Il contagio dello slow journalism

Come diffondere il giornalismo di qualità? Un dialogo con Peter Laufer, uno dei “padri” dello “slow journalism”.

Christian Ruggiero

[English version]

Che cos’è lo slow journalism? Ce lo spiega Megan Le Masurier in un articolo del 2015. È una risposta alla iper-accelerazione del mondo nelle news, tanto dal punto di vista dei produttori quanto da quello dei consumatori. È una forma di giornalismo che rivendica la necessità di “prendersi il proprio tempo”, il che è alla base tanto della formula del giornalismo investigativo quanto delle diverse forme “lunghe” di reporting, dal new journalism al giornalismo letterario. Ma è soprattutto un approccio, ispirato alla formula “buono, pulito e giusto” del movimento slow food, e in effetti lo slow journalism è esso stesso un movimento.
Il parallelismo con i principi dello slow food è portato avanti da Harold Gess, non a caso in un articolo dedicato alla rappresentazione del cambiamento climatico nei media. “Buono” si riferirebbe a un’attenta ricerca di informazioni rilevanti per una particolare comunità. Sarebbe ben prodotto e “gioverebbe alla cultura” attraverso la caratteristica della qualità. Il giornalismo “pulito” sarebbe etico e non corromperebbe o abuserebbe delle comunità in cui viene praticato. Eviterebbe gli stereotipi e “sosterrebbe la sostenibilità degli ecosistemi e dei mezzi di sussistenza, la giustizia sociale e svilupperebbe il senso del destino condiviso di una comunità”. “Equo” rimanderebbe infine a un giornalismo di sostegno, che renderebbe i media accessibili alla comunità e garantirebbe condizioni di lavoro non improntate allo sfruttamento.

Può sembrare un modello ideale, ma può contare su testate attive già da diversi anni in diverse parti del mondo. Gli esempi più celebri, riportati da Daniele Nalbone e Alberto Puliafito nel loro libro, sono l’olandese De Correspondent, l’inglese Delayed Gratification, il danese Zetland. Ma anche nel panorama italiano abbiamo degli esempi che sono quantomeno assimilabili al modello “slow”: Valigia Blu e Internazionale su tutti.
Dal punto di vista della produzione delle notizie, ciò significa aspirare a un giornalismo accurato, verificabile e tracciabile dai consumatori in quanto ispirato a principi di trasparenza, rilevante per una particolare comunità, prodotto in uno spazio indipendente o alternativo, collaborativo. Dal punto di vista del consumo delle news, significa acquisire il ruolo di consumatori critici, in grado, tra le altre cose, di mettere in discussione le notizie che promettono soluzioni semplici a problemi complessi; evitare i rapporti da echo chamber; spegnere i canali all-news quando è possibile; comprare parte delle notizie che si consumano; andare oltre il “leggi di più”; esercitare la libertà di parola. Si tratta di alcune delle regole per i consumatori di informazione con le quali Peter Laufer, uno dei “padri” dello slow journalism, autore di un libro uscito prima in Italia che negli Stati Uniti, dove insegna alla Università dell’Oregon, ha introdotto il tema nel corso della sua visita alla Sapienza.
Il quadro che emerge dal confronto con questo eminente studioso va anche oltre l’ipotesi, necessaria, per cui lo slow journalism non è una direzione obbligata per l’industria delle news: si tratta, in effetti, di una forma di contagio di pratiche di produzione e fruizione dell’informazione che, come dimostra il documentario diretto da Alberto Puliafito, si diffondono a ogni latitudine, nel tentativo del giornalismo di generare nuovi anticorpi verso la versione deteriorata di sé stesso.

Andiamo dritti al cuore della questione: come è compatibile il modello “lento” con un mondo che corre sempre più veloce? C’è un B-Movie italiano che si chiama, non a caso, “Fermate il mondo, voglio scendere”, ed è la storia di un gruppo di anticonformisti che, uno dopo l’altro, vengono conquistati dallo scintillio della società dello spettacolo. Questo potere è ancora più forte oggi, non è solo in quello che vediamo al cinema o in televisione, è in uno strumento che teniamo sempre in tasca e che detta i tempi della nostra vita. La soluzione è chiaramente il compromesso, che implica una certa dose di sacrificio. Perché ne vale la pena?

