Il campo di battaglia per unire l’opposizione sarà il contrasto all’autonomia differenziata

Sarà il terreno dell’autonomia differenziata quello in cui si misurerà davvero la possibilità che le forze di opposizione politica a questo Governo riescano a unirsi in un fronte comune e dare vita a un contrasto reale, efficace, alle politiche della destra capitanata dagli eredi della dottrina fascista. Per ora le disponibilità ci sono, il lavoro collettivo è cominciato grazie innanzitutto alla caparbia iniziativa di realtà dell’associazionismo come la Rete dei Numeri Pari, guidata da Giuseppe De Marzo, che il 19 giugno alla Camera dei Deputati ha dato vita al Convegno “Una e indivisibile” per consolidare la convergenza fra coloro che hanno intenzione di portare un contributo al fronte “NO AD”. Ma le difficoltà e gli elementi che possono ostacolare il percorso sono ancora tanti.

Federica D'Alessio

Il percorso di lotta dal basso contro il disegno dell’autonomia differenziata è cominciato almeno cinque anni fa, raccogliendo le preoccupazioni e le iniziative provenienti innanzitutto dal mondo della scuola, dove la regionalizzazione competitiva produrrebbe una dissoluzione di fatto dell’unità della Repubblica, impedendo ai suoi cittadini di ricevere la stessa educazione. Lo ha ricordato Giuseppe De Marzo, nel corso del convegno “Una e indivisibile” alla Camera dei Deputati, il 19 giugno. Nel tempo l’attenzione verso questo pericolo è stata molto scarsa, anche a causa del fatto che lo stesso centrosinistra ha accarezzato e tuttora accarezza, sebbene in modo meno convinto di prima, alcune fantasie di autonomia differenziata. Non solo perché il titolo V della Costituzione che ha consentito l’apertura a progetti di autonomia differenziata fu modificato nel 2001 sotto il governo Amato, ma perché il patto Stato-Regioni che consegnava a queste ultime le deleghe su tutti i campi di applicazione delle autonomie fu firmato nel 2018 sotto il governo Gentiloni e in prima fila fra gli aspiranti a questo tipo di regionalizzazione antistatale c’era la Regione Emilia-Romagna, la più notoriamente rossa d’Italia. Come ha fatto un progetto che i comitati, i sindacati, i costituzionalisti definiscono “eversivo” a farsi strada per anni in modo così smaccatamente bipartisan? E bisogna pensare che sia solo il fatto che oggi il progetto porti il nome del leghista Roberto Calderoli ad aver convinto tanti che è infine il caso di contrastarlo? Come è stato ricordato tanto da Azzariti quanto da don Luigi Ciotti nel corso dell’iniziativa, è innegabile – sebbene gli esponenti delle forze politiche lo ammettano balbettando e con grande riluttanza – che se l’autonomia differenziata è scivolata così in basso nell’attenzione pubblica e se il progetto ha proceduto così a lungo è perché il centro-sinistra, la parte “progressista” del mondo politico qualsiasi cosa questo termine significhi nel 2023, non solo non l’ha combattuta ma l’ha accolta. Così come è stata accolta in generale da tutte le forze politiche quella che la studiosa Chiara Cordelli ha definito “privatocrazia”, di cui lo smantellamento del welfare state centralizzato ed egualitario rappresenta un tassello cruciale.

Da cosa ripartire dunque? Secondo i comitati contro l’autonomia differenziata, la bussola c’è e si chiama Costituzione. “La Costituzione italiana è una Costituzione programmatica, che traccia la strada per un modo di essere cittadini e società. È stata scritta con sobrietà e saggezza per essere d’aiuto in tempi di ebbrezza e sbandamento”, ha ricordato Azzariti. “Rappresenta la sintassi per la costruzione di un nuovo progetto alternativo alla triade Dio-Patria-Famiglia: parole a cui noi dobbiamo contrapporne altre, Libertè-Egalitè-Fraternitè”.

