Il Femminismo oltre l’individualismo e la separazione

In Occidente il Femminismo è stato assorbito dall'ideologia neoliberista, dissolvendosi nell'individualismo. Proprio per questo diventa interessante ascoltare le proposte che giungono dal cosiddetto movimento femminista della Quarta Ondata, sviluppatosi nell'ambito del Sud globale. Un processo da compiere non perdendo di vista l'obiettivo di un Femminismo che sia davvero inclusivo e che sappia andare oltre la subalternità e lo sciovinismo di genere.

Pierfranco Pellizzetti

La deistituzionalizzazione della famiglia

ha svuotato di senso la funzione paterna. […] Il

modello dell’autorità si è de-patriarcalizzato”.[1]

Marcel Gauchet

Gli attributi del maschio e della femmina sono

in gran parte una convenzione culturale. Non

è ingenuo, ai giorni nostri, richiamarsi a una

base ‘naturale’ della differenza sessuale”.[2]

Mary Douglas

 

Elvira Vannini (a cura di), Femminismi contro, Meltemi Milano 2023

Maria Grazia Turri, Manifesto per un nuovo femminismo, Mimesis, Sesto S. G. 2013

 

Mais où sont les féministes d’antan?

Chi ha dato una qualche occhiata alle mie sparse carte saprà della delusione che provo di fronte alla presente stagione del pensiero sull’identità al femminile, tuttora intrappolata nel mondo creatole ad arte dagli uomini, affondato nelle sabbie mobili del corporativismo burocratico delle esecrabili quote rosa; con la ola calcistica di genere che scatta all’ascesa di una donna nell’organigramma al maschile, cooptata per svolgervi un ruolo irrimediabilmente mascolino. Lo sconvolgimento che diventa imbarazzo davanti al terribile fenomeno in crescita del femminicidio, spiegato vittimisticamente dalle consorelle con un “perché era una donna”; non a causa della sfida contro-egemonica (il più delle volte inconscia) che il particolare modo d’essere di quella donna rappresentava agli occhi del solito caso umano maschile, capace di esorcizzare la propria viltà/insicurezza soltanto attraverso la violenza. L’amarezza e il turbamento di prendere atto che una voce importante quale quella delle donne in lotta (per sé e per tutti noi) è venuta spegnendosi. Per cui – con le parole di una femminista di lungo corso quale Nancy Fraser – “il femminismo è stato inglobato nel progetto liberista. Un femminismo che considera le donne semplicemente come un gruppo di sottorappresentate e tenta solo di assicurare a poche privilegiate di poter conseguire posizioni e paghe pari agli uomini della loro stessa classe”.[3]
La convinzione è che il femminile meriti molto di più di questa resa (tattica?) alla benevolenza della controparte per riconquistare quanto gli è stato sottratto – diciamo così – da un qualche millennio. Effetto che qualche osservatore non pregiudizialmente ostile – come lo storico anglo-americano Tony Judt – ha attribuito a quel fenomeno di perdita della spinta ideale che in gergo sportivo si definirebbe “imborghesimento”: “Il fatto che tantissime femministe appartenessero alle classi agiate – dove l’unico svantaggio che subivano era precisamente quello di essere femmine, e spesso si trattava di un inconveniente marginale – spiega la loro incapacità di prendere atto dell’esistenza di una categoria più ampia di persone per le quali essere femmine non era assolutamente la maggiore difficoltà da superare”.[4] Tesi che trovava conferma in una ricerca sul campo curata da Alain Touraine tra il 2004 e il 2005: “Lo scontro tra donne che annettono un’importanza prioritaria alla lotta per la conquista dei diritti e quelle che difendono un multiculturalismo che le spinge a criticare, se non a respingere, una concezione dei diritti della donna che implicitamente identifica le donne con le donne bianche, occidentali e di classe media”.[5] E – ciò detto – Touraine torna alla Fraser: «La debolezza dell’attuale pensiero femminista europeo si spiega con i suoi sforzi per inserirsi nella prospettiva generale dei conflitti che hanno caratterizzato la società industriale. Questo non ha impedito al femminismo di ottenere grandi vittorie, ma ha fatto sì che la sua azione si esaurisse in mancanza di un rinnovamento profondo sul piano delle idee”.[6] Un invito dell’autorevole maestro francese a cercare altrove, stante la pluridecennale gelata del riflusso, a seguito e della controrivoluzione plutocratico-mercatista che ha piegato la combattività del femminismo occidentale. La cui mentalità è virata all’acquiescenza nei confronti del ritorno all’ortodossia gerarchico-patriarcale.
Come segnalava già dieci anni fa l’economista dell’università di Torino Maria Grazia Turri nel suo Manifesto: “Dopo più di trent’anni di una cultura che esalta con tutti i mezzi a disposizione l’individualismo non possiamo non pensare che i nostri comportamenti, le nostre esperienze e le nostre riflessioni ne sano rimasti immuni, così il femminismo non ne è stato esentato e ha alimentato, dato vita e via libera a forme articolate, diffuse e permanenti di individualismo e del suo risvolto psicanalitico, il narcisismo. E quest’ultimo è diventato così una malattia sociale e non solo individuale” (M.G.T. pag. 31). Una situazione da cui discende l’attuale difficoltà a trovare parole d’ordine aggreganti e obiettivi mobilitanti, da quando i paradigmi ideologici egemoni pongono al centro della modellistica economica l’assunto di un individuo solipsistico alla ricerca della felicità al singolare. Il trionfo del Neoliberismo che cancella Stato e società, regolazione e solidarietà. Sotto l’egida del binomio iconico Reagan e Thatcher.