Perché siamo tutti così veloci, perché è tutto così frenetico. dobbiamo trovare il tempo per rallentare, sia come produttori che come consumatori. O non sapremo nemmeno cosa ci stiamo perdendo!
Ti faccio un esempio. Mentre ti aspettavo, in questa stanza, ero in piedi davanti a questa finestra, stavo guardando questa villa dall’altra parte di via Salaria, e non potevo fare nulla. Dove vivo io, in California, è notte fonda, quindi non avrei potuto chiamare parenti o amici senza svegliarli. Avrei potuto usare il mio telefono cellulare per leggere un giornale o ascoltare qualcosa, ma ho dovuto controllare questo impulso.
Proprio perché il nostro cellulare è sempre con noi, dobbiamo trovare il coraggio di farne a meno!
Così, mi sono messo alla finestra e per lo più non l’ho guardato. Devo confessare che ho dato una sbirciata, solo per vedere se c’era qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, in particolare circa le elezioni che vedono il governatore della California presentarsi per un secondo mandato. Ma ero alla finestra e guardavo, in questa calda giornata estiva, uomini e donne che camminavano per strada, e alcuni di loro, per come erano vestiti, sembravano usciti dagli anni sessanta! Non so se lo fanno apposta, non so nemmeno se se ne rendono conto, o forse è solo la mia immaginazione, ma sembravano usciti da un film di Federico Fellini!
Stare mezz’ora alla finestra, senza il mio cellulare, mi ha permesso di vivere Roma per qualche minuto, invece di collegarmi con la California: guardavo il muro della villa, guardavo la gente che camminava per le strade. Alcuni di loro gesticolavano mentre parlavano al cellulare, chiusi nella loro bolla. Altri parlavano tra di loro, con o senza le loro mascherine, o indossandole solo a metà. La realtà invece dei pixel.
Come hai detto tu, è un compromesso. Volevo sapere delle elezioni in California: è un voto molto importante, voglio sapere subito cosa sta succedendo. Ma voglio anche avere la possibilità di perdermi a Roma per qualche ora, o anche solo osservare uno spaccato di vita della città, quello che passa sotto questa finestra. Possiamo fare entrambe le cose, dobbiamo farlo.

Come spiegheresti questo bisogno, questa necessità, a un caporedattore che volesse da te contenuti, contenuti, contenuti a ciclo continuo?

L’idea dietro il movimento slow news è che noi dobbiamo sfidare quel modello di fare informazione. È qualcosa che si fa anche dall’interno del sistema delle notizie. E uno dei modi per sfidare quel modello è, per quelli di noi che sono produttori di informazioni, ammettere che i consumatori sono al limite del loro livello di attenzione possibile. Il che è un problema da entrambe le parti della barricata: le notizie sono prodotte in un ciclo continuo che non riesce a catturare l’attenzione di un pubblico ipersollecitato.
Anno dopo anno, vedo che i miei studenti, e credo anche i tuoi, non leggono i giornali, non guardano l’informazione televisiva, non ascoltano i notiziari alla radio. E così è per le persone di tutto il mondo, e in tutto il mondo i caporedattori, e i direttori e ancor di più gli editori, hanno il problema di come catturare l’attenzione di questo tipo di pubblico.
Se potessimo rallentare un po’, differenziarci dal mélange informativo che per tanti motivi è loro estraneo, forse potremmo attirare la loro attenzione.

