro di Delacroix sembrerebbe descrivere inequivocabilmente la realtà dell’Islam, ma descrive, in effetti, anche quanto avviene in Occidente. Come osserva Connell[3], infatti, nei media occidentali abbondano immagini della passività femminile. Alle ragazze viene insegnato per prima cosa a essere desiderabili, come se l’occupazione principale delle loro vite dovesse essere stare stese su cuscini di seta aspettando l’arrivo del principe azzurro.

Nella vita di ogni giorno il genere è qualcosa che diamo per scontato, ma è proprio la credenza che la distinzione di genere sia qualcosa di naturale a rendere di conseguenza innaturali i comportamenti di chi non vi si adegua. L’origine della nozione di genere è legata al consolidarsi del pensiero femminista durante gli anni ‘70 e alla presa d’atto, da parte delle scienze sociali, che le differenze tra uomini e donne siano istruite dalle istituzioni sociali, formali e informali, e vadano riportate agli squilibri nella redistribuzione di potere tra uomini e donne. Se il genere, per dirla con Joan Scott[4], è il primo terreno nel quale il potere si manifesta – un potere tenuto saldamente nelle mani degli uomini –, allora si tratta di comprendere come sia possibile realizzare la giustizia tra i generi.

A partire dalla pluralità del femminismo, in questo libro sarà analizzato il contributo della sociologa algerina Marie-Aimée Hélie Lucas alla lettura della questione femminile nel mondo musulmano.

Molti studi di settore sottolineano come il crescente riferimento all’Islam, quale quadro all’interno del quale rivendicare dei diritti, nasca proprio in opposizione a un femminismo di stampo occidentale. All’interno dei Paesi islamici, tuttavia, sussistono diversi tipi di femminismo, per cui è innanzitutto opportuno parlare di femminismi. Ci sono le femministe islamiche, ad esempio, che sono consapevoli dell’oppressione che colpisce le donne e che cercano di abbattere questa oppressione, re-interpretando i principi islamici. Le femministe musulmane, invece, pongono al centro delle loro battaglie il raggiungimento della piena eguaglianza tra i generi nella società. Infine, le femministe laiche sostengono che femminismo islamico sia un vero e proprio ossimoro. Si riferiscono alle convenzioni internazionali per i diritti delle donne come diritti umani, mentre ritengono che la religione debba rimanere confinata alla sfera privata.

Storicamente, una tensione tra femminismo occidentale e altre pratiche femministe è emersa attorno alla incompatibilità tra femminismo e nazionalismo. Nei paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli lungamente colonizzati, è stato difficile, se non impossibile, separare la questione nazionale da quella di genere. Il nazionalismo, d’altra parte, è stato osteggiato o considerato incompatibile con il programma femminista da molte femministe occidentali, le quali ritengono che lo Stato-nazione sia stata una costruzione artificiale e oppressiva nei confronti delle donne.

È innegabile, tuttavia, che eventi come la schiavitù, il colonialismo, le lotte di liberazione nazionale abbiano posizionato le donne in modo diverso nel mondo e ne abbiano segnato i linguaggi, le pratiche e le problematiche. Mentre in Europa il dibattito si articolava soprattutto in termini di domanda di riconoscimento della differenza e rivendicazioni di nuovi modelli di cittadinanza, nel mondo islamico si avvertiva la necessità di produrre un discorso sul femminismo e sui diritti delle donne non tacciabile di essere imposto dall’esterno, al fine di sottrarlo alla critica di imperialismo culturale. La necessità di ancorare la lotta per i diritti delle donne alla propria cultura risentiva di un più ampio mutamento, che finì per investire l’analisi delle forme di oppressione cui le donne, così come pure le minoranze, erano e sono soggette.

Il riconoscimento della differenza e la politica dell’identità sono divenuti, così, terreni di lotta fondamentali nell’epoca post-coloniale. Non deve sorprendere, quindi, se nella lunga storia di relazioni tra Islam e mondo cristiano-occidentale, le donne e la famiglia abbiano finito con l’incarnare un’area di resistenza culturale, divenendo l’ultimo e inviolabile simbolo depositario della identità musulmana ed è proprio questo uno dei principali motivi dell’ancoraggio dei Family Code di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani ai principi della legge islamica contenuti nella Sharia.

In un simile contesto, Leila Ahmed ha riassunto molto efficacemente i dilemmi affrontati dalle donne nel mondo mediorientale, nel corso delle loro battaglie per l’ottenimento dei diritti di base: “solo se si accetta che l’identità sessuale coincida con l’identità di un soggetto, più della sua identità culturale, si può apprezzare quanto dolorosa sia la piaga delle donne mediorientali, lacerate tra due realtà in contrasto tra loro, costrette quasi a scegliere tra tradimento e tradimento”[5]. Per molte femministe laiche i Family Code dovrebbero essere riformati sulla base delle convenzioni internazionali e per le femministe musulmane e islamiche gli strumenti per riformarli sarebbero già presenti in alcuni principi della giurisprudenza islamica.

