Un governo con tutte le caratteristiche dell’autoritarismo

Le gaffes e i provvedimenti del governo, oltre a rivelare una certa grossolanità di pensiero, inducono il sospetto che si voglia riscrivere la storia: sostituire una civiltà di solidarietà e di pluralità di voci con una cultura che si nutre di paure, funzionale a uno stato di allerta che impedisce di pensare lucidamente e che veda in quello securitario il problema prioritario.

Teresa Simeone

La classe dirigente del nostro Paese, “democraticamente eletta”, espressione che si ripete ormai meccanicamente per mettere a tacere non solo ogni legittima discussione, sale della dialettica politica, ma anche qualsiasi tentativo di dare voce alle minoranze, che è, se vogliamo, l’elemento caratterizzante una democrazia matura, non perde occasione di ricorrere al vittimismo per nascondere invece la propria aggressività di toni e di contenuti.
Ancora una volta si cerca il nemico da lanciare in pasto alla folla, esasperata dai rincari e dalle ristrettezze economiche, aumentate dopo un anno, a dimostrazione dell’infondatezza delle promesse elettorali e della forza sempiterna della propaganda che, nonostante l’azione civica di smascheramento dei suoi meccanismi, operazione che dovrebbe essere scontata per cittadini del terzo millennio, continua, purtroppo, a svolgere efficacemente la sua funzione, nascondere cioè le incompetenze a governare i problemi gravi, e a spostare la rabbia verso i soliti nemici: comunisti impenitenti (ma dove sono più?), antiitaliani che preferiscono i migranti ai connazionali (cioè le persone che non rinunciano alla loro umanità), “taxisti” del Mediterraneo (ONG e chiunque cerchi di applicare la legge del mare), magistrati che, con coraggio e autonomia di giudizio, tra tentativi di intimidazione e gogne social, si sforzano di rispettare i principi costituzionali su cui si sono formati.
La verità è che a questa classe politica, che è arrivata al potere con una maggioranza apparentemente alta ma sovradimensionata, considerato il numero altissimo di astensioni, non sta brillando per eleganza, anzi, diciamola tutta, dimostra un’evidente goffaggine nell’uso di espressioni che, pur “voce dal sen fuggita”, “poi richiamar non vale”, come invece, contraddicendo il Metastasio, più volte ha dovuto fare per rettificare quanto prima dichiarato.
Non si contano le gaffes, davvero difficile da mettere in fila, che, come efficacemente espresso da Ernesto Galli della Loggia nel marzo scorso (oggi ne avrebbe altre da annoverare), fanno pensare che questi politici siano vissuti in un altro Paese, un Paese dove non vigevano le regole del galateo istituzionale e dove chi governa non lo fa per tutti ma solo per quelli che lo hanno votato, senza preoccuparsi, tra l’altro, di affinare gli strumenti culturali necessari a svolgere con equilibrio il proprio ruolo pubblico.
Qui non si tratta della solita superiorità della sinistra; si tratta di adottare uno stile e un linguaggio che siano rispettosi della dignità di ciascuno. Se la sinistra lo fa e la destra no, non è questione di spocchia, ma solo di profondità intellettuale, quella che ti spinge ad esaminare le questioni, a interrogarti oltre l’istintiva risposta che erompe senza la necessaria mediazione dell’intelletto che invece ti costringe, con la pausa dell’analisi, alla riflessione. Una maggiore attenzione alle parole che si dicono, alle sensibilità che si offendono, alle espressioni che si utilizzano non ha niente a che vedere con una visione cavillosa del presente, con un politically correct formale e lezioso, giudizio con cui viene immediatamente cancellato, con somma gioia di chi non vuole star lì a preoccuparsi di minoranze e linguaggio, qualsiasi tentativo di andare al di là della superficie volgare delle cose. Verrebbe altresì da pensare a una banalità intesa come pigrizia o indolenza nell’esercitare un controllo sulla lingua però necessario, in quanto consente di esprimere i concetti solo dopo averli elaborati. A meno che, invece che voci “dal sen fuggite” involontariamente, siano idee sedimentate ed espresse coscientemente e intenzionalmente.
