L’igloo di Giap, la guerriglia e il conflitto ucraino

La folle prepotenza teologica dell’aggressore potrà sempre essere contrastata e vinta dalla ostinata, coraggiosa, ‘scientifica’ resistenza di un popolo intero.

Michele Marchesiello

L’Igloo di Giap è il primo degli oltre cento igloo realizzati a partire dal 1968 da uno dei principali esponenti dell’Arte Povera, Mario Merz. Lungo l’esterno dell’igloo correva una iscrizione al neon che riproduceva una frase attribuita a Vo Nguyèn Giap, comandante in capo dell’Esercito Popolare del Nord Vietnam: “Se il nemico si concentra perde terreno, ma se si disperde perde forza”.

All’epoca dei fatti Giap era impegnato nel momento più delicato del conflitto che lo contrapponeva agli americani. Da anni ormai la tenacia del popolo vietnamita e le sofferenze inaudite cui era stato sottoposto avevano provocato un grande movimento di solidarietà che superava le ragioni ideologiche e trascendeva le proteste rituali contro la politica estera americana.

Il senso e il valore dell’opera di Merz hanno superato e in qualche modo reso meno rilevante quel contesto, quella temperie terzomondista e sessantottina che l’aveva caratterizzata al suo apparire. Agli occhi stessi dell’artista (appartenente del resto alla generazione che aveva combattuto la Resistenza, partecipando alle azioni di Giustizia e Libertà), la frase attribuita a Giap – associata alla forma dell’igloo – rivestiva un significato più ampio e generale, riferibile a ogni situazione di conflitto tra un esercito ‘di popolo’, apparentemente destinato a essere sopraffatto, e un nemico, soverchiante per forze, mezzi, tecnologie militari, di cui sarebbe stato facile prevedere l’immancabile successo.

La frase – in realtà – non sembra sia stata mai pronunciata dal Comandante vietnamita ma è considerata l’invenzione di un altro famoso ‘comandante’, Ernesto ‘Che’ Guevara, che gliel’ha attribuita nella sua prefazione all’edizione cubana di ‘Guerra di popolo, esercito di popolo’ di quel Nguyèn Giap ribattezzato all’epoca come ‘Il Napoleone della guerriglia’.

Scriveva il ‘Che’:

La tattica si riassumeva in una parola d’ordine: se il nemico si concentra, perde terreno; se si disperde, perde forza. Nel momento in cui il nemico si concentra per attaccare di prepotenza, bisogna contrattaccare in tutti i luoghi in cui il nemico ha dovuto rinunciare all’impiego sparso delle proprie forze. Se il nemico si volge a occupare determinate località a piccoli gruppi, il contrattacco avrà luogo a seconda della correlazione in atto in quelle località, ma ancora una volta la forza fondamentale dell’urto nemico si troverà dispersa”.

A colpire Mario Merz fu il carattere assoluto di un’affermazione apparentemente banale: il nemico diventava l’idea stessa del nemico in una situazione dialettica, un modo proprio del pensiero orientale, un’idea mentale: quasi la regola di un gioco, dal cui rispetto dipendeva la vittoria.

In questo senso è stato detto che i vietnamiti combattevano la guerra in termini scientifici, e proprio per questo erano destinati a vincere nonostante la disparità delle forze in campo, mentre gli americani l’avrebbero pensata in termini teologici o comunque ideologici: che spesso è la stessa cosa. E la guerra l’avrebbero inevitabilmente perduta gli americani.

È difficile oggi sfuggire al confronto con l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina di Zelensky.

La teologia, oltre che la strapotenza delle armi, è dalla parte del dittatore-autocrate, mossosi in nome della Santa Russia e della visione ‘euroasiatica’, con la benedizione del patriarca Kyrill e dell’ideologo Alexandr Dugin.

L’intelligenza scientifica alla Giap è invece del comico rivelatosi grande e abile Comandante del suo popolo. Che l’aggressore si concentri, perdendo terreno, o che si disperda, perdendo forza, la guerriglia degli ukraini (‘tutto il mio popolo è in armi’) è sempre pronta a rintuzzare con successo l’ormai stremato strapotere dei russi. Sino alla vittoria.

E l’igloo di Merz? La forma dell’igloo corrisponde al rifugio temporaneo dei cacciatori eschimesi durante i loro spostamenti di caccia. Gli eschimesi si uniformavano al principio di Giap, diffondendosi sul territorio o concentrandosi a seconda delle circostanze, proprio come in una guerriglia condotta scientificamente. Adattamento continuo alle mosse del nemico, mobilità e capacità assoluta di resistenza associano la forma dell’igloo agli eschimesi come ai vietnamiti e – infine – ai coraggiosi combattenti ukraini.

La questione, è chiaro, non è più solo strategica ma speculativa e – in misura non minore – persino etica. C’è nell’insegnamento del Comandante Giap un significato etico che va al di là del modo di condurre un conflitto.

La folle prepotenza teologica dell’aggressore potrà sempre essere contrastata e vinta dalla ostinata, coraggiosa, ‘scientifica’ resistenza di un popolo intero.



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