Il Cremlino e il multiverso della menzogna

Almeno tre tipi di manovre linguistiche si prestano all'interpretazione delle falsità belliche russe, permettendoci di discernere un certo grado di razionalità nelle azioni linguistiche del Cremlino.

Fausto Pellecchia

Come noto, qualche giorno prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Sergey Lavrov, ministro degli Affari esteri della Federazione Russa, per tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale sulla massiccia mobilitazione dell’esercito russo lungo i confini con l’Ucraina, ha annunciato che non vi era alcuna intenzione di preparare un attacco militare. Da allora, l’elenco delle falsità russe sulla guerra è aumentato ogni giorno di più, minando radicalmente la credibilità del governo di Putin. Nei commenti occidentali si è presto diffusa la convinzione che i comunicati della Federazione russa contenessero palesi menzogne con la precisa intenzione di ingannare circa le vere intenzioni del governo russo. Questa lettura, apparentemente incontestabile, può tuttavia essere modificata e integrata se la si inserisce all’interno di questioni più generali, allorché ci si interroghi sugli scopi che Vladimir Putin e Sergey Lavrov cercano di ottenere con le loro dichiarazioni insincere sulla guerra. Come è possibile che si accetti la conseguente perdita di credibilità e di affidabilità, almeno dal punto di vista dell’audience internazionale, senza presumere di ricavarne in cambio un qualche vantaggio strategico?

In realtà, potremmo considerare che Putin e Lavrov stiano scommettendo su un gioco molto diverso dal classico gioco della condivisione delle convinzioni. Si tratterebbe di un gioco che è al centro di molti trattati sulla menzogna: normalmente usiamo il linguaggio, almeno quella parte del linguaggio contrassegnata da clausole indicative, per comunicare convinzioni. Condividiamo la nostra conoscenza del mondo con frasi indicative in modo che anche i nostri ascoltatori possano acquisirla. Perciò, anche se l’una o l’altra delle nostre convinzioni è errata, il gioco svolge una funzione importante: crea chiarezza su quali convinzioni i nostri ascoltatori possono attribuirci. Al contrario, i bugiardi minano questo gioco, perché mirano a confondere i confini tra le loro convinzioni espresse e gli effetti della loro comunicazione.

Almeno tre tipi di manovre linguistiche, a parte la classica comunicazione delle credenze, si prestano all’interpretazione delle falsità belliche russe. Non forniscono alcuna giustificazione morale per le deliberate falsità di Putin e Lavrov, né li fanno apparire come maestri strateghi. Ma ci permettono di discernere un certo grado di razionalità nelle azioni linguistiche del Cremlino.

In primo luogo, le dichiarazioni di Lavrov e Putin si propongono lo scopo di razionalizzare le preferenze bellicose già presenti e operanti nel pubblico russo. In secondo luogo, attraverso la menzogna mirano a coinvolgere nel trolling politico per acuire l’antagonismo tra “noi” e “loro”. E in terzo luogo, puntano a cambiamenti di definizione semantica delle parole alla luce dell’attuale ideologia del Cremlino.

Nella prima interpretazione, sosteniamo che si fanno affermazioni sul mondo, ma indeboliamo il presupposto che esse pretendano di esprimere convinzioni autentiche. Nel secondo caso, un punto interrogativo è già sottinteso in relazione al carattere veridico dell’affermazione. Nel terzo, sicuramente non comprendiamo le espressioni come affermazioni sul mondo, ma come tentativi di modificare gli standard semantici vigenti nella descrizione del mondo.

C’è una frase esemplare che chiarisce tutte e tre le letture: è una delle affermazioni più centrali e allo stesso tempo più assurde (e mendaci) di Putin: l’obiettivo dell’“operazione speciale” russa è la denazificazione dell’Ucraina. Un tacito presupposto per la comprensione della frase è che non dobbiamo discutere sulla sostanza “cognitiva” di questa frase, una volta che la intendiamo come un’affermazione seria. Parlare di denazificazione è una palese assurdità. Naturalmente, in Ucraina ci sono estremisti di destra, rigurgiti neonazisti, ma sono lontani dal centro del potere. Ricevono molti meno voti alle elezioni nazionali rispetto ai loro compagni di fede nella maggior parte dei Paesi occidentali. Quanto assurdo sia il discorso russo sulla denazificazione è ovviamente dimostrato anche dal fatto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyj, è egli stesso un discendente ebreo dei sopravvissuti alla Shoah. Quali giochi intendono intavolare Putin e Lavrov con le loro falsità?

