Il clan del porto: se la politica riscopre i vantaggi della lordship

Gli intrighi affaristici che stanno emergendo in seguito all’esplosione del caso Toti dicono molto dell’odierna natura del sistema politico in Italia. Chi ricopre cariche istituzionali è ormai distante dall'idea che il potere dovrebbe servire la collettività e non gli interessi personali dei politici o degli imprenditori amici. La democrazia italiana è bloccata in una fase transitoria, basata su rapporti di tipo feudale. Questo sistema di potere di natura clanica è incompatibile con la democrazia.

Fabio Armao

A volte è proprio vero: la realtà supera, e di molto, la fantasia. Le cronache genovesi di questi giorni imbastiscono una sceneggiatura dalla quale Martin Scorsese saprebbe trarre la trama di una nuova serie di Boardwalk Empire, in salsa pesto. Boss di partito in vena di concessioni (portuali) in cambio di finanziamenti elettorali, affiancati dai loro accoliti intenti a intessere le relazioni; imprenditori nel settore dei rifiuti (qui, in realtà, entriamo nel campo d’azione di Tony Soprano) o della grande distribuzione in cerca di licenze, autorizzazioni e terreni (o spiagge); e poi, ancora, un manipolo di mafiosi in apparenza ridotti al ruolo di procacciatori di voti, necessari a rieleggere il boss medesimo. Tutti (tranne, forse, i più schivi mafiosi) desiderosi di percorrere quella passerella che porta allo yacht dove si discutono i dettagli degli accordi e si brinda ai successi, magari anche facendosi immortalare dai paparazzi. Insomma, un Impero del lungomare con Genova al posto di Atlantic City.
Gli esperti si lanciano in arditi confronti con le vecchie tangentopoli, l’opinione pubblica invoca una volta di più la riscoperta della questione morale. Mentre i politici, sornioni, scommettono sull’incapacità della magistratura – l’unico corpo dello stato di fatto rimasto a salvaguardia della legalità – di riuscire a dimostrare in sede processuale il nesso causale tra dazione di denaro e ottenimento dei favori richiesti; scommessa oltretutto truccata, data la perseveranza dimostrata in questi ultimi anni nel privare le procure di strumenti di indagine e di appigli normativi. La corruzione per loro si sa, in fin dei conti, è soltanto un atto di liberalità del signore nei confronti dei suoi vassalli (purché ad alto reddito).
Siamo sinceri: un politico o un funzionario dello stato potrà comprendere la natura criminale del proprio gesto corruttivo soltanto qualora abbia sviluppato un senso almeno minimo del proprio ruolo istituzionale, che è proprio ciò che più difetta alle élite di governo attuali (e, verrebbe da dire, più per ignoranza dei fondamentali che per dolo). Nell’esperienza storica, lo stato moderno si è emancipato dalla propria condizione “patrimoniale” nel momento in cui è riuscito a produrre una spersonalizzazione dei rapporti di potere, quando cioè il sovrano si è trovato costretto ad accettare il fatto di non essere lui lo stato, ma di rappresentare soltanto un ruolo, una funzione, all’interno dello stato – una condizione, detto per inciso, imposta dall’evoluzione della società e, in particolare, dal trionfo della borghesia e del capitalismo.
Ora, in Italia ci si lamenta spesso dello scarso patriottismo, del fatto che non siamo mai diventati davvero una nazione, quando il problema è che nel tardivo e incerto processo di unificazione il nostro paese, dal punto di vista istituzionale, è rimasto impantanato nella fase transitoria dello stato transpersonale, basato sul rapporto vassallatico, capace di integrare la consanguineità (la kinship in senso stretto) con una nuova forma di obbligazione politica basata sul feudo e sul territorio (lordship).
Nelle sue originarie manifestazioni storiche, lo stato transpersonale preludeva alla nascita del moderno stato-nazione burocratico di weberiana memoria. Nel caso italiano, invece, il termine intende identificare una peculiare deviazione dai modelli consolidati di istituzionalizzazione, almeno nella tradizione europea occidentale. E l’adozione di un percorso alternativo che, per una serie di circostanze storiche, invece di agevolare il passaggio dalla fedeltà alla persona alla fedeltà alle istituzioni, sembra congelare lo sviluppo al livello della fedeltà ai potentati che, di volta in volta, si alternano alla guida del governo – e questo è tanto più vero a livello regionale e municipale.
È a partire da questo deficit, che ha accompagnato l’intera nostra storia dalla monarchia alla repubblica, che bisogna sforzarsi di comprendere gli eventi che, con sempre maggiore frequenza, riempiono le cronache dei nostri giornali. E che si sostanziano nella crescente diffusione di un nuovo sistema di potere di natura clanica che, per esser chiari, non prefigura alcun ritorno al Medioevo; ma, ciò che più conta, è del tutto incompatibile con la democrazia.
