Orgoglio e reazione: il discorso di Giorgia Meloni

Un mix di berlusconismo, salvinismo e parole d’ordine della destra identitaria: brevi appunti sul discorso della nuova presidente del Consiglio, che prende le distanze dal fascismo ma dimentica la Resistenza.

Cinzia Sciuto

Un discorso orgoglioso e reazionario, quello che Giorgia Meloni ha tenuto alle Camere per chiederne la fiducia, come era da prevedere. L’orgoglio di essere la prima donna – per di più piuttosto giovane (per gli standard italiani) – a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. E l’orgoglio di aver portato a compimento lo sdoganamento della destra postfascista iniziato – come ha rivendicato Berlusconi nel suo intervento in Senato – ormai quasi trent’anni fa.
Una destra, quella di Meloni, che frulla insieme un po’ di berlusconismo (riforma della giustizia, tregua fiscale) e un po’ di salvinismo (tolleranza zero sull’immigrazione, flat tax) innaffiando il tutto di una certa retorica identitaria: l’uso insistito della parola Nazione anziché Paese, l’evocazione di un atteggiamento spavaldo e muscolare («non siamo persone abituate a scappare»), la centralità della famiglia tradizionale, la presa di (equi)distanza da tutti i totalitarismi.

Lo abbiamo già osservato su queste pagine: è del tutto evidente che l’antifascismo in Italia non rappresenta un valore tale da essere dirimente nelle scelte elettorali dei cittadini. Ne prendiamo amaramente atto, ma ciò non ci esime dal sottolineare, ancora una volta, quanto la presa di (equi)distanza da tutti i totalitarismi sia la facile scappatoia trovata da Meloni per non affrontare la questione di fondo. E cioè che il punto non è esprimere tutto il proprio disprezzo per il fascismo, ma riconoscersi pienamente nella Grundnorm della nostra Repubblica, che è la Resistenza antifascista. La presidente Meloni ha ricordato il Risorgimento, ma non una parola ha speso per la Resistenza, e la parola antifascismo ricorre una sola volta nel suo discorso, bollato come “militante” e associato alla stagione della violenza politica.

Qualche considerazione sull’altro aspetto di portata storica di questo governo. Giorgia Meloni è la prima presidente donna nella storia della Repubblica e ha avuto gioco facilissimo nel rispondere a Debora Serracchiani dicendole: “Mi guardi, le sembra che io stia un passo indietro rispetto agli uomini?”. È vero, Meloni non sta affatto un passo dietro agli uomini. Ne è però circondata. Questo non è naturalmente colpa sua, ma l’esito a valle di tutta una serie di fattori che a monte rendono la vita delle donne molto più complicata, con il risultato che nei posti apicali in quasi qualunque settore le donne sono sempre in netta minoranza anche quando negli stessi settori nei gradini “inferiori” della gerarchia sono equamente se non addirittura sovrarappresentate. Basti pensare al mondo dell’università, dove le donne non solo sono equamente rappresentate fra studenti e dottorandi, ma mediamente hanno anche risultati superiori ai colleghi uomini, e dove però mano a mano che si sale la scala gerarchica iniziano a sparire. E allora, per carità, certo che servono degli esempi di donne che “ce l’hanno fatta”: sappiamo benissimo (studi scientifici lo dimostrano) quanto potersi identificare con una figura influenzi le scelte future di bambini e bambine. Il problema però è che quegli esempi dovrebbero servire anche a scardinare strutture secolari che impongono alle donne un onere in più: le donne che “ce l’hanno fatta” (Giorgia Meloni inclusa) infatti hanno dovuto dimostrare talento, competenze, capacità doppie per “emergere”. La libertà, e la parità, delle donne sarà raggiunta invece quando le donne avranno anche il diritto di essere mediocri.

Infine, una piccola chiosa grammaticale. No, non è la questione centrale del femminismo né sarà la scelta dell’articolo a determinare se Giorgia Meloni sarà una presidente del Consiglio amica o nemica delle donne. Prendiamo tutto con un po’ di leggerezza: lei usa il maschile (per le ragioni che qui spiega, e critica, Monica Lanfranco). Alcuni seguiranno il suo esempio, altri seguiranno la grammatica italiana che vuole che i nomi si declinino al femminile e al maschile quando sono riferiti a persone in carne e ossa (“il cantante è un bel mestiere” è una frase generica in cui se vogliamo possiamo anche lasciare il maschile sovraesteso per amore di brevità, ma Mina è e sarà sempre una cantante). Viviamo tempi di cambiamento ed è anche normale che in questi tempi di cambiamento ci siano confusioni e coesistano modelli e parole diverse. Pazienza, tanto la grammatica avrà la meglio, senza bisogno che noi saliamo sulle barricate per questo. La stessa neopresidente del Consiglio, in un molto significativo lapsus, nel ringraziare i vertici europei ha correttamente declinato: «Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, la Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola». Si vede che lei la grammatica a scuola l’ha studiata bene.

 



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