Tecniche di razionalizzazione

La storia della necessaria denazificazione dell’Ucraina contiene verità frammentarie intervallate da fattuali smentite. Frammenti che offrono sostegno dialettico quando non si tratta di arrivare alla verità attraverso la deliberazione, ma piuttosto di difendere una posizione prefabbricata. Sì, ci sono nazisti in Ucraina. Sì, la Brigata Azov, creata nel 2014, si riferisce in parte ai fascisti storici. Tali fatti sono ampiamente segnalati da coloro che hanno inventato il discorso della denazificazione russa. Ora, se lo scopo di questo discorso è far apparire meno assurda una posizione preconfezionata – anche verso se stessi – allora il discorso non dovrebbe avere il suo pubblico primario in noi ascoltatori occidentali, ma in una parte del pubblico russo. Vale a dire in coloro che non sono contrari alla guerra fin dall’inizio, ma vogliono una narrazione di sostegno a essa; e perciò non guardano troppo per il sottile ai dettagli di questa narrazione, affinché essa non crolli a prima vista.

Questa lettura non è del tutto plausibile. Sappiamo che noi esseri umani non nutriamo molte credenze solo perché abbiamo individuato buone ragioni – dette anche “ragioni epistemiche” – della loro verità, ma le coltiviamo proprio perché rafforzano la nostra immagine di sé, ci danno un senso di potere o perché mantenere determinate convinzioni fonda il nostro senso di appartenenza a un gruppo. Il filosofo Daniel Williams, che da tempo ricerca cause non epistemiche della credenza, ha recentemente proposto l’ipotesi che le persone possono mantenere tutti i tipi di convinzioni purché possano essere in qualche modo razionalizzate in seguito. Per “razionalizzazione” Williams intende qui la funzione di “sostegno in relazione a un particolare tipo di informazione: vale a dire, informazioni che sono state prodotte o selezionate per sostenere epistemicamente credenze che le persone percepiscono per ragioni non epistemiche [cioè, per ragioni non correlate alla loro verità] che si vogliono mantenere a ogni costo”. In caso di dubbio, i dettagli della razionalizzazione non sono così importanti. Nel “mercato delle razionalizzazioni” (Williams) possono affermarsi narrazioni che difficilmente resisterebbero a un serio esame. La nostra esperienza quotidiana sostiene questa ipotesi e mostra quanto siano basse le nostre richieste di razionalizzazioni successive. Uno sguardo ai dibattiti sull’aborto, sul consumo di carne o sull’immigrazione mostra che molte persone che hanno sposato una certa posizione – o l’hanno adottata da coloro che frequentano abitualmente – ripiegano su premesse assurdamente deboli per fungere da giustificazione. Solitamente, le conclusioni sono introdotte da: “Non esiste un confine netto, quindi l’intera distinzione è discutibile”; “Questo è innaturale, quindi è da respingere”; “Ciò che è stato considerato corretto per generazioni non può essere inammissibile”. Premesse come queste dimostrano chiaramente che non basiamo le nostre opinioni su premesse, ma piuttosto basiamo le nostre premesse sulle nostre opinioni preconfezionate.

È quanto sembra accadere qui. Molti russi pensano che la guerra sia giusta perché vogliono che sia giusta. Avere un compito storico, avere il permesso di infliggere giuste punizioni, essere distratto dalla propria mancanza di prospettive per alcune settimane: tutto ciò fa sentire bene. Eppure queste persone sentono di aver bisogno di qualcosa a cui puntare se dovessero essere sfidate. Ma qui le richieste intellettuali sono basse. Stiamo combattendo i nazisti? Suona bene. Gli ucraini hanno un reggimento Azov? Dimostra che abbiamo ragione. Il reggimento Azov a volte cita Stepan Bandera? Allora la guerra di Putin è pienamente giustificata.

