I vaccini, Big Pharma e gli obiettivi della sanità mondiale

I paesi ricchi della terra dovrebbero impegnarsi a sostenere la ricerca e la produzione di quei farmaci e alimenti indispensabili a una dignitosa sopravvivenza della popolazione povera attraverso una forte politica di economia di stato.

Mario Riccio

Chi aveva – ingenuamente – sperato che all’indomani del summit mondiale sull’emergenza covid – svoltosi a Roma a fine maggio – i vaccini sarebbero stati disponibili per tutti a un costo quasi zero, è rimasto sicuramente deluso. Ma tanto erano nei giorni seguenti le roboanti dichiarazioni dei leader mondiali di abolire la proprietà intellettuale sui brevetti – che sarebbe poi solo uno degli elementi fondamentali per raggiungere tale scopo – che forse qualcuno ci ha veramente creduto. Ma è difficile pensare che Big Pharma – stiamo parlando della realtà commerciale forse più diffusa, radicata ed aggressiva nel mondo – possa rinunciare ai suoi profitti miliardari, disponendo oggi più che in passato dello strumento fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità e per far ripartire in sicurezza ogni attività umana.

Inoltre, anche qualora si riuscisse a raggiungere l’abolizione dei brevetti – anche se non si comprende attraverso quale pretesa giuridica – assisteremo sicuramente ad un conseguente aumento del costo del vaccino che Big Pharma – coerente allo logica del profitto, peraltro unico obiettivo che la guida – applicherebbe per compensare le eventuali perdite.

Ma la questione del costo del vaccino – aggiungerei anche della delocalizzazione produttiva e della distribuzione – potrebbe essere una seria occasione di riflessione circa gli obbiettivi della sanità mondiale piuttosto che un inutile dichiarazione di intenti.

Tutti gli argomenti a favore di un vaccino a costo quasi zero potrebbero infatti essere applicati a molti altri farmaci essenziali o agli stessi programmi per combattere la fame nel mondo. Nel terzo mondo la popolazione muore ogni giorno per fame e per mancanza di farmaci, molto più che per il covid. Farmaci quali ad esempio i comuni antibiotici che inutilmente riempiono – per poi scadere – i cassetti degli armadietti farmaceutici delle nostre case. Questi farmaci che al singolo cittadino occidentale costano poco se non niente – mentre comunque incidono sulla spesa sanitaria complessiva che poi è ancora a carico della comunità – sono introvabili e assai costosi per le popolazioni più povere della terra. Liberare vaccini, antibiotici ed altri farmaci salvavita dall’aggravio del profitto delle aziende farmaceutiche li renderebbe ovviamente più disponibili.

Anche il nostro Comitato Nazionale di Bioetica ha definito il vaccino anti covid “bene comune”, da interpretare come un diritto da rendere accessibile e gratuito a livello mondiale

Oggi però il mondo occidentale si preoccupa dei danni che potrebbero ricadere su se stesso da una mancata immunizzazione anche nei paesi più poveri e, forse solo per questo motivo egoistico, si chiede come fare a dare assistenza ai meno abbienti.

Se la tutela della salute – che per alcuni rimane comunque bene primario e diritto inviolabile della persona – si scopre essere anche egoisticamente interesse economico di tutti ed in particolare dei più ricchi, dovrebbe allora essere protetto diversamente.

I paesi ricchi della terra dovrebbero allora impegnarsi a sostenere la ricerca e la produzione di quei beni (farmaci, alimenti) che permettano almeno una dignitosa sopravvivenza della popolazione povera attraverso il sostegno di una forte politica di economia di stato per taluni prodotti essenziali. Tema sempre delicato perché suscita immediate reazioni in coloro che vedono in questo il rischio della rinascita ideologica di passati regimi dittatoriali. Ma se si vuole sottrarre un bene alla logica del mercato non sembrano esserci strade alternative.

Ma quella che ieri poteva sembrare solo una utopica ed ingenua convinzione di qualche povero militante no-global – vedi Genova 2001 – oggi l’emergenza planetaria della pandemia la potrebbe trasformare in un inevitabile obbiettivo per tenere in vita l’economia mondiale.

Venendo infine dal generale al particolare. Abbiamo visto come anche le politiche sanitarie regionali, quando sono governate da una gestione sensibile agli interessi dell’investitore privato, risultino inadeguate a fronteggiare un evento come quello pandemico. In proposito, la vicenda della Regione Lombardia ne è un chiaro esempio.



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