I molti volti di Erdogan: mediatore in Ucraina, macellaio in Kurdistan, ora amico d’Israele e Arabia Saudita

Recep Tayyip Erdogan, “il dittatore del quale abbiamo bisogno” – per usare le parole di Mario Draghi – sta giocando un ruolo importante in politica estera, spaziando dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina alla Libia, passando per l’Azerbaijan e per finire lungo i suoi confini Sud, in Siria e Iraq contro i suoi nemici storici: i curdi del PKK.

Valerio Nicolosi

I rapporti con l’Ucraina sono ottimi e saldi, tanto da aver firmato un contratto di cooperazione militare tre settimane prima dell’invasione russa, con la fornitura dei droni impiegati da Kiev in guerra. Anche sul piano diplomatico la Turchia ha un buon rapporto con la l’Ucraina: non ha mai riconosciuto la Crimea come russa, una presa di posizione importante per lo scenario geopolitico dell’area, essendo la Turchia il paese più importante che affaccia sul Mar Nero di cui vanta la metà delle coste, quindi delle acque territoriali e di competenza, oltre che lo stretto dei Dardanelli. In passato la convivenza in quell’area ha creato frizioni con il partner-nemico Putin, con il quale ha grandi interessi in comune ma al tempo stesso si fronteggia in diversi scenari su fronti opposti: Siria, Libia e Azerbaijan, dove hanno trovato uno stallo che in questo momento permette sia a Erdogan che a Putin di potersi concentrare su altro.

Gli interessi in comune sono quelli legati al turismo dei russi in Turchia, al grande scambio di merci tra i due paesi e all’energia: la Russia fornisce annualmente il 45% del gas e il 17% del petrolio utilizzato dai turchi e la Rosatom, l’azienda pubblica russa che si occupa di nucleare, sta costruendo la prima centrale in territorio turco con un progetto da 20 miliardi di dollari. Tutto questo mentre Erdogan continua a mostrare i muscoli al largo di Cipro, dove ci sono diversi giacimenti di gas che rivendica come propri in virtù della presenza della Repubblica di Cipro Nord, una parte dell’isola mediterranea occupata dai turchi, non riconosciuta a livello internazionale, con un muro dentro Nicosia, capitale contesa dalle due repubbliche.

Con Putin ci sono stati momenti di gelo, uno di questi è avvenuto nel 2015 quando due caccia turchi hanno abbattuto un SU-24 russo (aereo utilizzato per i bombardamenti a bassa quota) in Siria, uno dei paesi dove i due autocrati si trovano sul fronte opposto. Putin è uno stretto alleato di Assad mentre la Turchia ha sostenuto le milizie jihadiste, lasciando loro libero accesso nel Nord, anche per i rifornimenti, attaccando i curdi e l’esperienza del confederalismo democratico portato avanti in Rojava. Dopo più di 7 mesi dall’abbattimento dell’aereo russo, sono arrivate le scuse di Erdogan: “non abbiamo mai avuto il desiderio o l’intenzione di abbattere quell’aereo”, scusandosi anche con le famiglie delle vittime, per le quali “siamo pronti a fare qualsiasi cosa per alleviare il dolore”.

Fino a pochi giorni fa i due rivali avevano trovato una stabilità in quell’area, con i curdi a farne le spese dopo aver combattuto e sconfitto l’ISIS per poi essere abbandonati dagli USA e tutto l’occidente, ritrovandosi davanti non solo una difficile gestione dei campi profughi pieni di famiglie affiliate (ancora) all’ISIS, ma anche il nemico di sempre, la Turchia, con uno degli eserciti più organizzati al mondo e che sta approfittando dell’attenzione mediatica sull’Ucraina per sconfiggere definitivamente i curdi che stanno costruendo il confederalismo democratico.

“C’è un’operazione turca in corso nel Kurdistan siriano e in quello iracheno, quest’ultima ha il sostegno del governo locale guidato da Masrour Barzani contro i curdi del PKK” racconta a MicroMega Eddi Marcucci, attivista ed ex combattente delle YPJ, l’unità di protezione delle donne curde. “In queste ore gli attacchi sono più pesanti e la volontà è quella di neutralizzare la popolazione attraverso il disarmo delle YPG e YPJ, a Sinjar e lungo il confine ci sono alcuni villaggi totalmente circondati e gli attacchi vengono coperti dall’artiglieria degli iracheni” aggiunge Marcucci.