Il movimento femminista della Quarta Ondata

Dunque, cercare altrove. Alla ricerca di una nuova radicalità in cui lo specifico femminile – per ascendere al livello di astrazione confacente a Marcel Gauchet – “rappresenta uno strumento di dissociazione dalla società globale”.[7] Sicché – in questa logica – l’incontro con i testi curati da Evira Vannini diventa un’opportunità preziosa.
Come ha scritto nel 1977 il Combahee River Collective (fondato a Boston da un gruppo di femministe nere e lesbiche, tra cui Barbara Smith), “il femminismo è la teoria e la pratica per liberare tutte le donne: le donne di colore, le donne della classe operaia, le donne povere, le donne disabili, le lesbiche, le donne anziane, così come le donne eterosessuali bianche economicamente privilegiate. Ogni cosa di meno di questo non è femminismo, ma solo auto-esaltazione femminile” (in E.V. pag. 23).
Sebbene sia fuori di dubbio che il concetto di femminismo sia nato dalla contrapposizione delle donne al patriarcato in un luogo specifico (l’Europa) e in un determinato momento storico (la modernità con cui l’Occidente ha affermato il suo dominio sul resto del mondo), il movimento femminista che – parafrasando il futurologo Alvin Toffler – Elvira Vannini definisce “della Quarta Ondata” si è trasformato in un fenomeno mondiale ma è nato nel Sud globale; ha le radici più solide in America Latina e nei Caraibi, accende fuochi nel vasto ambito che ancora nel recente passato rappresentavamo passivizzato come Terzo Mondo e che ora si soggettivizza. Questo è quanto sta avvenendo, dopo la stagione dell’unipolarismo USA post-1989, attraverso il ritorno al multipolare, nella crescente capacità attrattiva dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Un aggregato geopolitico che già oggi rappresenta il 47% della popolazione mondiale e continua a espandersi grazie a sempre nuove entrate (Iran, Etiopia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e – prima dell’arrivo di un amerikano fallocrate quale il neo-presidente Javier Millei – pure l’Argentina).
Una evoluzione impegnata a smascherare la complicità socio-strutturale non solo tra patriarcato e capitalismo, ma anche di colonialismo e razzismo: “Le lotte anticoloniali, antimperialiste e anticapitaliste che hanno generato un internazionalismo che si nutre di alleanze transfrontaliere, ‘accorpamenti’ comunitari, solidarietà transnazionali e forze di insubordinazione dal basso” (E.V. pag. 16). Al tempo stesso producono “critica radicale alle tendenze totalizzanti delle organizzazioni femministe liberali, accusate di razzismo e di complicità con l’egemonia patriarcale e suprematista bianca” (E. V. pag. 21). Con il conseguente impegno a costruire alleanze tra le varie esperienze di sfruttamento e sottomissione, la cui premessa obbligata – appunto – è la critica dei privilegi “del falso universalismo femminista, con la sua visione monolitica ed essenzialista della ‘donna’ (bianca, di classe media, eterosessuale)”. La liberazione come parte di un più ampio processo di decolonizzazione, di quelli che furono i movimenti anti-apartheid in Sudafrica e di indipendenza nelle ex colonie, della lotta contro la povertà.
Con una caratteristica costante: i movimenti tettonici radicali dei femminismi del Sud sono “un fenomeno transnazionale iscritto nel locale”. La cui descrizione parrebbe riportare in auge una vecchia denominazione finita in disuso come glocal. Dunque, un magma in ebollizione analizzato dal punto di vista del femminismo in arte. Intendendo l’arte femminista “una posizione politica, un insieme di idee sul futuro del mondo, sulle lotte e il riconoscimento delle donne come classe” (E.V. pag. 37).