Questa lettura non presuppone che tutti i soggetti coinvolti siano convinti della verità delle tesi proposte per la razionalizzazione. Meno di tutti i mittenti delle tesi grezze, motivo per cui le offerte di razionalizzazione possono sicuramente essere false. Ma anche con i destinatari e i messaggeri, può essere che essi – nel profondo – non credano davvero alle affermazioni con le quali stanno ingannando se stessi e gli altri. Nel gioco della razionalizzazione retrospettiva, l’esigenza di giustificazione può essere soddisfatta anche con falsità abbastanza evidenti. Per questo motivo, tuttavia, Putin e Lavrov potrebbero non essere così lontani dal presupposto di potersi permettere il loro disinvolto comportamento linguistico, soprattutto quando non si concentrano sul pubblico occidentale.

Troll per perpetuare la differenza

Un’altra possibilità consiste nel leggere il discorso di denazificazione come trolling. Conosciamo il trolling dai social media. La pratica sembra banale a prima vista, ma ha una struttura interessante che può essere individuata anche in parti della comunicazione politica del Cremlino.

Come funziona il trolling? Il filosofo Patrick J. Connolly ha recentemente proposto un’analisi secondo la quale il “troll” inizia con una sfacciata dichiarazione. Forse sta avanzando una tesi moralmente mostruosa, forse sta pronunciando un insulto, ma in ogni caso sta uscendo volutamente dalle solite convenzioni e aspettative della comunicazione civile. In tal modo, provoca la sua vittima – la persona o le persone a cui si rivolge principalmente – a rispondere. In tal modo, fa affidamento sul fatto che la vittima esamini seriamente il troll e la sua dichiarazione, che faccia uno sforzo, spenda tempo, prenda sul serio l’affermazione. Ora questo è lo spettacolo che il troll offre per il divertimento del pubblico designato.

A prima vista, il trolling può sembrare più appropriato per Facebook o Twitter che per il contesto della politica. A un secondo sguardo, tuttavia, l’interpretazione si adatta bene a ogni contesto. Gran parte della comunicazione politica oggi avviene infatti su Facebook e simili. E tutto fa sembrare che anche Putin e Lavrov abbiano capito il business del trolling. Da quando la Russia ha assemblato una rete di canali TV e altri servizi di disinformazione, molti articoli mordi e fuggi e relative colonne di commenti hanno presentato lo stesso gioco che chiamiamo trolling.

L’obiettivo del trolling è approfondire la frattura tra il tuo gruppo e il gruppo della vittima. L’umiliazione della vittima è il mezzo per raggiungere tale scopo. Una volta che abbiamo compreso la struttura e gli obiettivi del trolling, molte affermazioni fatte dal Cremlino sembrano essere candidate a esemplificarne la pratica. Zelenskyj è un nazista. Anche Hitler avrebbe avuto sangue ebreo. Lo stesso esercito ucraino sta sganciando bombe sulle città ucraine. Non c’è guerra. E naturalmente, se cadi nella logica del troll, è solo colpa tua.

In questa interpretazione, i relatori sembrano solo voler dire ciò che dicono, in direzione delle vittime. In realtà – di fronte al pubblico effettivamente previsto – è più un’esibizione offensiva. Certamente: questo gioco non è degno di un governo. Ma fa quello che dovrebbe fare in vista del suo scopo di radicamento inerno. Sicché, questa interpretazione potrebbe far luce su ciò che Putin e Lavrov sperano dal loro gioco con la verità.

Metamorfosi semantiche

Infine, la terza interpretazione dovrebbe esserci effettivamente più familiare. Alla base c’è la constatazione che molte affermazioni sembrano solo affermazioni con cui comunichiamo qualcosa sul mondo. In realtà, tuttavia, le affermazioni lasciano trasparire un’intenzione completamente diversa. Vale a dire, tendono a mostrare o rendere esplicito il modo in cui normalmente intendiamo usare le nostre parole, e come queste ultime debbano essere di conseguenza intese.