In questo libro, partendo dall’analisi della rinnovata esegesi che il femminismo islamico fa del testo sacro, ho cercato di dimostrare che una lettura alternativa delle donne sulle donne, nel Corano, è possibile. Tale lettura può far valere i suoi risultati come rinforzo del riconoscimento dei diritti delle donne in quanto diritti umani, a condizione che il messaggio che proviene da questa nuova esegesi del testo sacro passi dalla narrazione alla prassi.

Il prezioso contributo della sociologa algerina Hélie Lucas alla lettura della condizione femminile nel mondo musulmano verrà preso in esame percorrendo, come si diceva, due direttrici: una di tipo diacronico, considerando i mutamenti intercorsi durante la sua vita e l’altra di tipo sincronico, evidenziando il nesso tra gli accadimenti della sua vita e i suoi scritti.

La prima direttrice segue la storia di vita della sociologa, che si definisce femminista appartenente a una famiglia di donne femministe ed economicamente indipendenti. Nei suoi saggi, pubblicati in diverse miscellanee di autrici femministe, è evidente il passaggio dalla speranza nella realizzazione di una reale parità di genere, all’indomani della lotta di liberazione algerina – quasi come ne fosse una conseguenza ovvia e naturale – al disincanto, dovuto alla consapevolezza che, in alcune realtà, solo la laicità delle istituzioni può impedire la violazione dei diritti umani delle donne.

All’interno di questa direttrice diacronica si inserisce quella sincronica. Dinanzi a un mondo musulmano multivariato, ma presentato alla comunità internazionale come omogeneo, la sociologa individua nella costruzione del network WLUML, ma soprattutto nella rete, in ciò che il termine network veicola sia semanticamente che ideativamente, una strategia per mettere in dialogo le esperienze di sopraffazione o di lotta delle donne musulmane con quelle di altre, cercando di emanciparle dalla condizione di “eterne minorenni sotto tutela”[6].

WLUML diventa, pertanto, uno spazio sessuato all’interno del quale scambiare esperienze, mettere in relazione idee e individuare strategie per il riconoscimento dei diritti delle donne e soprattutto per la generalizzazione degli stessi. Insieme ad altre organizzazioni femminili, è uno strumento di lotta, utile a smascherare l’uso strumentale della religione musulmana da parte del potere politico e l’ipocrisia della liberazione in Algeria, come in altri contesti.

L’azione di sensibilizzazione e di discussione nei confronti delle problematiche femminili, promossa da WLUML già nel 1984, anno della sua costituzione, è stata affiancata nel 2005 dal network SIAWI. Il passaggio da WLUML a SIAWI non ha rappresentato un semplice passaggio di consegne, poiché WLUML è una realtà ancora esistente; si è trattato, più che altro, di testimoniare il passaggio politico dall’individuazione del problema nella condizione femminile islamica, alla soluzione dello stesso nella laicità. Solo all’interno di uno Stato laico il diritto ad avere diritti da parte delle donne poteva e può realizzarsi.

Per queste ragioni Marie-Aimée Hélie Lucas l’8 dicembre del 2009 ha firmato, insieme a molte altre associazioni femministe, il manifesto programmatico del Bureau Laïque International, il cui messaggio universale vuole essere Secularism is a Women’s Issue.

NOTE

[1] R. Nisbet, La sociologia come forma d’arte, Armando, Roma 1981.

[2] E. Said, Orientalismo, trad. it. di S. Galli, collana Nuova cultura, n. 27, Bollati Boringhieri, Torino 1991. Anglista, docente di letteratura comparata alla Columbia University, teorico letterario e critico, particolarmente noto per la sua critica del concetto di orientalismo.

[3] R.W. Connell, Questioni di genere, il Mulino, Bologna 2006, p. 29.

[4] J. Scott, Gender: A Useful Category of Historical Analysis, in “American Historical Review”, 5/91, 1986, p. 1061.

[5] L. Ahmed, Women and Gender in Islam, New Haven&Yale University Press, Londra 1992, p. 104.

[6] I principi della giurisprudenza su cui si basano molte femministe musulmane nel promuovere le riforme dei codici della famiglia sono tre: 1) le leggi islamiche sono suscettibili di cambiamento, nel tempo e nello spazio; 2) devono evitare di danneggiare le persone; 3) devono mirare a promuovere l’interesse pubblico.



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