In Siria invece gli attacchi non si sono mai fermati e in questi giorni la pressione turca è sempre più forte, con Erdogan che vuole espandere il controllo ancora più a Sud, occupando di fatto un altro pezzo di Siria per costruire una zona “di sicurezza”. Nell’area è presente anche la Russia con il suo esercito, fornisce sostegno al governo di Assad e controlla direttamente l’aeroporto di Qamişlo, nel Nord-Est della Siria vicino al confine con l’Iraq e la Turchia, quindi strategico per le operazioni militari.

Ed è proprio sullo spazio aereo che Erdogan prova a essere protagonista nel negoziato tra Russia e Ucraina, cercando di far passare in secondo piano l’offensiva in Kurdistan. Il 30 aprile è scaduto il permesso per gli aerei, civili e militari, di volare nello spazio aereo turco. La concessione era in vigore da tempo e aveva una durata trimestrale, dal 1 maggio 2022 non è stata rinnovata, un modo per far pressione su Putin a tornare al tavolo dei negoziati e porre Erdogan nel ruolo del mediatore perfetto: membro della NATO, ottimi rapporti con l’Ucraina ma anche con la Russia.

“I militari del battaglione Azov si sono appellati più volte a Erdogan per chiedergli di mediare con la Russia e farli uscire dall’acciaieria Azovstal di Mariupol, questo vuol dire che ancora una volta lui continua con le sue solite ambiguità, vende droni agli ucraini e compra missili S-400 dai russi” commenta a MicroMega Alberto Negri, giornalista e inviato di guerra, che aggiunge: “Erdogan ha scelto bene i tempi su tutto. Mentre portava al tavolo del negoziato Russia e Ucraina, attaccava i curdi e faceva condannare Osman Kaval, il suo peggior oppositore interno, un uomo senza nessuna colpa. Ma nessuno chiederà le sanzioni contro la Turchia perché l’Unione Europea è sotto ricatto fin quando lui tiene bloccati 3 milioni e mezzo di profughi in casa sua”.

L’ambiguità di Erdogan in politica estera gli permette di giocare su più tavoli contemporaneamente, dando le carte di un gioco che a volte conosce solo lui, tanto che negli ultimi mesi ha dato una svolta imprevista nelle relazioni con Israele e Arabia Saudita. Con lo stato ebraico i rapporti erano ai minimi termini dal 2010 tanto che lo scorso anno ha attaccato Biden dicendo che “ha le mani sporche di sangue” per la vendita delle armi statunitensi a Israele durante l’offensiva contro la Striscia di Gaza.

Con l’Arabia Saudita i rapporti non sono mai stati ottimi, soprattutto per la differenza di visione sulla Fratellanza Musulmana di cui Erdogan è leader, ma dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi si erano fatti gelidi.

La Turchia però sta passando un momento di grande crisi economica e servono nuovi partner e finanziatori, così il 7 aprile scorso dal ministero della Giustizia turco hanno deciso di trasferire a Riad il processo contro i 26 indagati per quell’omicidio, tendendo quindi la mano al principe ereditario Bin Salman.

Nella testa del sultano c’è l’idea di restaurare l’impero ottomano, con un’influenza su tutto il Mediterraneo Orientale e che prosegue fino alla Libia, dove già controlla la politica e i giacimenti di Tripoli, un’altra arma di ricatto verso l’Europa: può aprire e chiudere il passaggio dei migranti dai due punti principali di partenza, così come fece con la Grecia nel marzo 2020. Proprio dalla Libia e dal Corno d’Africa, dove la Turchia ha forti interessi e controllo del territorio tanto che furono proprio i servizi segreti turchi a liberare Silvia Romano, Erdogan fa pressione da Ovest e da Sud sull’Egitto di Al-Sisi, e con i buoni rapporti in costruzione con Israele ha circondato il paese che ha deposto il presidente Morsi e messo al bando i Fratelli Musulmani nel 2013.

Questa restaurazione ha bisogno di molti soldi ed Erdogan è disposto a cambiare tavolo in continuazione, l’importante è restare al potere ed estendere l’area d’influenza.

 

(credit foto EPA/TURKISH PRESIDENT PRESS OFFICE)



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