Il Draghi dei Miracoli: il ritorno del privato

Draghi come la Thatcher? Dell’ideologia neoliberista del “There Is No Alternative” è permeata la bozza del Decreto sulle Semplificazioni che prevede la liberalizzazione degli appalti. Un regalo alle grandi imprese private. E alla mafia.

Michele Martelli

Sì, con Draghi sta tornando lo Stato, ma non lo Stato del Welfare, il Welfare State, freneticamente picconato da 40 anni nell’Occidente reagan-thatcheriano del pensiero unico neoliberista, immortalato nel famigerato acronimo TINA = There Is No Alternative, «non c’è alternativa». A che cosa? Al neoliberismo, per l’appunto. Che Draghi sia il nostro Iron Mister? Chi crede nella metempsicosi, potrebbe difatti vedere in lui la reincarnazione di Iron Lady, la Thatcher «Lady di ferro» neoliberista ferocemente anti-minatori che meritò, inter alia, il grazioso nomignolo di Milk Snatcher, «Ladra di latte», per aver tagliato le spese per il latte distribuito gratis ai bambini delle scuole inglesi, oltre ad aver smantellato l’istruzione pubblica e l’intero Stato sociale laburista.

Si può obiettare che, al contrario, Draghi appena insediato ha promesso politiche a vantaggio dei giovani. Certo, a parole. Ma i fatti? Alla proposta di Letta di una tassazione progressiva sulla successione dei patrimoni, non solo mobiliari, di oltre un milione di euro, per attribuire una dote di 10 mila euro ai giovani bisognosi, il premier ha risposto seccamente: «Non è il momento di togliere, ma di dare ai cittadini». Ai cittadini chi? Il Draghi dei miracoli ha già livellato verso l’alto, in mente dei, i 60 milioni di italiani: non ci sono ricchi, non ci sono poveri, tutti con un patrimonio milionario, a cui bisogna dare, non togliere. Gli ha fatto eco Marcello Sorgi editorialista de La Stampa, vox domini Stellantis: «Un milione? Ѐ il valore di un appartamento in una grande città come Roma». E le periferie degradate, e i piccoli centri urbani? Tutti lussuose Ztl? E i senza-casa, i senza-lavoro, i senza-conti-in-banca, i senza-niente? Il patrimonio netto del giovane agnus-Ellkann è di 2,1 miliardi, che per il 99,9 degli italiani, giovani o no, è un sogno da Paperon de Paperoni. Anche lui, caro SuperMario, è un cittadino italiano, a cui bisogna dare, non togliere?

Basta trasformare con un trucco da illusionisti i ricchi in quasi-poveri e i poveri in quasi-ricchi, e il gioco è fatto: «Elementare, Watson!». Eppure, la misura proposta da Letta non è certo di stampo socialista. La fiscalità progressiva è in vigore da tempo negli Usa e in Gran Bretagna, le due culle del capitalismo. Si è letto in questi giorni che i giovani leoni della multinazionale Samsung hanno pagato una tassa di successione del 60%, cioè 12 miliardi di dollari, sul patrimonio ereditato: nella Corea del Sud, non in un pericoloso paese bolscevico. Tra l’altro, il bonus lettiano si ispira al mito liberal-liberista anglo-sassone del self-made man, dell’uomo, o del giovane, «che si fa da solo», «imprenditore di se stesso» (Cfr. Letta alla destra di Einaudi, Draghi alla destra di Letta), nella competizione globale, una selvaggia spenceriana «lotta per l’esistenza». E dunque una proposta che è in alternativa allo Stato sociale e solidale, alla difesa e potenziamento della scuola pubblica e del diritto allo studio, il solo mezzo per la promozione professionale e l’ascesa sociale dei giovani più meritevoli e meno abbienti. Ma la nuova Destra italiota della flat tax, Lega, FdI e «ForzaItaliaViva», condanna Letta e plaude a Draghi. Il che dà l’idea di «quanto marcio» ci sia non «in Danimarca», ma in questa povera Italia di oggi. Del resto, l’abolizione della tassa di successione non è stato uno dei capolavori tra le leggi ad Caimanum? L’Italia per l’ex-Unto del Signore? Un paradiso fiscale dei lasciti ereditari. Ecco un «cambio di passo» che onorerebbe Draghi, se rifiutasse davvero di caimanizzarsi, almeno sul fisco.

Ma non è così, finora. Dell’ideologia del There Is No Alternative è permeata purtroppo anche la bozza governativa del Decreto sulle Semplificazioni, che prevede la liberalizzazione degli appalti, da subito oggetto di dure critiche da parte dei Sindacati dei lavoratori, ma già idolatrato dalla Confindustria di Bonomi e Bonometti, e, chissà, forse anche dalla Troika, di cui il premier è stato in passato uno dei più alti esponenti. Quali i criteri ispiratori del Decreto? Quelli classici del neoliberismo: libero mercato, deregolamentazione dei progetti attuativi dati in subappalti, flessibilità e precarietà del lavoro e del salario, sospensione dei controlli di sicurezza sul lavoro. Un regalo alle grandi imprese private. E alla mafia. «Libera» di don Luigi Ciotti ha parlato di «misura criminogena». Ignorata per ora la transizione ecologica del green deal, se si eccettua il magico microreattore nucleare portatile produttore di energia pulita proposto dall’ineffabile ministro tecno-astro-futurologo Cingolani, che fa il paio con gli Ufo avvistati da Obama.

Insomma, gira e rigira, siamo purtroppo alla solita solfa: «privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite», che è anche il principio fondativo dell’ordoliberalismo tedesco della Buba (Bundesbank). Se è questo l’inizio della messa in atto del Pnrr voluto dall’Ue, siamo di fronte a un Draghi campione italo-europeo del nuovo sport in auge da 40 anni. Quale? «La lotta di classe dopo la lotta di classe» (Luciano Gallino): quella di «lorsignori» contro i lavoratori. E contro i giovani socialmente più deboli: la grande maggioranza. Altro che Next Generation EU! «Margaret Thatcher ha gli occhi di Caligola», avrebbe detto negli anni Ottanta l’ex presidente francese François Mitterrand. Vorrei che gli occhi di Draghi fossero molto diversi. Ma non sono tranquillo.



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