Autonomismo e regionalismo sì, ma all’insegna della solidarietà
Azzariti – che è anche il coordinatore del tavolo permanente di confronto con le forze politiche contro l’Autonomia Differenziata costituitosi con l’assemblea alla Casa internazionale delle donne ad aprile 2023 – ha esposto in modo chiaro come l’intento della riforma sia “cambiare le forme del governo: l’intenzione dichiarata è stravolgere la forma-Stato imponendo un regionalismo competitivo, egoistico; abbandonando dunque il regionalismo costituzionale di tipo solidale, fondato sul principio di differenziazione ed esaltazione delle virtù locali, e non degli egoismi. L’articolo 5 della Costituzione dice: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.” La forma-Stato prevede perciò la differenziazione, prevede il rispetto delle autonomie, ma all’interno di una Repubblica una e indivisibile cui fa capo l’esercizio della cittadinanza, cioè la partecipazione di ogni persona alla sfera pubblica, e la protezione della sfera pubblica come il campo d’azione attraverso il quale la Repubblica assume come compito “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’autonomia differenziata in tempi di privatocrazia, come ha ricordato nel corso della mattinata anche Luigi De Magistris, non è dunque rispetto delle autonomie né tantomeno si ispira all’autodeterminazione dei popoli,  bensì stravolge la distribuzione del potere creando – parole ancora di Azzariti – “una democrazia dei capi” in cui i presidenti delle Regioni diventano di fatto, di concerto con l’esecutivo, i veri depositari dell’azione politica. Il Parlamento, “già oggi di fatto piegato alla funzione di ratifica delle decisioni governative, viene completamente esautorato. Il nostro obiettivo dev’essere tornare a una politica costruita sul rapporto fra rappresentanti e rappresentati, sulla possibilità di scegliere i propri eletti – oggi la legge elettorale fa sì che gli stessi elettori si limitino a ratificare le scelte delle segreterie di partito – e sul ripristino del ruolo autonomo del potere legislativo”.

Occorre riscoprire la rappresentanza e le sue istituzioni parlamentari. “Rivendicare questa ispirazione contro il disegno presidenzialista e regionalista competitivo. Che potrà apparire e in parte è nebuloso nell’applicazione, ma è chiaro nell’ispirazione politica di fondo.” E se la Costituzione italiana, “la più inapplicata del mondo”, non può essere difesa attraverso un partito giacché è il testo di riferimento di tutta la società e non solo di una sua parte, è tuttavia giunto il tempo che si conformi in modo più serio “un fronte per rivendichi l’attuazione della Costituzione repubblicana. Le forze politiche hanno detto sì a questo, ma ora dobbiamo passare dalle parole ai fatti: politiche concrete per contrastare atti e proposte, singoli disegni di legge, un sapere diverso e una cultura costituzionale diversa: la Costituzione come programma e non come intralcio”.

Un’opposizione unita è possibile?
Una volta posta in essere una politica costituzionale condivisa, ha ricordato il costituzionalista, a quel punto ci si può anche dividere: “Si può competere per conquistare uno specifico consenso elettorale, rimanere distanti su tanti temi, dalla politica estera alla giustizia. Ma la Costituzione come arma di affermazione dei diritti delle persone contro la concentrazione del potere deve unire. È il momento di smettere di seguire le ragioni degli altri: torniamo a inseguire le nostre parole e forse ritroveremo un popolo che oggi è disperso, ma non indomito”.

Che esista un segmento di società reattivo nei confronti dell’autonomia differenziata, con un’avanguardia innanzitutto all’interno del mondo della scuola e dei sindacati scolastici, è d’altro canto piuttosto evidente. Marina Boscaino, presidente dei “Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata”, Dianella Pez, presente ieri in sua vece al Convegno, Carmen D’Anzi dei Cobas Scuola, Francesca Ricci di Uil Scuola, Maria Pistorino di Flc-Cgil e Orazio Ruscica di Gilda Unams sono i rappresentanti sindacali che più spesso negli ultimi tempi hanno preso la parola, per mettere in guardia sui pericoli che una scuola frazionata per Regioni comporterebbero in termini di distruzione dell’unità della Repubblica; dalla differenziazione salariale a quella dei programmi scolastici, il senso stesso della scuola come formazione alla cittadinanza ne uscirebbe stravolto. Sono innanzitutto le scuole che si sono mobilitate per firmare il sostegno alla proposta di legge di iniziativa popolare presentata a inizio giugno al Senato; ma, come ha ricordato Massimiliano Saccucci del Movimento dei Docenti, “è strano stare nella stessa stanza oggi con tutte queste forze politiche, perché sono le stesse che per anni hanno ignorato i nostri allarmi quando inviavamo informative sullo stato della scuola e sulla minaccia costituita dal disegno dell’autonomia differenziata”. A fronte di una società civile che, seppur poco informata sulla qualità eversiva di questo disegno – su cui i media non si stanno soffermando – si dimostra comunque reattiva, il punto debole della questione è costituito proprio dalla risposta timida, incerta, delle forze politiche che, nonostante una  disponibilità apparentemente senza condizioni alla costituzione di un’agenda sociale condivisa, nei loro tentativi di avvicinamento si mostrano molto prudenti e reciprocamente guardinghe – questa è stata la sensazione sia all’assemblea di aprile scorso, sia durante l’appuntamento di ieri.

