Il governo Meloni e il suo disprezzo per la ricerca

Lo scarso valore che il governo Meloni attribuisce alla ricerca scientifica torna a manifestarsi eclatante con il taglio di fondi ai danni dell’European Brain Resarch Institute, istituto di ricerca di avanguardia fondato da Rita Levi Montalcini.

Silvano Fuso

In due precedenti articoli avevamo espresso le nostre preoccupazioni per l’atteggiamento di disinteresse e negligenza dell’attuale governo nei confronti della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. Purtroppo tale atteggiamento è stato ancora una volta confermato con il feroce taglio dei fondi attuato dall’esecutivo ai danni del centro EBRI (European Brain Research Institute) di Roma, istituto di ricerca fondato e voluto da Rita Levi Montalcini (1909-2012).
La legge di bilancio approvata dal governo ha infatti negato il contributo di un milione di euro all’anno che dal 2012 permetteva al centro di fare ricerca d’avanguardia. Gli studi da esso condotti hanno permesso di accrescere notevolmente le conoscenze sulla fisiologia cerebrale, fondamentali per lo sviluppo di nuove terapie per gravi patologie del cervello e dell’occhio. Tra queste il morbo di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative, la sclerosi multipla, l’epilessia, le malattie neuropsichiatriche, i disturbi dello spettro autistico, il glaucoma e le neuropatie ottiche.
Come ha dichiarato il presidente dell’EBRI, il Prof. Antonino Cattaneo, neuroscienziato docente di neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, “la decisione del governo determina l’impossibilità di proseguire le ricerche e di sostenere i costi strutturali e l’implementazione e manutenzione dei laboratori e delle sofisticate apparecchiature. Sono costi che non possono essere coperti dai finanziamenti, in larga parte internazionali, per progetti di ricerca competitivi vinti dalle ricercatrici e dai ricercatori”.
Non sono distanti le dichiarazioni del Prof. Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri:Il problema è che in Italia abbiamo governi che ritengono che la ricerca sia una spesa e non un investimento. L’esecutivo attuale e quelli precedenti, perché è successo anche in passato, tagliano sempre in questo settore, ma senza risorse per la ricerca questo Paese non può compiere grandi passi avanti. L’economia e la salute dipendono in misura fondamentale dalla ricerca, alla quale in Italia viene dedicato circa l’1,2% del PIL, mentre la media europea è del 2,3%. Non solo: non sappiamo quando vengono pubblicati i bandi, emessi i risultati e finanziati, c’è una grande burocrazia a cui si accompagna una scarsa efficienza. Abbiamo la metà dei ricercatori per milione di abitanti rispetto alla media europea e si incontrano grosse difficoltà per effettuare la sperimentazione animale, perché c’è una burocrazia spaventosa. Bisogna attendere sei mesi prima di avere un’approvazione, contrariamente a quello che succede nei maggiori Paesi europei. Per farsi un’idea, per avvicinarci alla somma che la Francia destina alla ricerca dovremmo spendere circa 22 miliardi di euro in più all’anno. Manca completamente l’attenzione per questo ambito e per le sue potenzialità nel presente e nel futuro, perché ha una funzione strategica fondamentale. La ricerca viene realizzata dall’industria: manca quella indipendente, che ha maggior margine di manovra ed è effettuata nell’interesse dei pazienti. Quella industriale, invece, inevitabilmente tende a mostrare soprattutto i benefici dei propri prodotti”.
E ancora il Prof. Garattini, che rispetto alle difficoltà finanziarie incontrate dall’Istituto Mario Negri a causa di questo taglio ha dichiarato: “l’Istituto Mario Negri cerca di essere indipendente anche se non è facile. Le risorse su cui si può contare sono poche: tutti gli enti di ricerca sono in difficoltà. Essendo IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), riceviamo dei fondi pubblici, ma sono una parte molto piccola del totale di cui abbiamo bisogno. L’Istituto Mario Negri, considerando le sedi di Milano e Bergamo, per esempio, spende circa 33 milioni di euro all’anno e il sostegno pubblico non arriva a coprire nemmeno il 15% della cifra. Fortunatamente siamo molto aiutati da lasciti, eredità e donazioni dei privati, che rappresentano una buona parte delle entrate. Avremmo bisogno di maggior sostegno pubblico: non vogliamo riceverlo gratuitamente, basterebbe che venissero indetti più bandi di concorso per premiare i progetti migliori, ma ciò non avviene perché sono troppo poche le risorse disponibili. Il Paese senza ricerca in tutti i campi non può accrescere la sua economia e non ha futuro. Inoltre, la salute viene danneggiata perché dipende dalle conoscenze che si hanno sull’organismo e sul suo funzionamento. I progetti dei ricercatori e i loro risultati innescano procedimenti virtuosi, perché quello che si scopre su una patologia è utile per curarne altre. Le malattie rare, per esempio, costituiscono casi estremi che possono permettere di capire i danni causati da cambiamenti genetici o altri tipi di anomalie”.
È vero che anche i governi precedenti non hanno mai brillato per l’attenzione rivolta ai problemi della ricerca, ma quello attuale desta particolari preoccupazioni per la sua evidente ostilità nei confronti di certe innovazioni tecnologiche che rasenta l’oscurantismo.
Anche la recente nomina del frate francescano Paolo Benanti a capo della cosiddetta “Commissione algoritmi”, in seguito alle dimissioni di Giuliano Amato, non può che suscitare non poche perplessità in chiunque guardi con favore al progresso e difenda la laicità delle istituzioni. Era proprio necessario che una commissione, che dovrà prendere decisioni estremamente delicate su un tema innovativo come l’Intelligenza Artificiale, fosse presieduta da un esponente del clero, inevitabilmente fortemente ideologizzato e, tra l’altro, instancabile oppositore della fantomatica “ideologia gender”, che definisce “fenomeni da baraccone” quelli “che vediamo al Gay Pride” e per il quale i termini queer e finocchio sono equivalenti
CREDITI FOTO: ANSA / Massimo Percossi



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