Le parole in occasione del 25 aprile di La Russa, presidente del Senato, sul fatto che nella Costituzione non ci sia riferimento all’antifascismo e la dichiarazione, gravissima, sull’attentato di via Rasella e sui militari del Polizeiregiment “Bozen”, reparto creato in Alto Adige e impiegato con compiti di guardia nella Roma occupata, considerati una banda musicale di semplici pensionati; le affermazioni di Giorgia Meloni sul fatto che i 335 morti delle Fosse Ardeatine furono uccisi perché italiani e non in quanto antifascisti; il “carico residuale” e il riferimento critico di Piantedosi ai genitori che mettono a rischio la vita dei figli sulle barche; il karaoke di Salvini e Meloni dopo la strage di Cutro; l’accusa di Donzelli ai parlamentari del PD che erano andati a trovare Cospito in carcere, con conseguente effetto boomerang nel non rendersi conto che pur di colpire avversari politici stava svelando qualcosa che doveva rimanere riservato; la sostituzione etnica di Lollobrigida; le coppie omosessuali che nel chiedere la loro iscrizione all’anagrafe,  “spaccerebbero i loro figlio per propri” del vicepresidente della Camera Rampelli; il “pizzo di Stato” della presidente del Consiglio; la difesa del libro di Vannacci da parte di Salvini (benché non di Crosetto); la critica di Valditara alla dirigente che aveva condannato l’aggressione di un gruppo di ragazzi di estrema destra a uno studente; le espressioni di Gianbruno che, dopo aver creato un pericoloso collegamento tra stupri e comportamenti femminili, è arrivato a paragonare le migrazioni dall’Africa alla transumanza, cioè spostamenti di greggi di mandrie e di pastori, e altre gaffes di questo tono non fanno certo pensare a figure particolarmente eleganti nell’esercitare la propria funzione, sia essa parlamentare, militare o giornalistica.
Se poi aggiungiamo proposte e iniziative come innalzare il contante a 10.000 euro, il decreto antirave, gli attacchi al reddito di cittadinanza, la sostituzione in Rai di personaggi scomodi, la decisione di non rinnovare la convenzione tra ANPI e ministero dell’Istruzione e del Merito, poi rettificata dopo le proteste dell’associazione, l’avversione per il salario minimo, le politiche assolutamente inefficaci nel contrasto all’immigrazione su cui avevano costruito il proprio successo elettorale, il costo del carburante mai così alto, i tagli previsti nella Nadef alla sanità pubblica, allora ci renderemo conto di come non si tratti solo di parole ma di parole che devono nascondere il fallimento di azioni concrete che avevano promesso e che non sono stati in grado di mantenere. Di qui i continui spostamenti dell’attenzione su “bazzecole, quisquilie e pinzellacchere” e, soprattutto sulla presente e sempre funzionante paura degli italiani per gli stranieri, nella fattispecie immigrati: emblematica la polemica di questi giorni contro la giudice Iolanda Apostolico, rea (incredibile, vero? lei, una magistrata) di non aver convalidato il fermo di quattro, quattro si badi bene, non mille e quattro, tunisini, polemica innescata addirittura dalla presidente del consiglio (e poi sedata da lei ma non dagli altri esponenti di governo che vanno avanti nell’impugnare il provvedimento) basita, come si è detta, dalla sentenza di Catania, prontamente ripresa da Matteo Salvini che a Sky ha dichiarato che la giudice ha smesso la toga e ha indossato la maglietta rossa, con una gravità di contenuti e di toni da raggelare il sangue e far rivoltare Montesquieu nella tomba.
Sono tutte gaffes e provvedimenti che, oltre a rivelare una certa grossolanità di pensiero, su cui si potrebbe anche soprassedere, inducono il sospetto che si voglia riscrivere la storia e avviare un’operazione insidiosa, quella cioè di sostituire una civiltà di solidarietà e di pluralità di voci con una cultura che si nutre di paure e di continue ansie emergenziali, funzionale a uno stato di allerta che impedisca di pensare lucidamente e che veda in quello securitario il problema prioritario. L’obiettivo dovrebbe essere il conseguente auto-affidamento al solito homme fatal o femme fatale (e i progetti di revisione costituzionale in senso presidenzialistico lo testimoniano) che potrebbe portarci fuori dalle secche, a costo, ovviamente, di sacrifici delle nostre libertà e dei nostri diritti, anche se al momento, in particolare per le fasce più deboli, i sacrifici si vedono ma i benefici restano lontani.



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