Da quale visione si parte
La posizione più complicata è quella delle forze che hanno attivamente sostenuto, attraverso l’azione di governo, progetti di autonomia differenziata. Il centrosinistra, ancor prima della fondazione del Partito Democratico, è quello che ha messo le basi per il disastro attuale. Il Partito democratico, ma non di meno i Cinque Stelle durante l’esperienza di governo del Conte 1, hanno proseguito su questa strada. Le regioni, già oggi, a cominciare dalle tre grandi capitane Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, delineano un interesse trasversale al colore politico ad acquisire il maggior potere possibile.

Un punto rimane inevaso: queste aperture all’autonomia differenziata provenienti da sinistra sono avvenute per “inseguire le ragioni degli altri”, come ha suggerito ieri Azzariti? O forse perché, come suggeriva l’appassionato intervento di don Luigi Ciotti, le ragioni di fondo, la visione etica e socioeconomica di riferimento sono ormai le stessa della destra? Che visione ha della funzione dello Stato la sinistra di questo Paese? Che visione ha dell’economia, della privatocrazia, della competizione, della meritocrazia? Che idea ha del “privato sociale” sulla base del quale in modo del tutto bipartisan, all’unanimità, vengono approvate leggi come la legge delega al Governo 33/2023, che ha di fatto buttato fuori dal Sistema sanitario nazionale a carattere universale la popolazione anziana che soffre di malattie croniche, consegnando la loro cura ai servizi sociali su base regionale, affidati interamente al sistema privatistico? Le grandi domande che rimangono senza risposta sono quelle legate agli orientamenti politici di fondo. Senza ragionare a partire da questo, nessuna alleanza sarà mai davvero possibile e non basteranno le convergenze pur importanti su singoli elementi, provvedimenti e leggi. Distinguere il piano dell’azione a contrasto della riforma Calderoli da quello della proposta di società alternativa alla “chiara idea di società che questa destra sta portando avanti”, come ha ricordato Marco Furfaro della segreteria del Partito Democratico e come ha ben descritto don Luigi Ciotti, diventa cruciale e irrimandabile. Anche per mettersi in condizione di analizzare correttamente i fenomeni sociali in corso, i cambiamenti, le intenzioni dell’avversario e, nient’affatto scontato, le proprie.

In questo senso pillole interessanti di analisi e proposta sono giunte da tutti gli interventi delle forze politiche presenti al Convegno alla Camera.

Da Alessandra Maiorino, che ha ricordato come la logica competitiva cui è improntato il regionalismo dell’autonomia differenziata risponda alla visione del mondo di questa compagine di governo esemplificata nella dicitura “Ministero dell’Istruzione e del merito”, così come nell’idea di una scuola frammentata per programmi e controllabile attraverso l’ultra-localizzazione, “un chiaro obiettivo degli ultraconservatori in tutto il mondo”.

Peppe De Cristofaro di Sinistra Italiana ha rivendicato aver fatto parte già nel 2001 di quel segmento di sinistra che si oppose ai cambiamenti alla Costituzione: “Ben venga chi nel frattempo ha cambiato idea”, ha detto ricordando anche a Maiorino che gli stessi 5 Stelle durante il Conte 1 hanno favorito le intese Governo-Regioni verso l’autonomia differenziata. D’intesa con la senatrice 5 Stelle, ha sottolineato come la riforma dell’autonomia differenziata, se colpirà di certo il sud Italia, non metterà comunque nemmeno le ali al Nord, perché anzi un’Italia frammentata sarà molto più debole sui tavoli di negoziazione a Bruxelles. Soprattutto, De Cristofaro ha accentuato la necessità che l’opposizione politica “trovi una sponda nel Paese reale. Per molti mesi i riflettori sono stati spenti sull’autonomia differenziata. Molte persone non hanno ben chiaro neanche cosa sia. Ora, dopo tante manifestazioni di piazza, possiamo costruire un’alleanza larga che ci serve”. Ma, ha ricordato sempre De Cristofaro, “serve un movimento di massa critica capace di fermare la riforma, ma anche di chiedere al Paese un ripensamento critico su questi vent’anni. La questione sociale è di prima grandezza e necessita un ripensamento di un indirizzo politico e culturale che ha segnato negativamente la storia di questo Paese negli ultimi dieci/venti anni”.

