I Balcani orientali: un mosaico non ricomponibile di popoli e geografie

Il dibattito politico spesso tratta dei Balcani occidentali, ma dedica meno attenzione a quelli orientali, che rappresentano un'interessante complessità culturale e storica. Le origini dei bulgari moderni e le diverse lingue e identità della regione vanno indagate, insieme a mille altri aspetti, per ricostruire un passato e una storia che influenza molto la nostra realtà.

Roberto Rosano

Demetrio Volcic, straordinario corrispondente rai di lingua slovena e di famiglia triestina, nato nel Regno di Jugoslavia (complicazioni orientali!), parlava dei Balcani come di un «mosaico non ricomponibile» di popoli, geografie, lingue. Niente di più vero: è impossibile dire cosa siano di preciso i Balcani, dove inizino e dove finiscano veramente nella geografia fisica, politica e culturale.
È molto avventuroso fare dei primordialismi, applicare il principio di identità e non contraddizione, che vorrebbe far corrispondere rigorosamente ogni cosa solo a ciò che è e mai al suo opposto: i Balcani sono fatti di tanti contrari che coincidono, si compenetrano reciprocamente senza mai demolirsi.

L’uso contemporaneo del toponimo Balcani (dal turco balkanι, vale a dire ‘catena montuosa boscosa’) si deve al geografo tedesco Johann August Zeune (Gea…,1808) e, dal punto di vista storico e non soltanto orografico (l’omonima catena montuosa è interamente compresa nei confini bulgari), dovrebbe comprendere la vasta eredità bizantina e ottomana dell’Albania, della Bosnia e della Erzegovina, della Bulgaria, della Croazia, del Kosovo, del Montenegro, della Macedonia del nord, della Romania, della Moldova, della Serbia, della Slovenia insieme a porzioni di Grecia e di Turchia. Cioè quell’amalgama di foreste primarie che intessono la catena bulgara, le Alpi Dinariche, il Pindo, i Carpazi meridionali e che doveva apparire come una terra ricca di boschi e rilievi alle vedette ottomane.
L’espressione entrò poi in voga durante i moti indipendentisti rumeni, bulgari, serbi e greci proprio contro la dominazione ottomana e raggiunse il suo apice nel corso delle due guerre balcaniche del 1912 e 1913, alle quali parteciparono a diverso titolo gli eserciti di Serbia, Montenegro, Grecia, Bulgaria e Romania, oltre a quelli del sultano.

Nel dibattito politico si parla moltissimo dei Balcani occidentali, per ovviare alla inesattezza di espressioni come “Paesi ex jugoslavi”, ma non altrettanto di quelli orientali. Anzi, c’è chi come Gian Marco Moisé, dottore di ricerca in Politica e Relazioni Internazionali alla Dublin City University si chiede addirittura (retoricamente) se esistano in Capire i Balcani orientali. Bulgaria, Romania, Moldova: dal 1989 ai giorni nostri (Bottega Errante edizioni, Udine, 2023, pp.176, euro 18). Questo saggio tratta di tre Stati (Romania, Bulgaria e Repubblica di Moldova) e di due popoli, due etnie, quella rumena e quella bulgara. Per etnia naturalmente intendiamo miti e radici comuni, una memoria storica condivisa, uno o più elementi culturali comuni, un senso di solidarietà condiviso, come ci hanno insegnato J. Hutchinson, A. D. Smith e F. Barth. Spesso la storia dei rumeni e la storia dei moldavi si sovrappongono, le loro lingue sembrano varianti regionali della stessa lingua madre.