A prima vista, potrebbe sembrare che usiamo la nostra lingua in questo modo solo in contesti di insegnamento delle lingue o in caso di palesi malintesi. In realtà ciò accade molto più spesso. Il motivo sta nell’enorme flessibilità della nostra lingua. La proprietà più ovvia di parole come “arancione”, “grande” o “intelligente” è che possono significare cose molto diverse in contesti diversi. Quindi parte di ciò che diciamo viene principalmente utilizzato per calibrare i loro significati. In effetti, quasi tutte le parole ci richiedono di calibrare o ricalibrare frequentemente il loro senso. Una complicazione che a volte oscura questo fatto linguistico è che molti enunciati assolvono entrambe le funzioni: in parte sono affermazioni sul mondo, ma in parte servono anche a regolare o spostare i confini semantici dell’espressione.

Quando qualche centinaio di anni fa la frase “Questo non è un pesce” risuonò di fronte a una balena, accaddero entrambe le cose. Da una parte si disse qualcosa sul mondo. D’altra parte, anche le regole linguistiche furono ulteriormente sviluppate. Tra l’altro con essa è stata suggerita anche la frase: “L’essere pesce è incompatibile con l’allattamento dei piccoli e l’assenza di branchie”. Se Putin ora dice: “Questa non è una guerra”, probabilmente sta facendo qualcosa di simile: cercare di cambiare gli standard semantici. Forse il suo filone di pensiero è più o meno questo: le guerre esistono solo tra Stati, o almeno tra gruppi con identità chiare e riconosciute. Tuttavia, secondo l’attuale ideologia del Cremlino, l’Ucraina non è uno Stato in senso pieno. E l’identità ucraina è solo una stampella posticcia. Pertanto, l’operazione speciale non è una guerra nel vero senso della parola.

Analogamente accade nei discorsi sulla denazificazione. Il filosofo di Yale Jason Stanley spiega in un articolo sul Guardian che l’ideologia dello Stato russo e le sue menti Alexander Dugin e Alexander Prochanov hanno affermato per anni che le vere vittime dei nazisti erano la Russia e il cristianesimo ortodosso russo. Secondo l’avventurosa tesi ausiliaria del costrutto, è più probabile che gli ebrei stiano dalla parte dei prevaricatori piuttosto che dalla parte delle vittime, perché il loro obiettivo è anche quello di minare il cristianesimo tradizionale. Se Lavrov ha sostenuto che Hitler stesso fosse di origine ebraica, questo non era solo un errore, ma un’espressione di quella parte dell’ideologia di Stato che intendeva consolidare. Chi parla in questo modo può, senza arrossire, parlare anche della denazificazione dell’Ucraina, cioè dell’annientamento dell’élite liberale ucraina e dell’identità ucraina. Si può facilmente includere anche l’eliminazione del presidente ebreo.

In questa interpretazione, l’attribuzione della menzogna è complicata. È vero che i fatti storici sono distorti e soppressi per sostenere l’ideologia. La sentenza capitale sui nazisti nel governo ucraino, invece, non è affatto pronunciata per descrivere un fatto; o almeno non è semplicemente un’affermazione sul mondo, ma intende valere principalmente come proposta di nuove regole semantiche. Tuttavia, fintanto che il principale obiettivo comunicativo dell’enunciato non è la trasmissione di informazioni sul mondo, ma lo spostamento deliberato dei confini del significato, non si può semplicemente parlare di false informazioni e quindi di semplici menzogne. Giacché la circostanza che non ci siano buone ragioni per avallare il discorso che propone il Cremlino apre un’altra questione.

Queste tre interpretazioni chiariscono che il gioco di Putin e Lavrov con la verità e la menzogna è probabilmente più sottile di quanto possa sembrare a prima vista. Il suo obiettivo non è semplicemente quello di indurre gli ascoltatori a convinzioni sbagliate. Putin e Lavrov hanno altri obiettivi, e anche se difficilmente possono essere moralmente giustificati, è logico che in molti casi essi li raggiungeranno, anche se ovviamente a caro prezzo. Ma i costi elevati non hanno trattenuto Putin dalla fatale invasione dell’Ucraina. E gli errori di calcolo sembrano essere una caratteristica strutturale di ogni guerra. Prima che questa sfortunata epoca sia finita, potremmo avere ancora alcune operazioni linguistiche speciali progettate dal Cremlino e realizzate tragicamente con ulteriori spargimenti di sangue.

Credit foto EPA/SERGEY GUNEEV/KREMLIN POOL/SPUTNIK



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