Il trumpismo vince a Madrid e Iglesias abbandona la politica. Quale futuro per Podemos?

Il voto non ha sancito solo la vittoria della destra ma è da interpretarsi anche come una bocciatura al governo nazionale di coalizione di sinistra. Da ora in avanti ci aspettano mesi di polarizzazione costante, dove la destra punterà a far cadere Sánchez.

Steven Forti

Poteva andare peggio per la sinistra nelle elezioni regionali di Madrid? Probabilmente no. Il Partido Popular (PP) stravince (44,7%, 65 deputati), sfiorando la maggioranza assoluta e potrà governare in solitaria, per quanto con l’appoggio esterno dell’ultradestra di Vox: è il primo partito in praticamente tutte le circoscrizioni elettorali della regione e ottiene più voti delle tre formazioni di sinistra, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Más Madrid (MM) e Unidas Podemos (UP). Il dato salta ancora più all’occhio tenendo conto che nel 2019 il PP si era fermato al 22,2%, incalzato dai liberali di Ciudadanos e da Vox. La candidata del PP, Isabel Díaz Ayuso, presidentessa nell’ultimo biennio, ridà slancio a una formazione che viveva una fase di profonda crisi e riconquista l’egemonia a destra, divorando letteralmente Ciudadanos, che con il 3,2% rimane sotto la soglia di sbarramento: (passa da 26 a 0 deputati) e frenando l’avanzata di Vox (9,1% e 13 seggi, uno solo in più rispetto al 2019) .

In un precedente articolo spiegavo perché queste elezioni regionali erano importanti: rischiavano di sconvolgere i già fragili equilibri politici spagnoli. Così è stato. Non si tratta solo della vittoria della destra che, detto en passant, governa la regione da ben 26 anni, ma del tipo di vittoria e delle sue ragioni. Da un lato, il risultato è da interpretarsi anche come un voto di castigo al governo di coalizione di sinistra formato dai socialisti e Unidas Podemos. Hanno pesato sicuramente la stanchezza per un anno di pandemia e le conseguenze della crisi economica, per quanto limitate dalle politiche sociali approvate da Pedro Sánchez.

Rimangono incognite sul fatto che questi risultati siano esportabili anche al resto del paese, ma è indubbio che per l’esecutivo di coalizione – che si appoggia su un’eterogenea maggioranza in Parlamento – la strada si fa ora in salita. Potrà contare sui fondi europei e sullo sperato successo della campagna di vaccinazione – più lenta comunque del previsto, come in tutta l’UE – ma un PP galvanizzato dalla vittoria di Ayuso non cederà su nulla, men che meno su accordi chiave che hanno bisogno di maggioranze qualificate nelle Cortes di Madrid. Saranno mesi di polarizzazione costante dove la destra punterà a far cadere il governo.

Dall’altro, Ayuso ha colto quello che potremmo definire lo spirito del tempo. La sua campagna si è giocata tutta su tre lemmi: libertà, meno tasse e anticomunismo. Un mix di berlusconismo e trumpismo in salsa iberica, insomma. Non è un caso che Matteo Salvini l’abbia subito lodata. Nell’ultimo anno, la presidentessa madrilena si è presentata come la vera opposizione al governo di coalizione: si è opposta irresponsabilmente alle restrizioni sanitarie, ha mantenuto aperti bar e ristoranti fino a notte, ha fomentato un inesistente identitarismo madrileno e ha difeso l’abbassamento delle tasse. Tra l’altro, Madrid è la regione più ricca e con la tassazione più bassa del paese: il progetto aznariano di convertire la capitale spagnola in una specie di Miami iberica, trasformando le due Castiglie in un deserto, si è basata essenzialmente sul dumping fiscale. Il solo annuncio da parte del governo di voler tentare di armonizzare la fiscalità per evitare l’aumento dei divari regionali è stato utilizzato da Ayuso per mobilitare un’amplia coalizione sociale che appoggia il mix di neoliberalismo e libertarismo marchio di fabbrica del PP.

