“Il diritto di andarsene” di Giovanni Fornero

Riportiamo per intero la prefazione al nuovo libro di Fornero che si immerge filosoficamente nel tema del fine vita.

Marco Cappato

Il diritto di andarsene. Filosofia e diritto del fine vita tra presente e futuro, di Giovanni Fornero, UTET, 2023
Prefazione
Un libro sul fine vita corre sempre il rischio concreto di ridursi a un ostico discorso per iniziati. Questo volume di Giovanni Fornero dimostra invece che un percorso nella direzione opposta è possibile. Il noto studioso applica infatti al tema del fine vita un rigore metodico che coniuga scientificità e chiarezza, semplicità espositiva e profondità concettuale. Il tutto all’insegna di un costante nesso fra teoria e pratica, che mette al centro dell’attenzione le situazioni reali delle persone.
Distillando l’essenziale, egli formula sin dall’inizio la domanda di fondo che sta alla base di ogni discorso su questi cruciali argomenti: a chi appartiene la vita di ciascuno? Se non si risponde in modo netto a questa domanda, nessuna vera comprensione, né dialogo tra diversi è possibile. Solo rispondendo chiaramente ad essa si può sperare di riuscire a svolgere un discorso proficuo e coerente.
È vero che ciascuno di noi ha il proprio approccio, unico e irriducibile, alla vita. Ma è altrettanto vero che oggigiorno a contendersi il campo sono i due contrapposti paradigmi della “indisponibilità e disponibilità della vita”, già sviscerati magistralmente da Fornero nell’omonimo volume del 2020, la cui rilevanza non è solo una mia opinione personale ma è testimoniata dal fatto che sui pregi dell’opera si sono pronunciati – con una serie di giudizi di apprezzamento singolarmente concordanti – penalisti, costituzionalisti, filosofi del diritto e bioeticisti. Giudizi ribaditi recentemente anche dal giurista Francesco

Diamanti, che ne ha parlato come di un lavoro «d’importanza fondamentale per la letteratura nazionale». Per quanto riguarda il campo avversario, persino uno dei più risoluti oppositori italiani della morte assistita, insistendo sulla «limpidezza» dell’opera, ha scritto: «Chi difende l’indisponibilità della vita non può che rifiutare le tesi contenute in questo volume, ma parimenti lo stesso non può che riconoscere l’onestà intellettuale dell’Autore nella descrizione fedele di tutte le principali posizioni in campo» (Tommaso Scandroglio).
Questo libro di Fornero si inserisce nel solco di quella prima opera ed offre novità di rilievo, costantemente caratterizzate dal mettere in guardia dagli abituali tranelli argomentativi operati da parte di chi, ad esempio, vorrebbe far credere che la decisione di congedarsi dalla vita sia necessariamente il frutto di uno squilibrio mentale. O da parte di chi continua ad insistere nella semplicistica e falsa contrapposizione tra chi è “per la vita” e chi “per la morte”.
Fornero non ha paura dei risvolti politici e li affronta partendo dalla filosofia, di cui, in sintonia con la lezione esistenzialistica del suo maestro Nicola Abbagnano, sottolinea il carattere ineludibile: «prima di chiedersi (come si fa solitamente) se la filosofia sia utile o meno, bisogna chiedersi se da essa si possa prescindere o meno, ossia se sia davvero possibile, per l’uomo, vivere e pensare senza filosofare». Il passaggio dalla filosofia al diritto e alla politica è compiuto innanzitutto muovendo dall’osservazione di come si è creata una vera e propria spaccatura tra una parte consistente dell’opinione pubblica – propensa al riconoscimento del diritto di morire – e «il carattere “conservatore” di molta parte della legislazione mondiale vigente e della dottrina che ne sta tradizionalmente alla base».
A questo proposito, l’autore non si sottrae alla sfida e aggiorna la definizione coniata in precedenza, precisando che per diritto di morire intende «la facoltà di fatto e di diritto, basata sul principio di autodeterminazione della persona, di rinunciare liberamente alla propria vita, ossia il diritto – di fronte a determinate circostanze e sofferenze che agli occhi di chi le esperisce appaiono “invivibili” e lesive della propria dignità – di congedarsi volontariamente dalla propria vita, sia per mano propria sia con l’intervento di altri».
È una definizione meditata ed essenziale, che consente d’ora in poi di usare la formula in questione senza troppo timore che si contesti la possibilità stessa di quel diritto, prima ancora che il suo accoglimento.
Le definizioni servono a distinguere e a decidere, ma non devono essere utilizzate strumentalmente per erigere degli steccati senza fondamento. Il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia volontaria non sono, evidentemente, la stessa cosa. Ma da ciò non consegue che l’ammissibilità dell’uno debba necessariamente essere bilanciata dall’inammissibilità dell’altra. Certamente non lo è in termini assoluti, visto che il principio della disponibilità della vita umana sta alla base di entrambi. Stesso ragionamento vale per il presunto abisso, che Fornero contesta, tra sofferenze di ordine fisico e sofferenze di ordine psichico ed esistenziale.
La costante e documentata analisi di ciò che accade nel mondo del diritto, insieme al ricchissimo repertorio di citazioni (sia a favore che contro) con la quale l’autore accompagna i propri ragionamenti rappresentano elementi imprescindibili per non perdersi nell’astrazione e restare connessi con ciò che a livello internazionale si dice e si fa sul tema.
Centrale è l’articolata analisi sulla sentenza del 2020 della Corte costituzionale tedesca, di cui viene focalizzato l’innovativo principio del “diritto alla morte autodeterminata” e della “libertà di cercare aiuto presso terzi”. Principio che si differenzia dall’atteggiamento sia della Corte europea dei diritti dell’uomo sia della Corte costituzionale italiana, che adottando un approccio di tipo misto, in bilico tra indisponibilità e disponibilità della vita, presenta talune aporie di fondo, che Fornero, con logica stringente, fa giusfilosoficamente emergere.

