Il diritto di essere mediocri. Tanto quanto gli uomini

Il punto non è cosa Cartabia o Pinotti hanno in più rispetto a Draghi o Berlusconi, la domanda da farsi è: hanno forse qualcosa in meno?

Ingrid Colanicchia

Nello scrivere qualche giorno fa su queste pagine un articolo su alcune possibili candidate alla presidenza della Repubblica, l’amico Pierfranco Pellizzetti criticava l’idea di «un presidente donna in quanto donna», non portatrice di «felici discontinuità» rispetto al patriarcato dominante, concludendo che, per come è il quadro politico attuale e visti i nomi circolati finora, «un presidente donna resterà soltanto una operazione di facciata, illusoria e soprattutto depistante».

Concordo con una parte del ragionamento di Pellizzetti: quasi tutti i nomi circolati finora non rappresenterebbero neanche per me una «felice discontinuità». Non concordo però con una delle basi del suo ragionamento e con le conclusioni cui giunge.

Innanzitutto non condivido per niente l’idea che una donna, per anelare a ricoprire un incarico finora ricoperto solo da uomini, debba per forza essere portatrice di una discontinuità. L’«idea di femminile come specificità intellettuale» cui fa riferimento Pellizzetti è essenzialista e smentita dai fatti. Le donne non sono automaticamente portatrici di una “differenza” basata sulla loro appartenenza al genere femminile. E delle felici discontinuità di cui parla Pellizzetti («un’incrinatura nella sfera maligna della protervia del potere? Una revisione dei valori dominanti nella politica come carriera? Una declinazione della sorellanza nella riscoperta della solidarietà?») potrebbe tranquillamente essere portatore un uomo. Non sono prerogativa di un (per me impossibile da definire) «femminile».

La domanda da farsi, nella situazione in cui ci troviamo e visti i nomi circolati, non è cosa Marta Cartabia o Roberta Pinotti hanno in più rispetto a Draghi o Berlusconi (quale “differenza” portano) ma se hanno qualcosa in meno per cui la loro candidatura debba essere liquidata così. E torna un’annosa questione: perché a loro è richiesta una discontinuità? Perché a loro è richiesto di dimostrare qualcosa di più?

Scrive Pellizzetti che «l’elezione di un presidente nero negli Stati Uniti (il centrista, prudentissimo Obama) non ha minimamente modificato la natura intimamente razzista dell’America profonda». È vero, non l’ha fatto, ma vogliamo parlare del valore simbolico della sua elezione? Ci sono passaggi – e questo è uno di quelli – che fanno la storia e contribuiscono a cambiarla anche se modificano solo il piano simbolico. Pensiamo alla ex cancelliera Merkel: una conservatrice, che non ha rappresentato particolari felici discontinuità, eppure il suo cancellierato ha lavorato enormemente sull’immaginario tedesco. Al punto che a ogni elezione torna la storiella del bambino che va dalla madre e le chiede: «Ma anche un uomo può diventare cancelliera?». E proprio la frase «Può essere cancelliera» campeggiava l’estate scorsa sui (geniali) manifesti elettorali di Olaf Scholz.

Avere una donna come presidente della Repubblica potrebbe non rappresentare che una discontinuità simbolica, ma ben venga anche solo questo. Se l’alternativa è Draghi o Berlusconi, mi va benissimo anche una Cartabia o una Pinotti. Non vedo la “differenza”, appunto. Qualora ciò accadesse non ci illuderemmo di aver intaccato niente, se non di aver incrinato un piano meramente simbolico. Cominciamo da qui per avere un giorno la presidente che vorremmo.

 

Credit immagini: Marta Cartabia, foto di Max Allegritti (CC BY-SA 4.0); Roberta Pinotti, foto di Arno Mikkor (EU2017EE) (CC BY 2.0); Silvio Berlusconi, foto di alessio85 (CC BY 2.0); Mario Draghi, foto di Attili Filippo Governo.it (CC BY 3.0)



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