Ma non è solo l’economia a spiegare questo voto. I popolari hanno fatto propria la retorica dell’ultradestra, imponendo un frame – libertà versus comunismo – che ha segnato indiscutibilmente la campagna elettorale, quanto mai tesa, con tre ministri socialisti e Pablo Iglesias che hanno ricevuto minacce di morte. Più che parlare delle migliaia di morti per il Covid, della pessima gestione sanitaria del governo di Ayuso, dell’irresponsabilità di opporsi a tutte le restrizioni decretate dall’esecutivo di Sánchez, della privatizzazione della sanità madrilena, degli anziani lasciati morire – letteralmente – nelle RSA sulla falsa riga del caso lombardo, si è parlato della libertà di potersi bere una birra nei locali aperti. La destra conservatrice tradizionale – il PP è membro dei popolari in Europa – ha deciso di virare a destra e puntare tutto sulle guerre culturali. Se per non farsi divorare dal nazionalpopulismo, i conservatori, oltre ad allearsi e sdoganare l’estrema destra (Vox appoggia esternamente diversi governi regionali e locali del PP e Ciudadanos), si convertono in quello che Roger Eatwell e Matthew Goodwin chiamano “nazionalpopulismo light”, beh, la notizia non è sicuramente positiva. Per nessuno.

E la sinistra? Quando il frame è quello delle battaglie culturali, di questi tempi la sinistra è tagliata fuori. A meno che non riesca a rompere quel frame. Lo si è visto a Madrid. La discesa in campo di Iglesias – dimessosi a sorpresa dalla vicepresidenza del governo per concorrere alle elezioni madrilene – e la polarizzazione della campagna elettorale con lo slogan “democrazia contro fascismo” lanciato dalle sinistre non ha fatto altro, alla fin fine, che favorire Ayuso. È pur vero che sia Más Madrid, piattaforma civica fondata due anni fa dall’ex numero due di Podemos Íñigo Errejón (17%, 24 seggi), e UP (7,1%, 10 seggi) migliorano i risultati del 2019, ma più che altro a discapito di un PSOE quanto mai anchilosato che ottiene il peggior risultato di sempre (16,9% e 24 deputati) ed è superato da Más Madrid. La sua candidata, Mónica García, si converte così nella vera leader dell’opposizione a Ayuso.

Non c’è dubbio che Iglesias è stato coraggioso nel metterci la faccia: è riuscito ad evitare il naufragio di Unidas Podemos, ma nulla più. Forse non aveva capito che la sua figura più che mobilitare il voto di sinistra rischiava di attivare i votanti contrari. Anche per questo ha annunciato l’abbandono alla politica, dopo essere riuscito in soli sei anni a portare Podemos dalle piazze al governo e aver sofferto attacchi quotidiani e denunce su presunti scandali che sono sempre state archiviate dalla magistratura. Il logoramento personale è stato enorme.

Ora tocca capire quale sarà il futuro per Unidas Podemos. Iglesias ha indicato nell’attuale ministra del Lavoro, Yolanda Díaz, molto apprezzata dalle parti sociali, la futura candidata della coalizione. Ed il partito? Quanto è sostituibile Iglesias? Si parla di bicefalia e come futura segretaria generale si fa il nome di Iole Belarra, ministra dei Diritti Sociali che ha sostituito proprio Iglesias al governo. Si deciderà in un prossimo congresso dove Podemos dovrà anche ripensarsi. C’è uno zoccolo duro di votanti, sì, ma non sono molti di più di quelli che dieci o vent’anni fa appoggiavano Izquierda Unida. E sul territorio il partito è poco organizzato. Ma, di fondo, la questione è che, come cantava Bob Dylan oltre mezzo secolo fa, i tempi sono cambiati: non siamo più nel 2015, non c’è più l’onda lunga del movimento degli indignados.

La soluzione per resistere al governo, arrivando fino alla fine della legislatura prevista nel 2023, e rinnovarsi a livello organizzativo è in realtà semplice (almeno a dirsi). Da una parte, portare avanti l’agenda progressista accordata un anno fa e non frenare su nulla (legge sugli affitti, maggiori diritti civili, riforma del lavoro, distensione con Barcellona, ecc.): ma qui è fondamentale il PSOE. Se, dopo la batosta di Madrid, Pedro Sánchez virerà al centro, facendosi intimidire da un PP trumpizzato, ci sarà poco da fare. Sarà il suicidio per entrambi. Dall’altra, vedere come “un’opportunità” l’abbandono di Iglesias per ricucire le fratture degli ultimi anni con chi ha abbandonato Podemos, dal settore più pragmatico di Errejón agli anticapitalisti. Una figura di consenso come Yolanda Díaz potrebbe aiutare, così come una donna alla guida del partito. Solo ricostruendo uno spazio a sinistra che sia solido ma eterogeneo, partecipato e radicato sui territori, Unidas Podemos potrà superare la fine dell’era Iglesias e rinnovarsi. Non sarà facile.

[Foto EPA/Kiko Huesca]



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