Hollywood, trovato l’accordo: terminato lo sciopero degli attori

Dal 9 novembre la macchina produttiva hollywoodiana ha ripreso a funzionare. Dopo quattro mesi di sciopero degli attori è stato infatti trovato un accordo che ha soddisfatto tutte le parti coinvolte nella lunga e serrata trattativa. Il contratto collettivo che ne deriverà non è stato ancora firmato e non ne sono stati resi noti i dettagli ma sono chiari i risultati raggiunti: aumento di paghe per gli attori, maggiore trasparenza da parte delle piattaforme streaming sulla condivisione dei dati e royalty più eque per gli artisti, oltre a maggiori tutele sul possibile riutilizzo delle loro performance ricorrendo all’Intelligenza Artificiale.

Fabio Bartoli

Recentemente è diventato virale un reel postato da Kevin Bacon sul suo profilo Instagram, in cui il celebre attore balla sulle note di Footloose, il film che ne ha definitivamente lanciato la carriera. Nulla è più potenzialmente virale di un video in cui una celebrity riproduce una sua performance iconica, questo è chiaro, ma più che sul balletto è necessario concentrarsi sulla didascalia che lo accompagna: “Strike over”. Dopo quattro mesi intensi e battaglieri, il 9 novembre è infatti terminato lo sciopero degli attori a Hollywood, che ha portato alla ribalta il veemente scontro tra gli studios e le loro maestranze, prima d’ora mai protrattosi così a lungo e con un’intensità a cui mai si era assistito negli ultimi decenni.
Nel momento di scrivere questo articolo il contratto collettivo triennale scaturito da mesi di dure trattative deve ancora essere approvato dal consiglio del sindacato Screen Actors Guild-American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA) e dai suoi membri ma comunque per adesso tutte le parti in causa hanno espresso piena soddisfazione per l’accordo raggiunto. Anche se ci vorranno mesi per rimetterne in moto a pieno regime tutti gli ingranaggi, dalla mezzanotte di giovedì 9 novembre la macchina hollywoodiana ha ripreso a funzionare.
Prima di giungere a considerazioni in merito e riportare alcune dichiarazioni delle parti in causa, è necessario fare un piccolo riepilogo di quelli che erano i maggiori noti del contendere: richiesta di aumento delle paghe minime agli attori, una quota maggiore delle entrate dello streaming destinate agli artisti, un rafforzamento dei piani di benefit e protezioni contro l’uso illimitato dell’Intelligenza Artificiale nella ricreazione delle performance. Se il primo punto si presenta con l’evidenza della sua chiarezza, sugli altri due si rendono necessarie alcune delucidazioni.
Per quanto riguarda le entrate dello streaming, bisogna partire dalla consuetudine del sistema hollywoodiano secondo cui gli attori ricevono una royalty detta residual ogni qualvolta il film a cui hanno lavorato viene trasmesso. Questa era facilmente calcolabile in relazione ai passaggi televisivi ma tutto è cambiato con l’avvento delle piattaforme streaming che, rifiutandosi di rendere pubblici i dati interni, rendevano impossibile il calcolo di tutte le singole visioni di film ed episodi di serie TV e di conseguenza della royalty da corrispondere all’attore, impossibilitato a vedersi riconoscere un compenso congruo all’effettivo successo del prodotto audiovisivo per cui aveva lavorato. A sottolineare l’importanza dei residual era stato Matt Damon, che a margine della presentazione londinese di Oppenheimer (in seguito all’inizio dello sciopero poi gli attori non avrebbero più partecipato a eventi promozionali) ha sfruttato il suo status per mettersi al servizio di colleghi con un potere contrattuale nettamente inferiore al suo: “Devi guadagnare 26 mila dollari all’anno per avere diritto alla tua assicurazione sanitaria e ci sono molte persone che riescono a superare quella soglia grazie ai residual. Si stanno guadagnando soldi e devono essere allocati in modo da prendersi cura delle persone che sono ai margini” – Hollywood infatti non è fatta solo da superstar planetarie, che sono solo la punta scintillante dell’iceberg, ma anche da tanti normali lavoratori dell’industria dello spettacolo. Nella mediazione hanno rivestito un ruolo diretto anche aziende come Disney, Netflix, Warner Bros., Discovery e Universal (anche quelle non nate come piattaforme streaming hanno sviluppato le proprie), che in seguito all’accordo provvisorio pagheranno agli attori bonus per un ammontare di circa 40 milioni di dollari l’anno, che includono sia compensi per la visione futura delle opere a cui questi hanno preso parte sia il versamento dei classici residual, un elemento che lascia intendere una maggiore trasparenza sulla condivisione dei dati da parte dei colossi dell’intrattenimento audiovisivo online.