Voci altre

Dalla collazione di testi proposta da Vannini non emerge un fil rouge unificante; semmai un rizoma di approcci che perseguono l’orientamento del “pensiero oppositivo”, presente nella riflessione femminista (che si indirizza contro il sessismo), verso un “pensiero critico” che lavora per la condizione femminile. Un atteggiamento in ambito artistico volto – secondo la storica dell’arte sudafricana Griselda Pollock – a far “emergere, appartenere e parlare le voci del femminile ovattato dall’ordine fallocentrico, razzista ed eteronormativo” (E.V. pag. 53).
Così le filosofe australiane Elizabth Grosz e Pheng Cheah contestano la “svolta queer” negli studi femministi recuperando l’opera della femminista belga Luce Irigaray sul pensare la dualità (l’essere due) andando oltre la costruzione ideologica dei sessi come differenti in modo asimmetrico e oppositivo. “L’essere due non presuppone una differenza essenziale – intesa nel senso fallocratico convenzionale”. Il concetto ontologico dei due, invece di un solo sesso con il suo altro subordinato, sfida l’attuale legge fallica dell’uno e del suo non-uguale; tra l’altro resistendo alle pericolose tendenze dei progetti politici di universalizzazione” (E.V. pag. 58).
Ne conseguono le difficoltà, segnalate dalla saggista franco-cilena Nelly Richard, incontrate dalle femministe latinoamericane, provenienti da un’area lambita solo marginalmente dalla Rivoluzione industriale, a posizionarsi nel dibattito postmoderno vs. moderno sulla crisi della razionalità post-industriale. Le correlazioni tra cultura della crisi e «decostruzione del modello maschile classico e consapevole, la messa in discussione del binario maschile/femminile» (E.V. pag. 90). Il portato anti-autoritario dell’idea postmoderna di de-gerarchicizzare il centro (come sistema gerarchico). Per cui la critica femminista latinoamericana, destoricizzando le commistioni di potere all’interno della cultura dominante, “conferma lo stereotipo primitivista di un’alterità che prende vita solo attraverso gli affetti e i sentimenti […] romanticizzata dall’intellettualità metropolitana” (E.V. pag. 113).
Quanto la filmmaker vietnamita Trinh T. Minh-Ha denuncia come “sviluppo separato, nel linguaggio dell’apartheid” (E.V. pag. 123). Mentre la voce post-comunista serba di Bojana Pejic, partendo dalla costruzione del genere nel “socialismo reale” e dalla critica del patriarcato post-comunista, arriva con Judith Butler a mettere in dubbio la presunzione di una base universale per il femminismo: “La nozione di patriarcato universale è stata ampiamente criticata negli ultimi anni per la sua incapacità di rispondere ai meccanismi dell’oppressione di genere nei concreti contesti culturali in cui esiste” (E.V, pag. 176). Mantenendo l’ascolto nel Far East, la critica d’arte indiana Geeta Kapur analizza il lavoro di videomaker del suo Paese in base al quale, stante che “la battaglia contro i dualismi primordiali tra maschio e femmina (uomo e donna), […] il femminismo è un discorso contro il