Ilaria Salis: dopo un anno di reclusione in Ungheria, i primi segnali dal governo italiano

È ormai un anno che Ilaria Salis è detenuta a Budapest con l'accusa di aver aggredito due neonazisti. Una vicenda che ha messo in luce la brutalità delle carceri ungheresi. Dall’esecutivo italiano finalmente un cenno di vita, con la notizia del primo incontro ufficiale tra il governo e la famiglia della detenuta, previsto per il 23 gennaio.

Massimo Congiu

Si svolgerà il prossimo 29 gennaio la prima udienza del processo che vede Ilaria Salis – l’antifascista italiana detenuta a Budapest dallo scorso febbraio – accusata di aver aggredito, insieme ad altri, due neonazisti. Questi ultimi si trovavano in Ungheria l’11 febbraio del 2023, in occasione del “Giorno dell’onore”, un raduno che si tiene ogni anno nella capitale danubiana per celebrare la memoria dell’”eroica” resistenza dei soldati nazisti e dei loro alleati ungheresi contro l’Armata Rossa, nell’assedio di Budapest. Salis si trovava lì per partecipare a una contro manifestazione nel corso della quale, secondo l’accusa, sarebbe avvenuta l’aggressione.
Da allora la donna è in carcere, in condizioni spaventose, a giudicare da ciò che racconta: cimici, topi e scarafaggi. Alle detenute verrebbero concessi, ogni mese, 100 milligrammi di sapone, quattro pacchi di carta igienica e poco cotone per il ciclo mestruale. Il resoconto da brivido prosegue con il riferimento a trasferimenti con manette e catene ai piedi, un’ora d’aria al giorno, non sempre scontata, a quanto pare, e detenuti costretti a guardare il muro in occasione delle soste nei corridoi.
Non basta: celle piccole, poco aerate, e un regime alimentare “catastrofico”. Di recente Salis ha scritto di nuovo ai suoi avvocati menzionando il fatto di aver saputo che in Ungheria, nel questionario rivolto ai donatori di sangue, viene chiesto se i medesimi siano stati in carcere negli ultimi sei mesi. “Segno – osserva l’interessata citata da un articolo del manifesto uscito lo scorso 17 gennaio – che anche il sistema sanitario ungherese è a conoscenza della malnutrizione e delle condizioni sanitarie all’interno del carcere”.
Sei mesi, un lungo periodo durante il quale, dall’arresto, la trentanovenne insegnante di scuola elementare non ha potuto comunicare con nessuno, nemmeno con i familiari. Per il reato che le viene contestato rischia sedici anni di carcere; da notare che le era stato proposto un patteggiamento a undici, che ha rifiutato. Non solo: risulta che, secondo il codice penale ungherese, nel caso di accuse relative a reati punibili con pene detentive di oltre un decennio la carcerazione preventiva può durare fino a quattro anni. La donna si è dichiarata da subito non colpevole. Per rappresentarla alla corte di Budapest è stato chiamato l’avvocato György Magyar, uno dei più noti penalisti ungheresi, nonché attivista per i diritti civili, vincitore, nel 2014, del premio antirazzista Miklós Radnóti. Di recente intervistato dal manifesto, il legale ha affermato che le accuse sono tutte senza prove, mentre invece per la procura ungherese l’imputata avrebbe causato ferite potenzialmente mortali ai due aggrediti. Non sola, come già precisato, ma con altri antifascisti. E qui l’aggravante è rappresentata dall’accusa rivolta a Ilaria Salis di aver commesso i fatti in questione da appartenente a un’organizzazione criminale. Circostanza negata dalla donna. Lo stesso avvocato Magyar afferma che non vi è alcun gruppo criminale coinvolto nella vicenda.
C’è da considerare che le due vittime non hanno mai sporto denuncia e le lesioni da loro subite sono guarite in sei e otto giorni. In Italia l’intervento del tribunale a fronte di un simile episodio avverrebbe solo in presenza di una querela di parte e comunque presupporrebbe il reato di lesioni lievi. Quello che rischia Salis, sia in termini di condanna definitiva, sia in termini di carcerazione preventiva è chiaramente sproporzionato se si tiene conto della tipologia del reato concernente il suo caso. Ma risulta che in Ungheria sia molto facile il ricorso a pene detentive anche laddove sarebbe più opportuno applicare sanzioni pecuniarie. Non a caso il sistema carcerario di quel Paese – non unico in Europa, certo – presenta seri problemi di sovraffollamento. Legali della ONG Comitato Helsinki Ungherese fanno notare che dal 2021 l’Ungheria è, tra gli Stati membri dell’Ue, quello in cui è più alta la percentuale di detenuti in rapporto alla popolazione. C’è inoltre anche un problema di sottodimensionamento del personale carcerario. In definitiva vi è da notare che più volte le condizioni di detenzione negli istituti di pena ungheresi sono state al centro di critiche in ambito Ue ed è anche successo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia imposto allo Stato danubiano di indennizzare dei detenuti sulla base di segnalazioni di organizzazioni civili che denunciavano le condizioni disumane caratterizzanti il sistema detentivo nazionale. Tutte sentenze aspramente criticate dal primo ministro Viktor Orbán.
Insomma, la vicenda di Ilaria Salis ci aiuta ad avere un’idea della situazione in cui versano le carceri ungheresi. Situazione di cui fa le spese ora la nostra connazionale a sostegno della quale si è costituito di recente, in Italia, un comitato. Un soggetto che partecipa ad un’azione corale per chiedere al governo Meloni di intervenire almeno per riportare la donna in patria e consentirle di scontare qui la custodia cautelare magari con la formula dei domiciliari. Dall’esecutivo finora non si era ottenuto un granché, a parte qualche vaga reazione. Poi è giunta notizia dell’invito da parte del governo al padre di Ilaria Salis per un incontro previsto per il 23 gennaio a Roma. Sarebbe il primo contatto ufficiale fra la famiglia della detenuta e il governo. “Finalmente si sta muovendo qualcosa, anche se aspettiamo di vedere in concreto quali passi saranno intrapresi”, ha commentato Roberto Salis.
L’altro accusato, il ventiquattrenne Gabriele Marchesi, è attualmente ai domiciliari in Italia. La settimana scorsa la Corte d’appello di Milano ha rinviato per la terza volta la decisione riguardante la consegna del giovane alle autorità giudiziarie ungheresi. Il prossimo appuntamento è previsto per il 13 febbraio. La speranza è che la consegna non abbia luogo e che Ilaria Salis venga portata via da quell’inferno.



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