I nipotini di Bruno Leoni alla corte dei miracoli di Mario Draghi

Dal disco verde ai licenziamenti ai consulenti vestali del liberismo, l’algido banchiere-premier Mario Draghi sempre di più dalla parte dei ricchi e potenti.

Pierfranco Pellizzetti

Lo stupore che qualche commentatore ha l’improntitudine di manifestare se il governo dei Migliori fa grazioso omaggio al presidente di Confindustria – il commerciante Carlo Bonomi – del disco verde ai licenziamenti (quella mano libera nell’applicazione del modello organizzativo bastone e carota, molto bastone e poca carota, che resta l’unica modalità di gestione delle maestranze conosciuta dai padroncini) o lo stop al cashback, con cui si voleva mettere sotto controllo l’evasione (e con il plauso di Salvini e Meloni, a conferma che questi destrorsi sono sempre “uomini di mano” dei potenti, nella tradizione dei Fasci mussoliniani al soldo di agrari e capitalisti), chi si stupisce dimostra di non avere la benché minima capacità percettiva dei palesi indizi del “da che parte stia” il Migliore dei Migliori; l’algido banchiere-premier Mario Draghi.

La presa d’atto di come si componga la corte dei miracoli cresciuta attorno a Palazzo Chigi: dopo la banda dei ministri simil-tecnici, tra cui si staglia la figurina dello scienziato in carriera Roberto Cingolani, ambientalista pro trivelle e nucleare, ecco i consulenti vestali del Liberismo che dovrebbero confortare il sintonico pensiero dell’ex futuro presidente Bce; che il 5 agosto 2011 sottoscriveva con l’allora presidente in carica Jean Claude Trichet una missiva al governo italiano in cui – quale condizione per gli aiuti da Bruxelles – si prescriveva una serie di scelte lacrime e sangue per lo smantellamento dello Stato sociale: la stessa logica del togliere ai poveri per dare ai ricchi imposta poco dopo alla Grecia. La cura da cavallo che rischiò di ammazzarla.

Infatti questi movimenti attorno al governo vengono da lontano. Lo sbocco di un lungo cammino – sulla scia delle selezioni di un personale organico a strategie reazionarie, in corso da tempo a livello internazionale – evidenziato dall’abbinamento al nome di uno dei cortigiani governativi – Carlo Stagnaro – l’intitolazione del Centro di cui è direttore di ricerca: l’istituto Bruno Leoni.

Ecco, il nome di questo avvocato marchigiano deceduto nel 1967 ci riporta sul lago Lemano negli anni del secondo dopoguerra. Al 10 aprile 1947, quando venne fondata la “Società del Monte Pellegrino”. Ossia il club esclusivo che associava un po’ di austriaci (Karl Popper e Ludwing von Mises) capitanati da un parvenu ossessionato dall’ombra di John Maynard Keynes – Friedrick von Hayek – con contorno, tra gli altri, di uno svizzero (Wilhelm Röpke), un americano (Milton Friedman) più il nostro Luigi Einaudi e Salvador de Madariaga. Si definivano “i bolscevichi della libertà”. Ma mentre questo distinto consesso di notabili, cultori di un pensiero prudente e sostanzialmente decorativo, si proponeva come testimone di una cultura borghese ormai anacronistica, l’attivismo hayekiano perseguiva strategie aggressive, nevrotizzate dallo scenario dello scontro tra Est e Ovest. Un liberalismo da Guerra Fredda, impegnato nell’indottrinamento e nella propaganda ideologica, che avrebbe ispirato i modelli di think tank fioriti negli anni a venire – Trilateral in testa – lautamente finanziati dal governo americano e da gruppi privati. Un ottimo affare per intellettuali in fregola di arrampicata sociale. Difatti premiati – nel caso di Hayek e Friedman – dai banchieri svedesi con un Nobel spurio, quale quello per l’economia. Dunque, un pensiero che si richiamava alla libertà come arma da guerra al servizio del capitalismo proprietario e contro la “sinistrite” (il liberalismo sociale che allora si affermava con il compromesso keynesiano ispiratore del Welfare State), in quanto messaggero di un dogma guerresco. Che fece di Hayek una star e del segretario nella Mont Pelerin Bruno Leoni il suo Beria. Nel clima liberal-staliniano instaurato nel Cantone di Vaud, il killer associativo dell’economista social-liberale Röpke, reo di insidiare la presidenza Hayek. Il ruolo ricoperto nell’URSS da Lavrentij Berija.

Questo liberal-settarismo ha fatto scuola in vari incubatori. Ad esempio nel movimento dei giovani repubblicani (Davide Giacalone, Oscar Giannino, Enrico Cisnetto), cresciuti alla scuola di cinismo del PRI lamalfiano: il marchingegno della “politica dei contenuti” per stare al governo con la DC e trafficare con il PCI. Ben presto i liberali in carriera spostarono la loro offerta verso la committenza delle imprese e i loro boss. Nel 1999 l’associazione Società Libera del manager ex Fininvest Franz Tatò (noto per ristrutturazioni aziendali all’insegna della decimazione) promosse una mostra itinerante in cui l’inconfessato odio per democrazia e demos metteva nello stesso sacco Stalin e Roosevelt. Il segnale d’avvio per la fondazione di club profit oriented dedicati a incolpevoli intellettuali anglosassoni: la Hume del torinese gné gné Luca Ricolfi, la Adam Smith dello spettrale Alessandro De Nicola. Con una propensione a occupare pagine di giornale e puntare ai piani alti; una corrività verso l’idea mistificatoria che il leader dominante all’epoca – Silvio Berlusconi – potesse davvero realizzare la rivoluzione liberale che strombazzava. Nella continuità di una militanza dalla parte dei ricchi e potenti. In quelle pratiche da camerieri che ora li vede arrivare nelle stanze del governo guidato da un loro affine quale Mario Draghi.



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