Marco Saracino della segreteria PD ha sostenuto che il doppio sostegno all’autonomia differenziata e al presidenzialismo rappresenta una contraddizione interna al Governo, “nella quale dobbiamo entrare, così come dobbiamo stanare tutti i punti su cui mistificano la realtà: non è possibile garantire i Livelli essenziali di prestazione senza intaccare il bilancio dello Stato, che prevede già una spesa per ciascun cittadino del nord superiore a quella per ciascun cittadino del Sud: rispettivamente 17mila e 13mila euro l’anno”.

“In realtà autonomia differenziata e presidenzialismo sono un combinato disposto perfetto e non sono in contraddizione fra loro”, ha ricordato Luigi De Magistris. “Entrambe le riforme rispondono al tentativo di costruire un assetto verticistico per il Paese, secondo il disegno piduista. I Presidenti di Regione otterrebbero infatti molto più potere attraverso la burocrazia. E le possibilità corruttive crescerebbero a dismisura. “Chi si è occupato di mafia sa che la maggior parte degli scandali nella gestione della spesa pubblica si verificano a livello di amministrazione regionale.”

Il capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, Francesco Silvestri, ha invitato alla “veemenza” nell’azione parlamentare per impedire l’approvazione della riforma, registrando una forte disponibilità di Marco Furfaro, responsabile delle Politiche sociali per la segreteria del Partito Democratico. Furfaro, che ha dialogato idealmente con Silvestri, ha anche sottolineato come le polemiche seguite alla manifestazione di sabato 17 giugno contro la precarietà, lanciata dai 5 Stelle con la partecipazione della segretaria dl Pd Elly Schlein, servano “a minare e scongiurare ogni possibilità di unità delle forze di opposizione: ciò che non vogliono è essere disturbati mentre affermano la loro chiarissima visione di società: un modello di sviluppo anacronistico che si ritrova perfettamente anche nel Decreto Lavoro e del quale l’autonomia differenziata è integralmente parte”.

Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista ha ricordato l’occasione mancata dei referendum regionali sull’autonomia differenziata del 2017 in Veneto e Lombardia, quando i partiti oggi disposti a contrastare il disegno si schierarono per il “sì critico“. A dimostrazione di quanto fragili siano le visioni politiche a fondamento di decisioni prese di volta in volta. Ma un conto è, come già detto, intervenire sulle visioni di mondo, di società e di Stato; un altro è fermare un disegno di legge distruttivo.

Lucido su questo Stefano Fassina di Polo Progressista, che ha spiegato come “le forze in campo devono ampliarsi anche alla destra contraria a questo disegno: i sindaci della destra vanno coinvolti, resi parte della controffensiva. Gli imprenditori del Nord, a cominciare da Confindustria, hanno espresso le loro perplessità. Gli ordini professionali e le associazioni, altrettanto. Alcuni pezzi di destra democratica vanno coinvolti in questa battaglia, perché è esistenziale per la Repubblica”. Fassina ha anche ricordato che “il regionalismo competitivo non è frutto di un’idea delle classi dirigenti italiane. È scritto nei trattati europei. Le politiche europee per la produttività spingono verso una visione favorevole al regionalismo differenziato, perché alcuni pezzi di Nord soffrono i freni posti dal doppio vincolo: quello esterno e quello interno. Allora il vincolo interno, quello statale, diventa sacrificabile. Bisogna entrare anche in quest’ordine di problemi”. Per Fassina, la controffensiva per “la Repubblica una e indivisibile diventa complicata da fare anche se lasciamo i termini ‘patria’ e ‘nazione’ tutti alla destra. Dobbiamo riprenderci tutte le parole della Costituzione e la Costituzione dice che gli eletti in Parlamento rappresentano la nazione. Che difendere la patria è sacro dovere di ogni cittadino.”

Franco Russo dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata e infine Giuseppe De Marzo, coordinatore della Rete dei Numeri pari, hanno ricordato la fitta agenda di appuntamenti e mobilitazioni previste per l’estate, come la manifestazione per la sanità del 24 giugno prossimo e quella per la Costituzione del 30 settembre, promosse dalla Cgil. Il tavolo di lavoro interparlamentare, costantemente animato dall’iniziativa della Rete dei numeri pari “per unire e mobilitare in modo trasparente”, ha di fronte un compito decisivo per il prossimo futuro: mettere le basi per una ritrovata unità dell’opposizione alla destra, che ha bisogno sul breve periodo di volontà di convergere; sul medio periodo di accordi programmatici; sul più ampio periodo di una indispensabile opera di studio e immaginazione, per una visione di società più giusta, più libera, più accogliente. Diversa da quella su cui tutto l’arco politico, e con esso la società, si è schiacciato negli ultimi trent’anni.



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