Ma viste da vicino, Romania e Repubblica di Moldavia, anzi i Balcani orientali in generale, sono un’affascinante complicazione. I bulgari moderni, ad esempio, sono Traci, proto Slavi e proto-Bulgari, un’etnia nomade di lingua turcica proveniente dagli Urali e dal Volga. Oggi consideriamo i bulgari un popolo slavo e non turco soltanto perché i proto-bulgari sapevano usare meglio le armi e seppero rendersi maggioranza. Ma rimane il fatto che l’etnonimo bulgaro è ancora una volta una parola turca, bulga, che significa non a caso «mescolare». Poi arrivò il khan Asparuh Dulo che creò di fatto lo Stato dei bulgari e si espanse dalla Macedonia del Nord all’Ungheria, influenzando le etnie presenti in tutta l’area (oggi bulgari e macedoni si comprendono benissimo).

Dal 1396 al 1908 i Bulgari finiscono sotto l’impero ottomano, che ne fece un grosso pastrocchio etnico (nella cultura del sultano non esisteva un concetto paragonabile a quello di etnia e gli amministratori imperiali categorizzavano le popolazioni sulla base delle religioni, per questo greci, serbi e bulgari non erano ai loro occhi distinguibili).
Così il dominio ottomano favorì un ulteriore rimescolamento etnico nell’area, determinando la presenza di una minoranza turca di Bulgaria che ai più è completamente ignota. Eppure, i cosiddetti turchi-gagauzi (che professano il cristianesimo ortodosso più tradizionale e non l’islam) rappresentano l’8% della popolazione bulgara e il 4, 6% della popolazione moldava. Ma andando ancora alla fluorescenza del microscopio – cosa che ci piace moltissimo – scopriamo che la minoranza gagauza di Moldavia non parla di certo il gagauzo e nemmeno il rumeno nella variante moldava: parla in gran parte la stessa lingua di Putin a causa della russificazione di epoca sovietica; quei pochi che invece parlano la lingua dei loro padri hanno imparato a scriverla in cirillico quando erano sovietici, ma poi hanno dovuto imparare a traslarla nell’alfabeto latino quando sono diventati moldavi. Tant’è che l’attuale presidente moldava Maia Sandu sta facendo di tutto per coinvolgere i gagauzi moldavi residenti nella regione di Gagauz Yeri ad imparare il rumeno, a sentirsi moldavi, con il pieno appoggio dei turchi: nel 2022 il presidente del parlamento di Ankara Mustafa Şentop ha incoraggiato i fratelli gagauzi a imparare finalmente il rumeno condannando l’invasione dell’Ucraina. I Balcani orientali sono, perciò, una autentica miniera di eccezioni: basti pensare che lo stesso popolo presente anche in Ucraina scrive ancora il gagauzo in cirillico. Ma puntando ancora più intensamente l’obiettivo, scopriamo ad esempio che gli abitanti della Transnistria, regione moldava oggetto di contesa con la Russia, se non parlano direttamente russo, parlano un romeno nella variante moldava, ma scritto in caratteri cirillici. Complicazioni orientali!

Abbonati a MicroMega

CREDITI FOTO Flickr | Hector Montero Veliko Turnovo, Bulgaria



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Roberto Rosano

Intervista a Rosa Liksom, autrice finlandese, pubblicata da Iperborea con "Scompartimento n.6", "La moglie del colonnello" e "Al di là del fiume".

In Cina è parte della cultura l'idea di essere una nazione di pace e per la pace; ma la guerra è sempre stata chiave di volta della politica.

Colloquio con Lorenzo Kamel autore di "Terra Contesa. Israele, Palestina e il peso della storia" (Carocci, 2022, ristampa 2023).

Altri articoli di Mondo

Con la morte di Aleksej Naval'nyj muore anche l’idea di una Russia diversa da quella di Putin, spiega il presidente di Memorial Italia.

Simone Sibilio ripercorre la storia di Gaza narrata dai suoi scrittori e poeti. Dalla Nakba del 1948 fino agli incessanti bombardamenti di oggi.

Boris Kagarlitsky è stato nuovamente incarcerato. Nella Russia di Putin criticare la guerra in Ucraina rappresenta la più pericolosa forma di dissenso.