Il buio oltre il vetro

L’ombra del giorno, di Giuseppe Piccioni, film dolcemente politico, prodotto e interpretato da Riccardo Scamarcio.

Flavio De Bernardinis

L’ombra del giorno è un falso film in costume, perché parla soprattutto dell’oggi, come fu anche L’ultimo metrò, di François Truffaut, al quale vagamente somiglia. Il ristorante gestito da Luciano, reduce di guerra, alla fine degli anni Trenta, piazza del Popolo in Ascoli Piceno, è il rifugio nel quale il protagonista matura il proprio disincanto nei confronti del fascismo che inizialmente aveva fiancheggiato, grato del sostegno reso a chi aveva combattuto in trincea.

La grande vetrata del ristorante, filmata in tutta la sua ampiezza da Giuseppe Piccioni, che firma la regia, e con Gualtiero Rosella e Annick Emdin la sceneggiatura, è il diaframma trasparente ma invalicabile tra Luciano e il mondo. Diaframma che può ricordare il palco di un teatro, ma soprattutto lo schermo televisivo di oggi, dietro al quale tanti, molti, troppi intendono nascondersi.

Dietro il vetro negli anni Trenta c’è il buio del fascismo, la piccola media borghesia di provincia quale suo cupo serbatoio elettorale, e se pur piombato nella luce lo spettacolo coreografico delle Giovani Italiane, che danzano e pattinano in piazza in alma divisa, con la M del duce sul petto. Come accade ancora oggi, che dietro la tv in salotto c’è il cuore di tenebra del pianeta, pur innaffiato da spot luminosi e sgargianti, e balletti di retorica insopportabili.

È dunque questa, l’ombra del giorno, ossia lo spazio pavimentato della grande piazza, Ascoli/Italia, lindo e assolato, con il suo formicolio di figure, che Luciano scruta nell’ombra della sala ristorante, protetto dalla grande vetrata, dove i segni della guerra in trincea su di lui, una gamba malconcia, si confondono tra la cucina e il servizio.

A sconvolgere il piccolo grande letargo di Luciano sarà Anna/Esther, una ragazza ebrea in fuga, di cui l’uomo perdutamente si innamora. La assume subito, prima in cucina, poi nel servizio ai tavoli, per il piacere suo, ma anche di colleghi e clientela.

È proprio Anna che gli riversa addosso tutte le contraddizioni conficcate nel cono d’ombra di una giornata pigra e infinita. Luciano, chiuso nel suo rifugio, è o non è un fascista? Si è soliti, al cinema o in letteratura, oppure nel giornalismo, sottolineare il carattere del fascista che dorme in ciascuno di noi. Ebbene, Anna, davanti a un Luciano ormai sconnesso, testimonia esattamente il contrario. Portando a esempio la figura di Giuseppe Ungaretti, reduce di guerra e sostenitore del regime, la ragazza dimostra che del fascismo non vi è traccia in quelle poesie: il fascismo è soltanto una corazza goffa, tetra e malmessa, capace però di nascondere e soffocare ben altro. Il vuoto dell’esistenza che si consuma, dietro il vetro di un ristorante, oppure, in toni sublimi, nei versi di Allegria di naufragi.

Non l’intimità del fascismo, allora, ovvero gli italiani tutti interiormente fascisti, ma il suo opposto, ossia gli italiani tutti schiacciati e protetti sotto la coltre spessa del fascismo. Che riempie vuoto con vuoto.

Luciano ha inteso giocare il regime agendo sul suo stesso terreno: pur di non indossare la comune camicia nera, si è nascosto tutto solo, in borghese, dietro la vetrata. Ma il nero di tenebra resta.

Piccioni filma il vuoto che si insinua partendo dal sole del giorno, la piazza d’Italia, fino ai corridoi e gli scantinati, le cucce degli italiani, simili a rifugi antiatomici, e sceglie un’inquadratura larga, il formato 2:35.1 panoramico, che in tv soffrirebbe e invece in sala avvolge e raccoglie, e movimenti soffici della cinepresa accompagnati dai piccoli spostamenti dei personaggi, intercalati nei momenti di pericolo da brusche panoramiche a schiaffo.

Riccardo Scamarcio si invecchia nei panni di Luciano, e offre forse la sua prova più matura, reggendo a spalle larghe il peso del primo piano, e sostenendo un dialogo affidato sovente all’implicito e al non detto. Benedetta Porcaroli, nel ruolo di Anna/Esther, interpreta per la prima volta un personaggio con un vissuto preciso alle spalle, segnato dal dolore e dall’amore, tenendo segretamente in sospeso donna e fanciulla. Lino Musella, il fascista scisso tra tornaconto e fede, è semplicemente il miglior caratterista italiano oggi. Sandra Ceccarelli ha una scena soltanto, ed è un peccato. Antonio Salines, a cui il film è dedicato, vive qui la sua ultima scena.

Il buio oltre il vetro in cui risiede Luciano avrebbe rischiato di imperversare davvero, se non ci fosse stato infine il montaggio di Esmeralda Calabria, che taglia le inquadrature e le sequenze senza seguire necessariamente gli sguardi dei personaggi, ma costruendo uno sguardo terzo, del narratore in scena, che è infine lo sguardo del pubblico oggi, cosa per cui L’ombra del giorno si rivela ben presto un falso film in costume.

L’ombra del giorno diventa così anche un film dolcemente politico, in bilico tra i toni della novella e lo spessore del romanzo, ieri come oggi, che parla di quegli italiani eternamente non-storici e non-fascisti che credono di approfittare del ruolo storico del fascismo, qualsiasi fascismo, per proteggere un sentimento che non saprebbe altrimenti come prendere forma. Quando passa all’improvviso l’amore, la macchina della Storia sembra rimettersi quindi in funzione, ma a quel punto anche il film è finito. Non resta che la riflessione dello spettatore al di qua dello schermo, tra luce e buio: e non è poco.



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Flavio De Bernardinis

Il film come atto linguistico. Nel libro “Cinema e parole” di Nunzio La Fauci un punto di vista originale sulla comunicazione cinematografica.

Il film scritto e diretto da Fabio e Damiano D’Innocenzo permette di fare il punto sulla qualità del paradigma critico circolante.

Lo squilibrio maggiore di cui soffre il film di Adam McKay riguarda il rapporto tra i due stili adottati, il satirico e l’elegiaco.

Altri articoli di Cultura

Jazz, fantascienza nera e oltre: “L’invasione degli afronauti” di Giorgio Rimondi (Shake edizioni).

Riflessione a partire dal libro “Io, mio padre e le formiche. Lettera ai ragazzi sui desideri e sul domani” di Rosella Postorino.

La sua arte ci ha restituito ritratti, gli individui coagulati in piccole folle. Gli eventi, il dolore ma anche le rivendicazioni sociali e quelle politiche.