Il socialismo e la barbarie dei papa-entusiasti di sinistra

I nostri papa-entusiasti di sinistra non colgono la convergenza tra liberismo compassionevole e dottrina sociale cattolica.

Giancarlo Straini

A qualche giorno dal flame mediatico suscitato dall’apparizione televisiva di papa Francesco a Che Tempo Che Fa, può essere interessante esaminare anche alcuni commenti degli “entusiasti di sinistra” – rimasti affascinati (gli capita spesso) dalle parole di Bergoglio – in aggiunta al commento di Marco Marzano “Che incenso che fa. Il Papa, Fazio e l’intervista mancata, che condivido. La critica non è rivolta al papa (personaggio simpatico, che fa il suo mestiere e lo fa anche bene), né a Fabio Fazio (non-intervistatore genuflesso di fonte all’audience e al “Santo padre”), ma agli “entusiasmi” di una sinistra che ha smarrito se stessa.

Sarebbe interessante fare un esperimento: chiedere a una classe di una scuola media di scrivere ciò che immaginano che il papa direbbe in una intervista televisiva. I ragazzi e le ragazze di questa scuola probabilmente non raggiungerebbero le finezze letterarie dell’Ufficio stampa del Vaticano, ma quasi tutti scriverebbero qualcosa contro la guerra, contro il commercio di armi, contro la distruzione dell’ambiente, contro la povertà, a favore di chi soffre, dei migranti, dei poveri, ecc.

Forse qualcuno, che ha sentito criticare il greenwashing delle multinazionali in materia ambientale, potrebbe domandarsi, per analogia, se esista anche un socialwashing, se si possa effettuare un’analisi critica del discorso del papa, che confronti quelle parole con le azioni e con le parole dette in altre occasioni. Ma sarebbe troppo pretendere tale capacità da ragazzi e ragazze giovani e inesperti.

La pretesa di non fermarsi all’episodio e alla superficie è invece giustificata verso chi ha esperienza politica e si esercita abitualmente in analisi anche complesse, a maggior ragione se è un ateo o un agnostico che non si lascia “distrarre” da una fede, come può capitare a chi crede nel capo della sua chiesa. Capita invece di leggere i testi di “analisti” che in altre occasioni esprimono sottili raffinatezze, ma quando parlano del papa perdono l’elementare capacità di distinguere una strategia di marketing da una più generale strategia politico-culturale.

Eppure è abbastanza noto che Ratzinger ha abbandonato l’incarico per varie ragioni, forse non tutte nobilissime, e anche perché il suo approccio “razionalistico” (un razionalismo teologico, ovviamente, non quello relativista della scienza) non era adeguato ai tempi. Bergoglio invece è stato scelto proprio perché più capace di comunicare con lo Zeitgeist populista di questa fase storica, uno spirito del tempo con cui si è formato nell’Argentina del peronismo, dove ha elaborato la sua teologia del popolo, da non confondere con la teologia della liberazione che ha avuto da Bergoglio qualche modesto riconoscimento solo post mortem.

Bergoglio si è subito presentato con un atteggiamento non enfatico ma popolare, colloquiale, da confidente della porta accanto, anti-elitario, superficialmente “anti-sistema”, pubblicizzando piccoli gesti, come andare da solo dall’ottico, usare la parola “cacca” in una intervista, esprimere compassione verso i peccatori (che però restano tali).

Detto molto sinteticamente, Bergoglio è diventato papa perché ritenuto capace di comunicare con uno stile populista e perché garantiva contemporaneamente che sul piano della dottrina nulla sarebbe cambiato. E così è stato.

Il “nucleo” della chiesa cattolica si restringe sempre più, soprattutto in Europa, ma la crisi del socialismo, della sua speranza in un futuro migliore, lascia spazio all’escatologia religiosa, che consola in terra e sublima verso il regno dei cieli. È uno spazio politico vuoto che favorisce la rinnovata presenza della religione nella sfera pubblica, che non risolverà la crisi del cattolicesimo “integrale”, ma almeno aggiungerà un cerchio, sia pure “a bassa intensità”, che protegga il suo kernel, il suo nocciolo duro. E non dispiacerà agli atei devoti dell’élite dominante che hanno riscoperto la funzione di controllo sociale esercitata storicamente dalle religioni.

La religione è un fenomeno estremamente complesso, è un insieme di dimensioni (di campi, di ambiti): quella delle pratiche religiose, che sono in netto calo soprattutto tra i giovani; quella della dottrina, della spiegazione del rapporto con la sfera ultraterrena, che appare rigido e irriformabile; quella della chiesa come istituzione, che appare altrettanto rigida e incapace di rinnovarsi; quella della fede, del rapporto individuale con il sacro, che si divarica tra scetticismo, fondamentalismo e religiosità a bassa intensità (appartenenza senza credenza); quella dell’etica, delle regole di comportamento che funzionano da collante (controllo) sociale; quella della politica, con le sue varie articolazioni più o meno confessionali; e anche la dimensione della comunicazione di massa, tramite i media.

