Il centrocampista Jorginho e i problemi della scuola italiana

Nel volume “Oceano scuola” (Mimesis), attraverso un ipotetico dialogo tra un insegnante esperto e una giovane neoassunta, Angelo Cannatà fa sagge proposte per affrontare i problemi della scuola italiana.

Carlo Scognamiglio

Pare che alcuni giorni fa il talentuoso centrocampista della nazionale italiana di calcio, Jorginho, abbia rilasciato una dichiarazione stimolante da molti punti di vista. Sollecitato sul suo stile di gioco, l’atleta ha precisato che i suoi numerosi passaggi possono apparire come banali consegne del pallone. Tuttavia, solo in questo modo è davvero possibile disegnare la geometria delle azioni successive, incidendo sull’impostazione di gioco della squadra.

Un ragionamento analogo si può aprire sulla scuola italiana, dove da più parti si snocciolano perle di saggezza o generici appelli per una globale ridefinizione del suo assetto, e mi riferisco con ciò alle sistematiche uscite perentorie e roboanti di alcuni intellettuali nostrani, straordinariamente avvezzi a parlare di ciò che non conoscono e che molto spesso neanche capiscono.

Angelo Cannatà, professore di liceo e saggista, ha appena pubblicato per Mimesis un libro intitolato “Oceano scuola”, in cui racconta, attraverso un ipotetico dialogo tra un insegnante esperto e una giovane neoassunta, le molteplici articolazioni – nel bene e nel male – della dimensione scolastica liceale. Naturalmente il quadro reale è molto più vasto e intricato, poiché la vita nella scuola del primo ciclo è assai diversa da quella dei licei, che a loro volta scavano un solco profondo tra sé e gli istituti tecnici o professionali. Ma il tema del rapporto educativo in fondo è circolare, e lo si può afferrare da qualsiasi punto, e prima o poi si arriva al cuore della questione.

Il racconto di Cannatà viaggia tra i molteplici aspetti di una transizione perenne che tormenta la scuola italiana (e non solo, per la verità): l’idea del programma scolastico, superata ma persistente, la lezione frontale e l’attivismo pedagogico, la relazione autoritaria contro quella accogliente, genitori invadenti e difesa degli organi collegiali. E così, inanellando una serie di episodi veri o verosimili, Cannatà pone sul tappeto alcuni problemi vivi. Alla fine del volume, poi, propone una sorta di decalogo per rimettere in piedi questo traballante sistema.

Se per molto tempo io stesso ho evocato gli “Stati generali” per ridefinire ruolo e finalità della scuola italiana, oggi mi sento più vicino a Jorginho, ritenendo preferibile qualche piccolo assestamento, capace però di spostare gli equilibri. Tra i saggi suggerimenti di Cannatà, ad esempio, ne basterebbero forse un paio, al massimo tre, per avviare una trasformazione profonda. E invece niente. Da alcuni anni se cambia qualcosa, o è inessenziale, o peggiorativo.

Partiamo dalla proposta di adeguamento salariale degli insegnanti al livello dei colleghi europei. Questo è evidentemente il passaggio cruciale. Persino nelle stucchevoli polemiche sulla lezione frontale non si può prescindere da questo problema, dal momento che sarebbe evidente persino a un asino che l’efficacia didattica di una lezione frontale è strettamente correlata ai tempi di preparazione che la precedono, allo spessore culturale e le qualità comunicative del soggetto che la costruisce. E dunque appare persino ridondante indugiare ulteriormente su una tale ovvietà: o si rende la professione docente economicamente sostenibile per chi la vive, e rimunerativamente apprezzabile per gli universitari più talentuosi, oppure l’alternativa è il declino. Va bene il fascino di una professione “intellettuale”, ma non può essere un’opzione professionale da rentier o una sindrome da masochismo missionario. Ogni discorso sulla scuola che non prenda le mosse da un sostanziale aumento della retribuzione degli insegnanti è semplicemente “fuffa”.

Oltre al diritto di essere seguiti da insegnanti dignitosamente riconosciuti, gli studenti hanno la giusta pretesa di strutture e infrastrutture adeguate alle proprie esigenze di crescita e apprendimento. E allora – ha ragione Cannatà – anche su queste voci occorrerebbero investimenti più seri e sistematici.

Ma non si tratta solo di elargire finanziamenti, bensì – in un certo senso – anche di ritirarli, o meglio, di riordinarli. Lascerei senz’altro alle scuole autonomia di programmazione didattica, ma sottrarrei loro l’autonomia di gestione economica. La destinazione di piccoli fondi per le attività aggiuntive nelle scuole ha prodotto nel tempo anche patetiche dinamiche di competizione e piccoli privilegi nelle amministrazioni scolastiche. Basta con i giannizzeri! Meglio forse costituire presso ciascun ufficio scolastico regionale (anche su base provinciale) dei nuclei di esperti in didattica e sociologia dell’educazione, per valutare e approvare i progetti educativi delle scuole in merito all’arricchimento dell’offerta formativa, per predisporne poi i necessari finanziamenti. Sollevato dagli oneri di contrattazione, al dirigente scolastico si potrebbe e si dovrebbe restituire ciò che dovrebbe accompagnarlo per tutta la vita, cioè l’obbligo di mantenere almeno 6 ore di insegnamento a settimana, come accade in Catalogna. Se il preside-sceriffo è risibile, il manager rischia di essere pericoloso.

Pochi passaggi, come Jorginho, giusto per riaprire una partita educativa, che per molti è la partita della vita.



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