Il gattopardo del Kosovo: un dilemma quasi insolubile

È chiaro che alla classe dirigente serba non interessa più nulla del Kosovo, ma la questione torna sempre buona per distogliere l’attenzione. Ecco che mentre tutta la Serbia è attraversata da montanti proteste scatenate dalle due stragi di studenti e passanti del mese scorso, la crisi in Kosovo aiuta il regime di Vučić a distrarre la massa.

Christian Elia

Come accade da oltre un decennio, cioè dalla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo nel 2008, ciclicamente l’ex repubblica della Jugoslavia torna sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. In questo caso, anche in Italia, per il coinvolgimento di militari italiani del contingente internazionale KFOR della Nato negli scontri con la popolazione di Zvečan, nel nord del Kosovo.
La notizia, rispetto al passato, è che questa volta gli Stati Uniti hanno bacchettato il governo di Pristina. Le relazioni tra i due paesi, infatti, sono solide, al punto che ai protagonisti del conflitto del 1999 (Bill Clinton, Hillary Clinton, il generale Wesley Clark, l’allora Segretaria di Stato Madeleine Albright) sono dedicate strade e murales. Washington, invece, per una volta, ha criticato il governo di Albin Kurti. La richiesta dell’amministrazione Biden, infatti, era quella di non aumentare la tensione, ma l’ostinazione nel portare avanti comunque le elezioni amministrative, nonostante il boicottaggio dei serbi, che ha portato all’elezioni di sindaci albanesi (meno del 4% di affluenza alle urne) in municipalità dove sono la minoranza, è stata duramente criticata negli Usa. Che hanno addirittura annunciato misure contro il Kosovo per questa decisione, escludendo Pristina da esercitazioni militari congiunte programmate da tempo.

Anche l’Unione europea ha redarguito Pristina, mentre la Russia non ha perso tempo per solidarizzare con i serbi del Kosovo chiedendo il rispetto dei loro diritti.
La gestione da parte del governo del Kosovo è stata maldestra: venerdì scorso, la polizia ha fatto irruzione negli edifici municipali in tre città a maggioranza serba, in modo che i nuovi sindaci potessero insediarsi, e rimuovendo le bandiere serbe e le hanno sostituite con lo standard oro e blu del Kosovo.
Al solito, il piccolo Kosovo ha una situazione complessa sul campo, dove il conflitto del 1999 non ha portato a una reale soluzione delle tensioni, ma ha anche ripercussioni internazionali.

I due leader di Serbia e Kosovo, Aleksandar Vučić ed Albin Kurti, non si sono mai piaciuti. Lo scambio di accuse è stato immediato: in un discorso televisivo alla nazione, Vučić ha affermato che “solo Albin Kurti è responsabile” dei disordini nella città di Zvečan.  Vučić ha esortato le persone ad astenersi dalla violenza che potrebbe soddisfare il “desiderio del leader del Kosovo di provocare un conflitto tra i serbi e la Nato”. Kurti ha affermato che i manifestanti a Zvečan erano “un gruppo di estremisti sotto la direzione di Belgrado, bande criminali che eseguono gli ordini di Vučić per destabilizzare il nord del Kosovo”.

L’ennesimo episodio di cronaca, però, non racconta fino in fondo la grande ipocrisia che da sempre accompagna la questione del Kosovo.
Un’ipocrisia trasversale, interna e internazionale. Fin dai tempi del conflitto alla fine degli anni Novanta, si sono stratificate nel Kosovo una serie di intrecci che rendono la questione un dilemma quasi insolubile.
Da un lato serbi e albanesi del Kosovo, che non riescono a comunicare nell’ambito della stessa prigione nella quale si trovano rinchiusi. Alla fine, nella regione, dove ormai i visti son liberalizzati quasi dappertutto, solo i residenti del Kosovo hanno una mobilità ridotta con tutte le conseguenze del caso. Sono migliaia i minori non accompagnati che ogni anno, con ogni mezzo, fuggono da un presente senza prospettive.

Per i serbi, anche in Serbia, il Kosovo ha una valenza simbolica totalmente narrativa. La stragrande maggioranza di quei ragazzi che partecipano a manifestazioni nazionaliste per il Kosovo non ci sono mai stati. Allo stesso modo, il legame degli albanesi del Kosovo con l’Albania è più forte di quello con la loro nazione, ma pagano le conseguenze di un arrocco senza vie d’uscita.
A livello internazionale, il Kosovo rappresenta ancora oggi – a livello di diritto internazionale – un grande imbarazzo. Al tempo delle guerre di Putin, che ha giustificato le operazioni militari in Donbass e in Crimea con la protezione della minoranza russa, il Kosovo racconta di come nel 1999 gli Usa, l’Onu, la Nato e l’Ue crearono un precedente che ancora oggi Putin e i suoi sodali ricordano con meticoloso opportunismo.

Allo stesso tempo, però, la stessa Ue non è mai stata compatta sulla questione del Kosovo. Ad oggi, lo stato indipendente non è riconosciuto da stati importanti, come Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia. Alle quali, da sempre, accanto alla Russia, si aggiunge la Cina.
Lo strappo dell’indipendenza, nel 2008, senza la certezza di un accordo credibile tra le parti, ha lasciato la situazione bloccata più che durante il conflitto e il decennio successivo. Sulla pelle dei residenti del Kosovo, albanesi e serbi, che sono intrappolati in questa situazione che risponde – di volta in volta – all’agenda di qualcuno.

Come era abbastanza chiaro che la Russia soffiava sul fuoco del Kosovo in chiave anti-Nato, è altrettanto chiaro che alla classe dirigente serba (da tempo) non interessa più nulla del Kosovo e della sua gente, ma la questione torna sempre buona quando c’è un qualche problema interno, per distogliere l’attenzione.
Ecco che mentre tutta la Serbia è attraversata da montanti proteste scatenate dalle due stragi di studenti e passanti del mese scorso, che sono diventate il simbolo non solo del mare di armi libere nel paese, ma di tutta una retorica nazionalista legata alla forza e all’onore, la crisi in Kosovo aiuta il regime di Vučić a distrarre la massa.
Una soluzione, sempre più, è possibile solo con l’idea che i confini emersi nella regione dai conflitti degli anni Novanta hanno portato solo problemi, spopolamento, crisi economica. Ed è dalla società civile in Kosovo che deve ripartire un processo politico che porti a una soluzione, che tutti ci auguriamo non ricalchi quella della Repubblica Serba di Bosnia – Erzegovina, che non è certo un modello da augurare a nessuno.

Christian Elia ha firmato anche l’articolo Serbia, l’autoritarismo soft che funge da anestetico sociale del numero 3/2023 di MicroMega La democrazia nemica di sé stessa. Scopri di più

Foto Flickr | Allan LEONARD



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