Secondo te, il movimento si è allargato o rafforzato in questi ultimi anni? Mi spiego: gli esempi di maggior successo hanno una data di nascita abbastanza vicina – De Correspondent è del 2013, Delayed Gratification del 2011, Zetland è il più “giovane” ed è del 2016. Questo forse significa che il secondo decennio del Duemila si apre all’insegna di una crisi, che genera una risposta che si diffonde e si incarna in iniziative rivoluzionarie che, contro ogni aspettativa, sono ancora operanti. Ma non mi viene in mente nulla nato negli ultimissimi anni. È possibile che la spinta propulsiva si sia già esaurita? O che la “nicchia” sia già satura?

Penso che stiamo cadendo nella trappola delle definizioni, e forse creare delle delimitazioni così mirate non è utile per capire a che punto sia il movimento. Penso che il modello slow influenzi il giornalismo tradizionale; Slow news può contare su esempi di successo in termini di contenuti ma non di modelli di business, che quindi quando finiscono i soldi spariscono. Ma anche in questo caso, hanno lasciato il loro segno, e la loro influenza sui consumatori e sugli altri media. Spero che il movimento riconosca che c’è un fattore comune in ballo, in termini di attrazione del pubblico che ha tempo e denaro da spendere in informazione, e anche i produttori che hanno tempo e dedizione per evitare di essere sedotti dall’informazione che arriva prima, per aspettare quella che arriva meglio al cuore delle cose.

Quindi la risposta alla tua domanda è problematica: ci sono esempi di successo da tutti i punti di vista, come possiamo vedere dal film di Alberto. Delayed Gratification ha ormai una dozzina di anni, e ha ottenuto una diffusione internazionale, un bacino abbastanza piccolo ma che ne sancisce il successo in termini di modello di business, e che rende possibile per i suoi dipendenti perseguire un modo di fare giornalismo che è sostenibile e soddisfacente.
Penso che dovremmo concentrarci meno sulle definizioni, e notare con soddisfazione e gratitudine che il modello di slow news sta contagiando la professione in modo positivo.

Il giornalismo lento è senza dubbio un giornalismo di qualità. Tuttavia, questo significa anche che può diventare un giornalismo “di lusso”? La svolta verso l’informazione “veloce” ha di fatto ampliato le possibilità di informarsi: prima per chi non aveva tempo e modo di leggere un giornale ed era “servito” dalla televisione, ora per chi si ritaglia uno spazio informativo mentre è in autobus o in treno piuttosto che perpetuare il rito della cena davanti alla tv. È chiaro che ci sono sempre stati e sempre ci saranno utenti dell’informazione più “attrezzati” dal punto di vista culturale e tecnologico a gestire il loro rapporto con l’informazione e utenti più “poveri”. Ma è possibile che la diffusione dello slow journalism possa creare ulteriori “discriminazioni” tra i consumatori di informazione?

Penso che il mondo delle notizie stia già creando più distanza nel panorama contemporaneo, quindi c’è una “nuova élite dell’informazione” così come ci sono élite in un senso più ampio.
Come incoraggiare le persone che hanno un rapporto superficiale con le notizie a passare più tempo con esse? Forse vogliono capire le questioni più in profondità. Forse richiedono una maggiore qualità nell’analisi. Non sono sicuro che sia un compito in cui avremo successo. Ma sta a noi, come giornalisti e produttori di notizie, capire come possiamo rendere l’informazione di nuovo un contenuto “di valore”, o almeno d’interesse per i suoi utenti. Questo è molto più facile per chi lavora nel campo dell’intrattenimento, ma l’obiettivo alla fine è lo stesso: il nostro pubblico deve credere che fruire di ciò che produciamo arricchirà le loro vite.
Le notizie lente sono notizie di qualità, ma non devono assolutamente essere un tipo di informazione che richieda particolari strumenti culturali, o un particolare sforzo intellettuale, per essere compresa e goduta. Quello che dobbiamo capire è come il giornalismo di qualità possa essere diffuso il più ampiamente possibile.

La dimensione collaborativa dello slow journalism emerge particolarmente in progetti legati alla migrazione o all’ambiente (penso al lavoro di Salopek sulle rotte migratorie in uscita dall’Etiopia), e si adatta bene alla copertura di questioni sanitarie in tempi di pandemia. Che tipo di utente immagini possa continuare questo tipo di lavoro, e con quali mezzi?