In passato queste dimensioni erano articolate ma stavano insieme in modo abbastanza organico. Oggi non è più così: ogni dimensione segue una traiettoria autonoma, talvolta contraddittoria, indipendente dalle altre. Come in un’azienda multinazionale conglomerata, che in una sua branca estrae combustibili fossili, o compra terre in Africa, e contemporaneamente adotta una strategia di marketing con cui si costruisce un’immagine rassicurante, rispettosa dell’ambiente, fattore di equilibrato sviluppo, con slogan suadenti. Un buon giornalista, o un buon sindacalista, potrebbe far notare che tali nobili dichiarazioni non sono coerenti con l’assenza di donne nei ruoli apicali dell’azienda, che permangono discriminazioni verso chi “pecca” di non aderire alla filosofia aziendale, anche se, grazie alle human relations (o alle leggi vigenti), non viene brutalmente licenziato, ma “solo” stigmatizzato e emarginato professionalmente.

Questi critici intermittenti papa-entusiasti tendono a rispondere a queste obiezioni ammettendo che permangono divergenze, per esempio sull’aborto, ma – lasciano intendere – “cosa pretendi da un papa, che fa già così tanto?”. Però non dicono cosa il papa ha effettivamente realizzato, oltre qualche suggestiva dichiarazione, ed è effettivamente difficile dirlo perché delle tante “rivoluzioni” annunciate (sulla stampa) non ce n’è una che abbia cambiato di una virgola la dottrina, o che abbia riformato in profondità l’istituzione.

Anche la minimizzazione della “divergenza” sull’aborto e sui diritti civili nasconde questioni ben più profonde, cioè il presupposto di una “natura” intesa non come condensato storico ma come essenza, creata da dio e interpretata dalla chiesa, in contrapposizione all’hybris, alla superbia di chi pretende di autodeterminarsi. La tanto celebrata enciclica Laudato si’ è infarcita di frasi suggestive, ma in premessa dichiara esplicitamente che la natura, il corpo, la vita, non sono nelle disponibilità dell’umanità; vanno “curate” perché sono un dono di dio (sarebbero più precisi se lo definissero un comodato d’uso). Questo ambientalismo, reso mistico e simbolico, non aggiunge nulla di concreto, ma consente alla chiesa di stare agganciata a un tema “in agenda” ribadendo la sua critica antimodernista all’autodeterminazione dell’umanità.

Una strategia di marketing efficace, dotata di ampi mezzi propri e di ampio accesso ai media altrui, deve anche sapersi diversificare per raggiungere i diversi target. Dopo la pubblicazione della Laudato si’ e prima di Fratelli tutti, il Corriere della Sera ha distribuito gratuitamente il libro di Bergoglio, La via di Gesù. Il Vangelo secondo Francesco. È un inno all’obbedienza, al modello di donna rappresentato dalla madonna (“La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore”), contro la presenza di Satana, contro l’autodeterminazione (“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”).

Dunque l’intervista a Che Tempo Che Fa non è una notizia; lo è in parte solo per il mezzo usato, non per i contenuti. Questo caso sembra effettivamente dare un po’ ragione al determinismo tecnologico di McLuhan (“il mezzo è il messaggio”) e dentro la chiesa cattolica c’è chi si è chiesto se Bergoglio l’anno prossimo andrà al Festival di Sanremo; domande che vengono non solo dalla destra reazionaria ma anche da chi teme che troppa enfasi posta sulla “chiesa-ong” possa contribuire a desacralizzare il cattolicesimo.

Ma ai nostri entusiasti piace proprio il taglio sociale della comunicazione marketizzata del papa. Eppure basterebbe grattare solo un po’ la superficie per accorgersi che la dottrina sociale cattolica si basa sul principio di sussidiarietà, cioè su un antistatalismo (a senso unico, perché i sussidi statali sono graditi, eccome!) che pretende che il welfare pubblico universalista sia sostituito dal privato (profit e non profit), per esempio dalla sanità convenzionata, dalla scuola paritaria.

I nostri papa-entusiasti, che pure continuano a dichiararsi materialisti e seguaci della filosofia della prassi, non solo si accontentano idealisticamente del “verbo” ma lo decontestualizzano fino a non cogliere che le parole di Bergoglio trasmettono una visione del mondo basata non sui diritti (egualitari) ma sulla carità (gerarchica e strumentale), sulla filantropia (sussidiata ed esentasse). Non colgono la convergenza tra liberismo compassionevole, dottrina sociale cattolica e federalismo divisivo leghista; fino a commentare (ahinoi!) con parole alte e pensieri bassi: “Socialismo o barbarie, grazie Papa Francesco”.



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