potere; le artiste femministe, rifiutando la chiusura formale dell’arte (tardo) modernista, traducono la genialità decostruttiva femminista, lungo un itinerario di sovversioni” (E.V. pag. 203). Sempre a questo riguardo, la scrittrice pakistana Salima Hashmi ricorda come, durante l’Esposizione Nazionale di Lahore del 1983, venne sottoscritto da quindici artiste il Manifesto: “Noi, donne artiste del Pakistan, abbiamo notato con preoccupazione il declino dello status e delle condizioni sociali delle donne pakistane. […] Sosteniamo senza riserve la lotta delle donne pakistane per l’uguaglianza di diritti, status e dignità rispetto agli uomini. […] Chiediamo a tutte le artiste di prendere il loro posto nell’avanguardia della lotta”.
Da qui la spiegazione di Haschimi delle ragioni retrostanti il Manifesto: “Gli anni Ottanta hanno visto il radicamento di una politica artistica ufficiale in Pakistan. Questa politica è stata creata dall’imposizione, e consisteva in un’espressione non figurativa e pseudo-islamica”. I pittori venivano invitati ad abbandonare i propri generi per adottare i segni della calligrafia – appunto – islamica. Di conseguenza, “il clima sociale e giuridico degli anni Ottanta iniziò a permeare la coscienza femminile in modo sempre più diretto. Il famigerato e brutale attacco della polizia a Lahore, il 12 febbraio 1983, nei confronti di una manifestazione pacifica di donne contro la proposta Law of Evidence (una legge che, nelle sentenze dei tribunali, assegnava alle donne metà del valore legale della loro testimonianza rispetto agli uomini) divenne un simbolo della posta in gioco. L’insistenza sul fatto che le donne dovessero indossare lo Chador nei forum pubblici, nelle istituzioni educative e nei media, divenne un punto focale di ribellione per diverse artiste» (E.V: pag. 239).
Infine, l’ultima voce che ci raggiunge è quella di una storica intellettuale algerina, Wassyla Tamzali. Con il racconto della delusione – lei francofona e poi funzionaria dell’Unesco – dell’impatto duro nel rigetto della modernità da parte dei compatrioti, donne comprese e nel riemergere della “Algeria eterna” dogmatica e intollerante, del nuovo ordine dopo l’indipendenza nazionale, sancita dagli accordi di Évian del 1962, in cui si mescolavano collettivismo socialista e comunitarismo arabo-berbero e mussulmano. Fallocratico. Tanto da farle scrivere che “nell’esercito degli oppressi consenzienti, il battaglione delle donne non era il meno importante. Queste avevano quell’attitudine strana e universale dell’oppresso che difende il suo oppressore” (E.V. pag. 248). E mentre le sue conterranee nazionaliste sostenevano il tentativo ante litteram di Stato islamico del presidente Houari Boumedienne, dopo aver soppiantato il predecessore “nasseriano” Ben Bella, all’ombra del potere cresceva la solita “Nuova Classe”, dominante e corrotta; nata dalla saldatura tra la casta militare politicizzata e i funzionari delle società di Stato con conto in Svizzera e mantenuta francese, possibilmente bionda.

