Hollywood scansati. La pop culture globale parla turco, indiano, coreano e arabo

Per milioni di persone al mondo è più facile immedesimarsi nella protagonista turca di “Aşk-i Memnu” che con coinquilini sarcastici di “Friends”. Il monopolio americano esclusivo sulla cultura pop è ormai tramontato.

Roberto Rosano

L’espressione soft power è entrata di diritto nel lessico del XXI secolo da quando, sul finire del secolo precedente, lo scienziato politico di Harvard Joseph Nye, col suo Bound to Lead: The Changing Nature of American Power (Basic Books, 1990), ha codificato a livello accademico qualcosa che tutti in fondo sapevamo: non si diventa una superpotenza soltanto attraverso la coercizione militare ed economica, ma anche – qualcuno è libero di pensare soprattutto – attraverso la diffusione della cultura e dei valori storici fondativi di riferimento. Versione positiva dell’assunto: una Nazione può ottenere i risultati che desidera nella politica mondiale seducendo ed inebriando gli altri attori con i propri valori ed i propri modelli affinché essi «desiderino ciò che essa desidera». Per decenni questa cattedra è stata occupata dagli Stati Uniti d’America, i cui cannoni non erano caricati soltanto a proiettili, e nemmeno a fiori come auspicato da un’intera generazione di pacifisti. Lo Zio Sam è riuscito a realizzare un panamericanismo cosmico servendosi di calibri leggeri, affidabili e a lunghissima gittata: gli scrittori cool, le Cadillac, i grattacieli, i rodei, i fast food, l’Harvard University, Warhol, Pollock, topolino, Presley, Michael Jordan, gli Armstrong con il microfono e quelli con la tuta spaziale, le guerre stellari, Dallas. Tutto il mondo voleva essere un pezzo d’America e qualunque giovane dell’orbe massmediatico voleva fa’ l’americano (Russia discit).

Fatima Bhutto con Nuovi re del mondo. Corrispondenze da Bollywood, dal dizi e dal K-pop (Minimumfax, 2023, pagine 224, euro 18), giunto in Italia con un po’ di ritardo nell’ottima traduzione di Chiara Veltri, ci racconta una mutazione in corso: sebbene gli Stati Uniti d’America rimangano tuttora in cattedra in materia di nation branding o, come direbbero gli ispanofoni, di poder blando, è innegabile che il primato sia meno solido che in passato e che i nuovi arbitri della cultura di massa nascano sempre più in Oriente. Questo libro è un ampio reportage sui tre più importanti immaginari che si stanno affiancando a quello occidentale sulla scena globale: i film indiani, le soap opera turche (dizi), la musica e i drama sudcoreani.  Questi prodotti mescolano con cura modernità e valori tradizionali, rispondendo alle esigenze di una fetta consistente di mondo che vorrebbe accedere al progresso senza rinunciare alle proprie radici. Si tratta di narrazioni semplici, popolari, a lenta cottura, fondate su dilemmi morali assai basici, in cui il sesso è alluso, ma non mostrato, insieme al turpiloquio e all’uso di alcolici e droghe.

La popular culture americana non era attraente proprio per tutti, ma per molti decenni è stata l’unica cultura pop globale disponibile. Libertina e appariscente, si rivolgeva soprattutto all’élite del terzo mondo che parlava inglese o aveva tendenze consumistiche internazionali, oltre a mezzi per viaggiare all’estero. Ma Fatima Bhutto ci ricorda qualcosa su cui spesso non riflettiamo abbastanza: miliardi di persone si sono trasferite dalle zone rurali alle aree urbane del loro Paese ed ora si ritrovano alle prese con una modernità ancora indecifrabile, con codici comportamentali e sessuali ancora inesplorati. Questi dilemmi non sono affrontati dalle signore esuberanti e promiscue di Sex and the city, Dallas e Dynasty o dai coinquilini sarcastici di Friends bensì dalle nuove industrie culturali, giunte tardi alla modernità, e quindi più contigue all’Oriente medio ed estremo, ai Paesi africani o latinoamericani. Per una ragazza del Guatemala è molto più difficile immedesimarsi nelle millennial di Girls che in Bihter, la protagonista di Aşk-i Memnu, popolare soap opera turca su una giovane donna di Istanbul che sposa un uomo ricco e molto più vecchio, ancora scossa dalla morte del padre e dalla bancarotta della sua famiglia. Gli spettatori dalla Siria al Sudan non possono certo immedesimarsi nelle fantasie bianche di potere, sesso e ricchezza proposte da Hollywood e non possono tantomeno aspirarvi. Invece le fatiche e i modesti trionfi delle eroine turche, sudcoreane o indiane che lottano per affermarsi sono accessibili a chiunque.

