La Cina è vicina, anzi lontanissima

L'assalto della polizia cinese di Hong Kong nella redazione del giornale Apple Daily riporta l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Pechino.

Mauro Barberis

Non s’è mai parlato tanto della Cina come in questi giorni. L’ultima notizia è questa: nei giorni scorsi la polizia cinese di Hong Kong è entrata in forze nel giornale di opposizione Apple Daily, arrestando direttore ed editori, che rischiano l’ergastolo in base alla draconiana legge sulla sicurezza, approvata l’anno scorso al prezzo di duri scontri di piazza. Ieri il giornale è uscito lo stesso, con una tiratura di cinquecentomila copie, sulle ottantamila solite, andata subito esaurita: tanto per capire da che parte stanno gli abitanti.

Evidentemente, la Cina ha smesso non solo di rispettare il trattato con il Regno Unito, che conservava la democrazia a Hong Kong, ma anche l’opportunità economica di avere un porto franco internazionale. L’unica cosa importante, per i cinesi sembra rispondere alla sfida portata loro dal presidente Biden, cercando di isolare la Cina anche dal suo possibile alleato russo. Trattandosi di Hong Kong, la più occidentale delle città asiatiche, verrebbe da evocare non solo gli spettri della guerra fredda, ma addirittura l’idea dello scontro di civiltà.

Si pensava che l’uscita di larghe zone della Cina dalla povertà, adottando una sorta di capitalismo di Stato, avrebbe finito per travolgere il comunismo e imporre la democrazia. Se qualcosa del genere è successo, è finito nel 1989, mentre in Occidente cadeva il muro di Berlino, con la strage di Tienanmen: l’evento che sulla rete cinese, difesa da una Grande Muraglia più efficace di quella del Celeste Impero, non si può neppure nominare. Oggi la Cina di Xi Jinping, preso dall’Occidente tutto ciò che poteva servirle, rischia di esportare lei il proprio modello.

In cosa abbiamo sbagliato, noi occidentali tutti: sia quelli che oggi salgono sul carro di Biden, sia i nostalgici della via della Seta, il più insidioso tentativo cinese di penetrare in Occidente, dopo essersi comprata mezza Africa, quella più ricca di materie prime? In cosa rischia di sbagliare lo stesso Biden, proseguendo la politica anticinese di Trump? Probabilmente, nel sottovalutare la millenaria civiltà cinese, più antica della nostra: la lingua, in cui il nostro termine “libertà” suona come per noi “licenza”, la morale confuciana, che chiede armonia e aborre il conflitto.

Jared Diamond ci ha ricordato che mentre gli occidentali esploravano e colonizzavano il mondo, nessuna flotta cinese s’è mai spinta oltre l’Oceano Indiano: non esiste un Marco Polo cinese. Per dare l’idea della distanza e degli equivoci che ci separano, basterebbe ricordare quando i filocinesi italiani andavano in pellegrinaggio a Pechino e vantavano i loro iscritti operai, e i funzionari del Partito rispondevano incuriositi: «E gli altri sono contadini?». Chissà cosa succederebbe ora a Grillo e D’Alema, che operai e contadini non sanno neppure dove stiano di casa.

Oggi gli equivoci tendono a ripetersi, soprattutto quando si parla di diritti umani. Mentre Putin, più vicino a noi, a chi gli parla del dissidente Navalnyj risponde sardonico ricordando Guantánamo, i cinesi non battono ciglio quando gli si parla di diritti umani. Un po’ perché li considerano una curiosa fissazione occidentale, un po’ perché ritengono che per noi siano più importanti gli affari: non vorremo mica morire per Hong Kong? Se vogliamo pensare ai destini del pianeta, minacciati dall’inquinamento cinese più che dal nostro, forse ci conviene di più fare come i gesuiti euclidei di Franco Battiato: imparare a capirci meglio, piuttosto che rischiare nuovi scontri di civiltà.

[FOTO EPA/APPLE DAILY]



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