Nel suo percorso, l’autore non finge di essere neutro, non cerca di blandire il lettore portandolo sulle proprie posizioni in modo surrettizio. Al diritto e alla politica il suo scritto arriva anche grazie al coraggio di percorrere senza timore terreni che per alcuni, anche nel campo dei “favorevoli” all’eutanasia, restano da evitare.
Ha dunque la forza di guardare in faccia la grande questione sociale di una comunità che invecchia, nella quale “la stanchezza di vivere” e la percezione di “vita completata” da parte di taluni anziani coesistono con una commovente rivendicazione del diritto di andarsene.
Da ciò un partecipato capitolo sugli elementi di sofferenza di quei fragili che vivendo sulla propria pelle tematiche “avanguardistiche” (come quella dell’autoeutanasia) contribuiscono a
«stimolare nuove e più comprensive maniere filosofiche di rapportarsi al problema del fine vita».
Nella sua analisi l’autore non dimentica le ritrosie e i dilemmi che investono la classe medica, ed evidenzia quelle concezioni alternative all’eutanasia medicalizzata che si basano su una radicale idea della disponibilità della vita.

Oltre questi – e tantissimi altri – aspetti di teoria ancorata nella realtà sociale contemporanea, il volume porta in dote un’altra peculiarità, ancora più rara: la connessione diretta della ricerca filosofica con l’iniziativa politica e le organizzazioni che ne fungono da protagoniste. Troppo spesso ci si imbatte in intellettuali e giuristi che “strizzano l’occhio” a questa o quella tesi e magari si lasciano individuare come appartenenti a una certa “area”, ma senza assumersi la responsabilità di proclamarlo apertamente. L’autore ritiene invece che la filosofia disponibilista da lui difesa,
«per la sua insofferenza nei confronti degli assetti vigenti e per la sua possibile funzione di finestra sul nuovo, può aiutare il diritto a guardare la realtà da punti di vista diversi e ad aprirsi alla possibilità dell’inedito».

Contestualmente, a differenza di quell’insieme di studiosi che evitano di sintonizzarsi pubblicamente con i movimenti che si battono per un nuovo ordinamento, Fornero rivendica – pur nella sua spiccata autonomia intellettuale – i nessi che lo collegano all’Associazione Luca Coscioni. Ed è persuaso, per usare le sue stesse parole, che a proposito di certi temi ciò che l’Associazione compie di fatto coincida oggettivamente con quello che egli si sforza di teorizzare di diritto. Desidero perciò inserire una nota di particolare ringraziamento per l’attenzione umana e politica dedicata dall’autore alla nostra Associazione, e in particolare alle persone che in questi anni ne hanno animato con passione le iniziative.
Nessuna concessione è resa invece alla logica delle fazioni e degli schieramenti, nemmeno a quello di un sedicente progressismo che, come ricorda Fornero, sull’eutanasia appare – ieri come oggi – meno avanzato di un Indro Montanelli, del quale ha ignorato le chiarissime e dirompenti parole riassunte nella dichiarazione «sceglierò io quando e come morire». Parole dimenticate o rimosse anche dai “suoi”.
La convinzione che il rivendicato diritto di andarsene sia una battaglia di civiltà conduce Fornero ad affrontare a viso aperto fantasmi retorici che aspettano solo di essere trafitti perché se ne sveli l’inconsistenza. Per esempio nel finale dell’opera, in contrapposizione a coloro secondo cui il costante aumento del numero delle eutanasie richieste e praticate sarebbe necessariamente qualcosa di nefasto egli, capovolgendo la prospettiva consueta, risponde che ciò rappresenta piuttosto la spia rivelatrice di un «bisogno sociale sempre più diffuso», di cui si tratta ormai di prendere atto, sia a livello teorico che pratico-giuridico. Lascio al lettore scoprire altri importanti e originali aspetti del volume. Da parte mia sono convinto che lo sforzo intellettuale di un filosofo come Fornero – con il suo libro coraggioso e proiettato verso il futuro – possa rappresentare un valido aiuto a ragionare in modo lucido sul nesso tra vita e libertà. C’è da essergliene grati.

 



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