Particolarmente delicata la questione dell’Intelligenza Artificiale. Se nel caso dello sciopero degli sceneggiatori si poteva parlare del possibile rimpiazzo da parte dei professionisti del settore con sistemi di scrittura generativa, nel caso degli attori la questione verteva sulla possibilità di appropriarsi del volto, della voce e delle movenze di un professionista per poi (ri)servirsene all’uopo in tempi e modi diversi. In sostanza, in presenza di un vuoto legislativo, si pagava l’attore o l’attrice per una singola performance, si digitalizzavano e immagazzinavano i suoi dati per poi riutilizzarli gratis per progetti magari del tutto diversi da quelli per cui avevano consensualmente fornito la loro prestazione. Al di là della palese iniquità economica, in questo caso non solo il professionista ma anche la persona veniva privata del controllo sul suo corpo e anche sulla sua volontà, perché ad esempio il girato per un film contro il razzismo avrebbe potuto essere impiegato per un altro che glorificava il Ku Klux Klan. Chi scrive è consapevole della natura iperbolica e provocatoria di questo esempio, che presumibilmente mai si sarebbe verificato nella realtà, ma in sostanza non c’era concretamente nulla sul piano normativo e contrattuale che ne impedisse l’effettiva realizzazione. A giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dal direttore esecutivo nazionale del sindacato SAG-AFTRA Duncan Crabtree-Ireland, sembra comunque che questo sia stato scongiurato non solo nel presente ma anche nel futuro, per quanto i rapidi sviluppi tecnologici rendano difficile precorrerlo: “(Il discorso sull’IA) si è evoluto anche durante questo processo di negoziazione. Le capacità degli strumenti di Intelligenza Artificiale generativa si sono ampliate notevolmente e quindi ci siamo davvero concentrati nel garantire che le tutele per le quali abbiamo negoziato fossero a prova di futuro o almeno resistenti ad esso”.
Infine, riprendendo il discorso del congruo trattamento economico, vanno fatte alcune, dovute considerazioni. Le rivendicazioni salariali da parte degli attori americani possono sembrare capricci da gente privilegiata e viziata in seguito all’automatismo che ci porta a identificare Hollywood con le superstar strapagate. In ogni caso queste appartengono a una categoria di lavoratori, così come vi appartengono coloro che riescono a garantirsi un’assicurazione sanitaria solo grazie ai residual. Quello che è successo in questi quattro mesi è che, nel nome della comune appartenenza a una categoria di lavoratori, tutti gli attori di Hollywood hanno cooperato in vista di un obiettivo comune a tutta la categoria e diverse stelle (Matt Damon ne è solo un esempio) non hanno esitato a mettere sul tavolo dello scontro tutta la loro influenza a sostegno dei colleghi con meno capacità contrattuale. E la determinazione e la solidarietà nel raggiungere l’accordo sono state portate avanti anche da sindacati e associazioni di categoria. Il risultato di questi quattro mesi di lotta è stato un accordo in grado di soddisfare alla fine tutte le parti in causa, anche gli stessi studios che – volenti o nolenti – hanno dovuto cedere alle rivendicazioni di quella che è a tutti gli effetti la loro forza lavoro. Anche se è presto parlarne, i risultati raggiunti potrebbero influenzare anche la regolamentazione dell’IA in altri ambiti lavorativi. L’unione ha fatto la forza e a beneficiare dei suoi risultati saranno forse non soltanto gli attori hollywoodiani.

CREDITI FOTO: Etienne Laurent|ANSA



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