I silenzi della sinistra sul Patto di stabilità

Il silenzio della sinistra, da Shlein, a Conte e Landini, sul Patto di stabilità, rappresenta l’ennesima occasione persa per posizionarsi a favore di un’Europa unita sul coordinamento delle politiche fiscali, industriali, ambientali e sociali. L’assenza di critica nei confronti dell’austerità neoliberista dell’UE, lascia nuovamente alle destre l’appannaggio della difesa degli interessi nazionali.

Sergio Cesaratto

Nei giorni scorsi le trattative sulla revisione del Patto di stabilità si sono complicate dopo l’indurimento della Germania che, esigendo aggiustamenti dei conti su obiettivi chiari e prefissati, ha rimesso in discussione la proposta già da tempo avanzata della Commissione (si veda l’articolo di Clericetti). Il governo italiano che già cercava ulteriori margini di flessibilità, si è a sua volta irrigidito dichiarando di non poter sottoscrivere patti fuori dalla portata del Paese. Il compromesso che è in vista accoglierà le richieste tedesche con qualche contentino a Francia e Italia. Ciò che risulta assordante è il silenzio mantenuto da Schlein, Conte e Landini sulla vicenda. Per carità, negli scorsi giorni PD e M5S hanno rumorosamente contestato il governo sul reddito di cittadinanza e sull’ennesima copertura all’evasione fiscale del lavoro autonomo. L’impressione è tuttavia che il sacrosanto chiasso su questi temi, sia anche servito a coprire l‘assenza di una analisi critica delle questioni europee che caratterizza da troppo tempo la sinistra italiana. Questo nonostante l’Europa abbia nuovamente dato il peggio di sé in un ritorno agli anni più cupi dello scorso decennio.
Anche se presentata come un superamento delle rigidità del passato, già la proposta della Commissione prefigurava al massimo una semplificazione dell’insieme di vincoli di bilancio che si erano affastellati nel tempo. Certo, essa prevede che i singoli Paesi possano contrattare con la Commissione piani “personalizzati” di rientro dal debito pubblico “eccessivo”, concordando un tasso di variazione della spesa pubblica primaria (al netto cioè dalla spesa per interessi) da rispettare nei quattro anni successivi (sette se impegnati nelle “riforme”). Tuttavia questa regola di spesa pluriennale rimane all’insegna dell’austerità, essendo volta a generare surplus primari di bilancio destinati alla riduzione del debito pubblico. Essa tiene poco conto degli effetti negativi dei tagli di spesa sull’andamento del PIL (dunque sulle entrate fiscali), degli effetti sociali devastanti, della ricaduta sugli altri Paesi, e fissa obiettivi di spesa pluriennali sulla base di ipotesi arbitrarie sull’andamento futuro dei tassi di interesse, la variabile chiave per disavanzi e debito. La proposta della Commissione – che possiamo ben definire proposta Gentiloni – è dunque lontana dal concepire la politica economica europea come un tutt’uno basato sul coordinamento di politica fiscale, monetaria, industriale, ambientale e sociale.
Su questa proposta già rigida e austera è successivamente calato il mantello tedesco che esige obiettivi numerici precisi di riduzione di deficit e debito, un palese ritorno al passato su cui si prefigura un accordo. Il governo italiano si è opposto e, io credo, in quel momento la sinistra avrebbe dovuto esplicitare con chiarezza la propria contrarietà alle regole europee quali si vanno prefigurando, non lasciando ancora una volta alla destra l’appannaggio della difesa degli interessi nazionali. Gli elettori questo lo vedono benissimo. Il momento dei distinguo avrebbe naturalmente dovuto seguire, ma non con l’usuale accusa alla destra di essere poco credibile perché poco europeista. Piuttosto, è la sinistra ad aver perso credibilità in quanto acriticamente europeista.
La questione è come affrontare con realismo gli scarsi margini di manovra che l’Europa monetaria – una creatura sfacciatamente neoliberista – lascia a politiche nazionali progressiste. Per farlo la sinistra dovrebbe cominciare da un esame di coscienza sul trentennio trascorso, dall’accondiscendenza su Maastricht e la moneta unica (l’eccezione furono Lucio Magri e Rifondazione), sino all’acquiescenza alle politiche di austerità. Dovrebbe farlo liberandosi dall’utopia di un’impossibile Europa federale, condannandosi all’irrilevanza politica perché l’Europa è quella che già si palesa davanti ai nostri occhi. Affrancarsi da questo passato imbarazzante è il primo passo per evitare la politica dello struzzo vista in questi giorni – probabilmente accompagnata da una sottaciuta delega a Gentiloni.
CREDITI FOTO: ANSA / MASSIMO PERCOSSI



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