Oggi la Turchia è il secondo esportatore mondiale di serie tv, subito dopo gli Stati Uniti ed ha iniziato a doppiare i suoi prodotti in dialetto arabo siriano, che è l’accento più diffuso e radicato in quel genere, e non nell’arabo standard. Il secolo magnifico, dizi sulla vita del sultano Solimano, è stato visto da oltre 500 milioni di persone. L’ultima puntata di Noor, in turco Gümüş, trasmessa da Mbc, network panarabo con sede a Dubai, è stata seguita da 85 milioni di persone, mettendo in moto un fenomeno oggi noto come cool neo-ottomano, che ha dato molte preoccupazioni al giovane principe saudita Mohammad Bin Salman, infuriato con la Turchia che aveva ignorato il blocco imposto al Qatar l’anno prima. Per questo, il 2 marzo 2018 ne ha interrotto totalmente le trasmissioni. Al successo hanno fatto seguito una sfilza di divorzi in Arabia Saudita, Siria e Sudan, sermoni nelle moschee, fatawi come quella del Mufti di Aleppo, che ha proibito ai fedeli di presentarsi alla preghiera indossando t-shirt con le facce dei protagonisti, ma anche nuovi trend della moda e dell’interior design: i giovani giordani hanno iniziato a decorarsi il capo coi nomi dei protagonisti della serie, Noor e Muhammed.

Un personaggio come Shah Rukh Khan, signore incontrastato di Bollywood, seguito da 2 miliardi di persone nel mondo, è quasi totalmente sconosciuto in Occidente, eppure la ragazza nepalese, l’inserviente bengalese, il tassista pakistano, che lavorano nell’invisibilità delle grandi periferie di Dubai o Singapore, per mantenere sfoggi pornografici di ricchezza e lussi che non saranno mai loro, nelle tre ore in cui lo guardano ballare e cantare sono in parte sollevati dalle fatiche delle loro vite.  In Perù, Ecuador, Bolivia e Colombia, il cines hindu (cinema indiano) riscuote un successo difficilmente quantificabile: i titoli di Bollywood divengono immediatamente dei blockbuster. I giovani di Lima domandano al barbiere uno Shah Rukh e si fanno pettinare i capelli neri e lisci all’indietro come il loro idolo, alcuni simulano l’hindi con l’accento spagnolo e si buttano in ginocchio cantando e ballando lo shimmy con le spalle per far colpo sulle ragazze.

Un fenomeno assai più scandagliato è la cosiddetta diplomazia del K-pop, che ha travolto come un’onda (hallyu) Paesi insospettabili: i drama coreani sono doppiati in lingue indigene come il guaranì, in Iran raggiungono l’86% di share. Spotify e Apple Music hanno canali di K-pop, i cui stream provengono per più di un quarto dal Nordamerica. Ad Abu Dhabi, Città del Messico e Parigi si sono tenute K-cons, o convention di K-pop, che hanno registrato in poco tempo il tutto esaurito. I BTS sono stati il primo gruppo K-pop ad essere arrivato in vetta alla classifica americana dei singoli, la Billboard Hot 100 e i suoi sette membri sono tra le celebrità più menzionate su Twitter. La loro lingua, come l’inglese, ha una struttura sillabica e non presenta forti intonazioni come il mandarino e il giapponese. Le progressioni armoniche sono addirittura più veloci dell’inglese, il ché rende il coreano più ballabile.

Certamente qualcuno si starà domandando cosa fa la Cina, il vero gigante asiatico, nel frattempo. La risposta è sempre la stessa, da decenni. Sta in silenzio, prende appunti. Impara tutto e poi fa. Sarà difficile conciliare la censura al soft power, ma l’esperienza ci insegna che troverà una maniera tutta sua per farlo e per farci un sacco di soldi.



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