Il futuro delle proteste in Cina

Nelle settimane passate, la Repubblica popolare cinese ha visto crescere il numero di proteste nelle strade contro le restrizioni anti-COVID del governo. Al momento, potrebbe trattarsi delle maggiori manifestazioni di dissenso nel paese dagli eventi di Piazza Tienanmen del 1989.

Massimiliano Saltori

La popolazione cinese si trova a vivere da ormai tre anni sotto le draconiane restrizioni anti-COVID imposte dal Partito Comunista Cinese e la frustrazione è ormai palpabile. I primi segni di rottura tra i cittadini e le autorità erano già diventati apparenti nell’aprile scorso, quando nella città di Shanghai, all’epoca sotto lockdown da due mesi, si erano registrati segnali simbolici di dissenso e di resistenza civile.
In ottobre a Pechino, in concomitanza del ventesimo congresso del Partito comunista cinese che di lì a poco avrebbe confermato Xi Jinping Presidente per un terzo mandato, un banner solitario era apparso su un cavalcavia della città recante un messaggio che criticava sia il lockdown che la generale mancanza di libertà, con un esplicito riferimento alle violenze della rivoluzione culturale Maoista: “Vogliamo dignità, non bugie. Abbiamo bisogno di riforme, non della rivoluzione culturale. Vogliamo votare, non un leader. Non siate schiavi, siate cittadini.”
Nel classico stile della dittatura comunista di Pechino, le autorità hanno bloccato l’iniziativa, arrestato gli autori dello striscione e censurato ogni possibile traccia di dissenso online. Tuttavia, malgrado gli sforzi del regime, nuove manifestazioni sono emerse in seguito, catalizzate in questo caso da due eventi avvenuti a novembre. Il primo è stato la trasmissione in Cina della Coppa del mondo, che si sta attualmente svolgendo in Qatar. CCTV, la rete nazionale cinese, ha passato i precedenti tre anni di pandemia spingendo l’idea secondo cui l’approccio anti COVID del regime di Pechino sarebbe stato di gran lunga superiore rispetto a quello occidentale. La cosiddetta politica “Zero-COVID”, grande vanto del Presidente Xi Jinping, è stata presentata infatti alla popolazione come un male necessario, capace di mantenere ordine e produttività e al tempo stesso salvare vite.
Ma dopo anni di sacrifici e sistematica oppressione, quello che i mondiali hanno mostrato alla popolazione cinese è che il resto del mondo è andato avanti senza di loro. I vaccini occidentali, basati su una nuova tecnologia, hanno funzionato meglio di quelli prodotti dal regime. Mentre quindi le autorità cinesi continuano ancora oggi a prendere le persone casa per casa per portarle contro la loro volontà in campi di quarantena, gli stadi in Qatar sono pieni di individui senza mascherina che si divertono spensierate. Evidentemente, qualcosa è andato storto. A questa realizzazione si è aggiunto, il 24 novembre scorso, l’incendio di un palazzo nella città di Ürümqi, nella Regione autonoma dello Xinjiang, in cui almeno dieci persone avrebbero perso la vita.
Ürümqi era sotto lockdown già da un centinaio di giorni a quel punto e una delle classiche misure per limitare gli spostamenti nelle zone quarantenate consisteva nel porre delle barriere fisiche sulle strade. Secondo le discussioni sviluppatesi sui social media immediatamente dopo la tragedia, tali barriere avrebbero impedito ai soccorsi di agire efficacemente, un’idea rinforzata in seguito da un video in cui si vede il getto d’acqua sparato da uno dei camion dei pompieri salire verso l’alto per poi fermarsi a un metro dalla finestra in fiamme. Le autorità locali hanno immediatamente negato ogni responsabilità. Tuttavia, tali giustificazioni non hanno impedito al dissenso e alla rabbia di espandersi nel paese.