Tirando le fila

Se le voci evocate dall’antologia della Vannini esprimono vigore nella denuncia di opportunismi e complicità del femminismo euro-nordamericano, altresì manifestano palese difficoltà nel definire una critica complessiva dell’egemonia patriarcale. Da qui l’impressione di un discorso che, in quanto emblematizza la parzialità dei vissuti personali/individuali, non diventa teoria generale. Per dirla con Lucy Lippard, “non siamo state in grado di trasformare le nostre circostanze nel nostro soggetto principale… e di usarle per rivelare l’intera natura della condizione umana” (E.V. pag. 36). Dunque il rischio di trasformare il soggettivismo autobiografico in una sorta di trappola sciovinistico-settaria. Non a caso la naturalizzata cilena Nelly Richard, memore della nascita a Caen in Normandia, per superare l’impasse teorica tra femminismo e moderno-postmoderno si rivolge a un maschietto da Rive Gauche del calibro intellettuale di Jacques Derrida. Ossia, nella crisi delle meta-narrazioni, “il rapporto tra il femminismo e gli scenari mutevoli della modernità/postmodernità è spesso descritto come lo spostamento tra un femminismo dell’uguaglianza – concepito come emancipatore dalla matrice storica di una modernità fondata sul vettore del progresso sociale come garante della giustizia umana – e un femminismo della differenza che risponde in modo postmoderno all’incredulità nel paradigma universale (moderno) dell’Identità come meta-riferimento storico e filosofico” (E.V. pag. 96).
Questione a cui il filosofo decostruzionista risponde che “se scegliamo il femminismo egualitario di matrice illuminista […] riprodurremo una cultura che tende a cancellare la differenza, che misura il progresso della condizione femminile semplicemente rispetto alla condizione maschile. […] Ma se ci limitiamo a un femminismo della differenza, rischiamo di riprodurre una gerarchia, trascurando le forme di lotta politica, sindacale, professionale con il pretesto che le donne, nella loro differenza e per affermare la loro differenza sessuale, non hanno bisogno di competere con gli uomini a tutti questi livelli”.[8] Sicché lo sforzo per evitare il separatismo della differenza, che isola la cultura femminile come a sé stante, relativizza le categorie uomo e donna concettualizzate non come sostanze fisse ma piuttosto come costrutti mobili. E qui ritroviamo la nostra Turri e il suo Manifesto, che avevamo lasciato all’inizio di questo discorso: “Gli innumerevoli risultati che provengono dalle scienze biologiche e dalle neuroscienze stanno frantumando proprio la dualità uomo-donna e maschio-femmina, e con queste quella di natura-cultura e sesso-genere, le quali mostrano che il costituirsi di ciò che siamo è un costituirsi non deterministico bensì articolato e complesso e ciò che siamo non è un qualcosa di oggettivamente dato una volta per tutte” (M.G.T. pag. 53). E questo gioco di assemblaggi critici dovrebbe suggerire nuove strategie politiche e relative alleanze. In particolare nel rapporto tra femminismo e omosessualità, superando ogni forma di sciovinismo di genere che le donne imputano al maschio. Difatti “l’orientamento sessuale dovrebbe essere un campo di elezione per le femministe impegnate nella trasformazione inclusiva della società. Ma intanto ciò è possibile se si riesce ad andare oltre l’orizzonte segnato dalla marginalità dei corpi e si comprende lo statuto (ontologico) delle rivendicazioni che accomunano le donne e gli/le omosessuali”. Questo perché “i diritti fondamentali, avendo una vocazione universalistica, non possono che andare oltre il binarismo che tale dialettica impone” (M.G.T. pag. 73). Magari decostruendo i rapporti di potere che la supportano. Per cui la critica femminista può ampiamente giovarsi della demistificazione novecentesca del comando a prescindere dal sesso. D’altro canto, dietro la “disseminazione del potere” – a cui fanno riferimento le consorelle della Richard – è fortissimo il sentore della “Microfisica del potere” di Michel Foucault. Diciamocelo francamente: non tutta la teoria critica di provenienza maschile è un’operazione truffaldina e ingannevole al servizio del patriarcato, di grazia! Quale – ad esempio, per restare nella Douce France – l’analisi (anti-patriarcale) di Pierre Bourdieu, secondo cui “la famiglia è una finzione, un artificio sociale, un’illusione nel senso più corrente del termine, ma un’illusione fondata, perché, essendo prodotta e riprodotta con la garanzia dello Stato, da esso riceve continuamente i mezzi per esistere e sussistere”.[9] Altra conferma che la critica del patriarcato non è appannaggio esclusivo del genere. Come notava il politologo tedesco Ekkehart Krippendorff, “la prospettiva femminista non costituisce un privilegio maschile (due classici sostenitori di posizioni femministe furono intellettuali di sesso maschile: Bachofen ed Engels)”.[10] Sempre per restare in tema di alleanze.

[1] Marcel Gauchet, “La fine della dominazione maschile”, MicroMega 6/2018

[2] Mari Douglas, Credere e pensare, il Mulino, Bologna 1994 pag. 136

[3] Nancy Fraser, “Un socialismo per il XXI secolo”, MicroMega 6/2019

[4] Tony Judt, Novecento, Laterza, Roma/Bari 2012 pag. 363

[5] Alain Touraine, Il mondo è delle donne, il Saggiatore, Milano 2009 pag. 150

[6] Ibidem pag. 128

[7] Marcel Guachet, La religione della democrazia, pag. 107

[8] Jacques Derrida, “Feminismo y de(s)costruction”, Revista de crìtica cultural n. 3 1991

[9] Pierre Bourdieu, Ragioni pratiche, il Mulino, Bologna 1995 pag. 131

[10][10] Ekkehiart Krippendorff, L’arte di non essere governati, Fazi, Roma 2003 pag. 228



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