Si tratta di pratiche che molto probabilmente troveranno ostacoli in un modello di business in cui le risorse sono tempo e denaro, e il tempo stesso è denaro. Ma la crisi ha investito il modello di business tradizionale, e solo le aziende che sono sostenute da strutture proprietarie particolarmente ricche non si preoccupano di quanto costa fare reportage all’estero per diversi mesi e far luce su un fenomeno che i media mainstream vedono solo quando raggiunge i confini dei suoi pubblici. Questa non è una grande novità, semmai è un piccolo ritorno al passato, quando il possesso di una testata giornalistica era una professione per i figli delle famiglie ricche. Ma come in quel caso, pone un problema di possibili influenze sul punto di vista di chi racconta il mondo.

Poi c’è il cittadino-reporter. Oggi pensiamo che la tecnologia abbia la capacità di mettere tutti in grado di essere presumibilmente giornalisti. Ma alla Sapienza, all’Università dell’Oregon, nelle scuole di tutto il mondo si presume che la professionalità sia qualcosa che va insegnato e imparato, è un lungo processo di teoria e pratica. Insegnare l’etica, le basi del reporting, come generare contenuti che siano buoni, puliti e giusti. Questo è il nostro compito, come professori e come giornalisti.
L’informazione è un privilegio. Non solo nel senso di qualcosa che ha un costo, ma anche nel senso di qualcosa che implica una responsabilità. L’idea che chiunque possa usare un cellulare o un computer diffonda informazioni è importante dal punto di vista dell’emancipazione dalle élite dell’informazione. Ma dobbiamo ammettere che il più delle volte ciò che viene prodotto senza un background giornalistico può essere informazione ma non è necessariamente una notizia.
Ci sono delle eccezioni: la donna che ha acceso la fotocamera del suo cellulare e si è assicurata la prova che il poliziotto ha ucciso George Floyd in Minnesota, questo è un esempio di citizen journalism al suo meglio. Ecco perché ha vinto il premio Pulitzer.

Una ricerca ha dimostrato (in modo un po’ provocatorio) che l’uso dell’informazione “lenta” (in questo caso specifico, si parlava di Zetland) non solo non riduce, ma aumenta lo stress dell’utente dell’informazione, nella misura in cui non rinuncia all’informazione veloce e in più usa quella lenta. Come pensi che si possa uscire da questo paradosso?

Ti ho già parlato della sfida che il nostro comune amico e collega Andrea [Spinelli Barrille, ndr] mi ha lanciato qualche tempo fa. La sfida del digital detox si applicava alle notizie. Per sei giorni, avrei dovuto evitare qualsiasi fonte di informazione; avrei potuto recuperare quello che mi ero perso il settimo. Devo dire che ho trovato il tempo di fare un sacco di cose che non avrei mai potuto fare altrimenti! Ma il settimo giorno è stato piuttosto stressante.
Il consumatore di notizie deve sentirsi legittimato a prendere decisioni. Deve decidere di quante notizie pensa di aver bisogno. Se decide di fissare un limite, scoprirà che non ha bisogno di un aggiornamento ogni cinque minuti in televisione o alla radio, per non parlare del monitoraggio costante dei suoi profili social.
Non impediremo ai produttori di notizie di cercare di farci seguire le notizie ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, in modo che possano contarci, e usarci per il click bait e venderci alle concessionarie di pubblicità.
Quello che possiamo imparare da questo studio è che dobbiamo capire come gestire il nostro tempo. Dobbiamo farlo, perché c’è molto di più che ci assale e ci attrae nel mondo di oggi. Invece di guardare sempre lo schermo, guardate fuori dalla finestra la signora vestita come in un film di Fellini che cammina per strada, i tetti della villa, gli alberi che crescono… se non lo facciamo almeno una parte del tempo, diventiamo dei robot!

 

(photo Peter Laufer © Slow News)



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