Il potere clanico che prende forma in Liguria, come in Puglia o in Sicilia o nel Piemonte sabaudo si basa sugli stessi due fondamenti: 1) la costruzione di un sistema di “relazioni interpersonali ritualizzate”, che arriva persino a riscoprire i vantaggi dei rapporti di parentela (quanti figli e mogli sono coinvolti nelle indagini?) e 2) un controllo capillare del territorio, di cui si rivendica letteralmente il possesso e il diritto di saccheggio. La forza di questi nuovi clan consiste, tuttavia, nella loro capacità di cumulare capitale sociale nei più diversi ambiti: politico, economico e persino del terzo settore – ci siamo dimenticati di Roma capitale e delle cooperative che lucravano sull’accoglienza ai migranti?
Detto in altri termini, il loro obiettivo è accrescere il “tasso di convertibilità” del proprio capitale sociale cumulando relazioni, competenze e professionalità in settori differenti. Tale capitale (e la sua varietà) è ciò che garantisce, poi, i profitti, quelli veri e non virtuali, facilmente monetizzabili in cariche politiche e di sottogoverno, in utili imprenditoriali e così via. Un ulteriore corollario è che, una volta redistribuiti nelle loro varie forme agli affiliati del proprio clan, i profitti accrescono la coesione del gruppo e, di conseguenza, la sua efficienza, generando un circolo (virtuoso soltanto per i diretti interessati) difficile da interrompere e destinato a marginalizzare sempre di più chiunque, nella sfera politica o imprenditoriale, abbia velleità di candidarsi a concorrente.
Il successo di questo vero e proprio nuovo modello di società, che privilegia gli interessi di un clan a discapito di quelli della comunità, trova fondamenti storici alquanto solidi nel recente passato del nostro paese. Innanzitutto nella crisi inarrestabile dei partiti politici di massa che – come argomentavo più diffusamente in queste stesse pagine oltre due anni fa – si sono in buona sostanza estinti, sopravvivendo nella forma di semplici ologrammi di ciò che erano stati un tempo. In secondo luogo, nel perdurante trionfo di un “capitalismo politico” che vede gli imprenditori intenti a perseguire la crescita non per meri fini economici, ma come un modo per raggiungere dimensioni tali da garantire loro un maggior potere contrattuale nei confronti dei politici. Un sistema, quindi, intrinsecamente parassitario, nel quale entrambi gli attori hanno interesse a svendere la propria anima al miglior offerente – ma l’élite politica mantiene la prerogativa di mettere all’incanto ciò che in realtà non possiede, i beni pubblici; e di questo va comunque ritenuta responsabile, a prescindere dal giudizio di una corte.
E poi c’è il terzo incomodo, la mafia, un autentico governo ombra, l’unico convitato in grado di fornire una utility essenziale al politico per rinnovare il proprio potere in occasione di quelle fastidiose ritualità imposte dalla democrazia che sono le scadenze elettorali: pacchetti di voti. E l’unico, conviene non dimenticarlo mai, a disporre di risorse di intimidazione e di violenza. Scomparsa dai media, rimossa dal dibattito politico, continuiamo a trattarla come un’appendice criminale, una minaccia esterna al sistema, quando invece è da troppo tempo intrinseca ad esso; costituendo, ormai, una componente spesso imprescindibile del potere clanico, settore nel quale del resto può rivendicare a buon titolo una secolare esperienza.
Non è un caso che la colonizzazione del Centro e Nord Italia da parte delle mafie si sia sviluppata in maniera esponenziale dopo Tangentopoli, con il loro ingresso trionfale in settori che vanno dagli appalti pubblici e dal campo immobiliare, al sistema sanitario pubblico e privato, dal commercio e dal turismo alla vendita all’ingrosso e al dettaglio. Sono le mafie ad avere ereditato dai vecchi partiti di massa la funzione, essenziale, di abbattere i “costi di transazione” tra i diversi comparti del sistema, attenuando le frizioni e accelerando le procedure; riducendo gli ambiti di incertezza “istituzionalizzando” le relazioni di fiducia entro un contesto, clanico appunto, fatto di regole stringenti anche se non scritte e di un controllo sociale che non esclude, se necessario, il ricorso alla sanzione violenta.

 



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Fabio Armao

L'utopia dei due popoli in uno Stato rimarrà tale finché la guerra sarà il motore politico di chi governa in Israele e Palestina.

La via diplomatica più efficiente per raggiungere la pace è rendere meno conveniente la guerra, privando gli oligarchi delle loro immense ricchezze.

L’esito del voto non garantisce la democraticità dei vincitori, soprattutto in un paese nel quale il fascismo si è affermato (anche) per via elettorale.

Altri articoli di Politica

Gli indipendentisti della Nuova Caledonia accusano la Francia di voler fomentare una forma subdola di re-colonizzazione nell'arcipelago.

L'Alta Corte di Giustizia inglese ha ritenuto insufficienti le garanzie sulla salvaguardia di Assange fornite dagli Stati Uniti.

Tra le Ong che salvano le persone migranti e la riuscita delle loro missioni non c'è il mare, ma i decreti dei nostri governi.