Le manifestazioni sono quindi iniziate a Ürümqi il venerdì sera per poi espandersi il giorno dopo a Shanghai e in altre città nei giorni successivi – particolarmente nei campus universitari. Inizialmente nate come veglie per ricordare i morti nell’incendio, tali iniziative si sono presto trasformate prima in vere e proprie proteste contro le restrizioni anti-COVID e contro il governo stesso, esplicitamente chiedendo le dimissioni del Presidente Xi Jinping e del Partito comunista cinese. Le proteste a livello locale non sono una novità in Cina, ma hanno in genere come obiettivo problemi specifici, legati ad esempio ai salari troppo bassi o al livello di inquinamento delle città e tendenzialmente servono ad attirare l’attenzione del governo centrale. In questo caso, le autorità nazionali stesse sono percepite invece come la causa scatenante dei problemi.
Inoltre, la policy Zero-COVID è figlia proprio di Xi Jinping, il quale ne ha fatto un vanto personale, legandola indissolubilmente al suo stesso nome nell’immaginario popolare. Per questa ragione, le proteste non sono dirette ai possibili sbagli e alle inadempienze di qualche burocrate locale, ma sono viste come un fallimento del PCC stesso. Ora, il governo di Pechino si trova in una situazione difficile. Da una parte, tenere sotto controllo la popolazione con la violenza, come abbiamo già visto accadere nei giorni passati, rischia di esacerbare ulteriormente la situazione a livello nazionale. Dall’altra, rilassare le norme anti-COVID potrebbe avere altre conseguenze ugualmente negative nel lungo periodo.
In primo luogo, sarebbe come ammettere che il partito e il suo leader non sono entità infallibili. Ma concedere alla popolazione più libertà rischia anche di far crescere rapidamente il numero di casi di COVID, potenzialmente saturando il sistema sanitario nazionale. Dato il bassissimo numero di infezioni accumulato dal 2020, la popolazione cinese non ha attualmente un tasso di immunità naturale adeguato e circa un terzo della popolazione anziana non ha ancora ricevuto la terza dose.
Alla pressione data dai problemi di ordine pubblico e sanitario si aggiunge inoltre quella data dall’economia, in quanto le restrizioni hanno causato un rallentamento dell’industria proprio mentre il resto del mondo sta ripartendo. Al momento, è difficile dire se le proteste continueranno nei prossimi giorni o se avranno un qualche tipo di impatto sul futuro del paese. Com’era prevedibile, il governo di Pechino ha per ora inquadrato le manifestazioni come il risultato di infiltrazioni straniere volte a minare la solidità della società cinese, cosa che lascia intendere la possibilità di una maggiore repressione più che apertura. Inoltre, a differenza del 1989, oggi il PCC ha un controllo tecnologico senza precedenti sulla popolazione. Tuttavia, il sistema di sorveglianza è ancora in fase di perfezionamento e i manifestanti potrebbero utilizzarne le falle per organizzarsi e rispondere alla repressione. Altro fattore critico per i dimostranti è inoltre rappresentato dalla quasi totale assenza nel paese di una vera e propria società civile – fatta ad esempio di ONG e organizzazioni religiose – che possa sostenere e organizzare la resistenza. Il PCC, negli anni, si è premurato che non esistesse nulla di simile.
Qualunque sia il futuro della Cina, è chiaro comunque che qualcosa di importante è venuto a mancare nel contratto sociale che tiene insieme la popolazione e le istituzioni e il COVID ne è stato in parte responsabile. La variante Omicron, con la sua rapida diffusione, ha richiesto un inasprimento della stretta del governo sulla società cinese, persino in quelle aree, come Shanghai, che hanno beneficiato negli anni di una maggiore crescita economica. Oggi, quindi, Pechino deve vedersela anche con una classe media più numerosa e meno isolata rispetto al passato. Resta tuttavia da vedere se tale novità spingerà il regime a fare un passo indietro o ad un uso eccessivo della violenza come nella primavera dell’89, quando fino a diecimila manifestanti persero la vita per mano dell’esercito cinese. Per il momento, siamo in un territorio ignoto, ma questa volta il rapporto di fiducia tra il regime e la popolazione potrebbe essersi davvero incrinato per sempre.

Crediti foto EPA/MARK R. CRISTINO



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