Il greenwashing della Coldiretti a braccetto con la destra italiana

Una buona parte del settore produttivo italiano in campo zootecnico e agricolo è schierato su posizioni che ricordano più il blocco agrario reazionario che sosteneva il ventennio, con tutta la sua prosopopea e la cura di interessi puramente di rendita, in assoluto spregio del patrimonio ambientale.

Franco La Cecla

Di seguito una storia istruttiva sul dibattito intorno alla conversione ecologica del nostro paese.
Vengo contattato da Roberto Weber, uno dei collaboratori della Coldiretti, che si occupa della divulgazione scientifica sulle innovazioni in campo agricolo. Mi chiede di partecipare a un Forum che si tiene a Palermo, in occasione di una grande kermesse della Coldiretti. Il tema è la carne sintetica che viene considerata dalla Coldiretti una grave minaccia alla zootecnia e all’industria casearia italiana. Rispondo all’invito dicendo che sul tema le mie posizioni sono le stesse dei compagni ambientalisti, tra cui Greenpeace, ma che mi farebbe comunque piacere dibattere la questione con una organizzazione come la Coldiretti, dato il suo peso nello scenario dell’agricoltura nazionale.

Mi reco a Palermo, attraverso piazza Massimo che è stata trasformata in una enorme fiera dell’agricoltura, con animali, insaccati, formaggi, verdure e ogni ben di Dio. Su tutto campeggia il giallo, dalle bandiere della Coldiretti, alle tende, fino agli stand.
Vengo introdotto nel cinema che per l’occasione ospita i dibattiti. Mi chiedono di indossare il cartellino Coldiretti e molto cortesemente faccio osservare che io non ne faccio parte ma sono un invitato. In sala centinaia di bandiere gialle. L’inizio del dibattito è ritardato dall’attesa delle autorità. Arriva il sindaco di Palermo, Lagalla e dopo un po’ il ministro dell’Agricoltura, Lollobrigida. Dietro di noi su un maxischermo passano filmati e interviste con imprenditori e conduttori di aziende zootecniche di grandissime dimensioni, che raccontano come con la produzione di biogas per fare energia contribuiscano alla transizione ecologica. Conduce il forum Anna Falchi, che più volte si rivolge al pubblico invitando allo sventolamento e agli inni contro la carne sintetica.

Contemporaneamente mi contattano vari giovani dell’organizzazione invitandomi a indossare il cartellino giallo. Continuo a spiegare che non ha senso, essendo solo un invitato.  Poi è la volta del segretario generale della Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, che fa una diatriba molto articolata sui pericoli del cibo sintetico e sul significato della carne sintetica come minaccia a un’idea fondamentale di rapporto con la natura: un discorso appassionato sul ruolo fondamentale della Coldiretti in questa battaglia per restare legati ai valori della autenticità. Salutato con una ola di bandiere e di cori. Poi saliamo sul palco noi, gli invitati. Sono il terzo a intervenire. Prima di me interventi tecnici, puntuali, esperti di vari settori che dicono “da esterni” la loro sui cibi sintetici e sul loro futuro. Quando intervengo cerco di sottolineare il fatto che la Coldiretti può con la sua taglia e la sua influenza fare davvero la differenza nel contribuire a una svolta di eco-sostenibilità nel nostro paese. Osservo però anche che per essere credibili nel contestare la carne sintetica è importante che ci sia una conversione della industria zootecnica a dimensioni più gestibili, a un rapporto da piccola e media impresa che consenta una gestione meno da catena di montaggio e più da fattoria dove gli animali conducano una vita degna e dove il grande carico del bestiame non pesi sull’ambiente circostante. Cito alcune cifre ufficiale rispetto alle responsabilità degli allevamenti riguardo al cambiamento climatico: si tratta non solo della produzione di carne e di latticini ma del peso enorme dei mangimi e dell’ingentissimo consumo di acqua. In questo momento il settore produce il 24% delle emissioni globali (cioè più delle emissioni globali del settore dei trasporti). A questo si aggiunga che c’è un incremento esponenziale del consumo dei suoli che vengono sottratti dagli allevamenti ad altri usi e riduce drasticamente foreste – con casi allarmanti di cacciata di popoli indigeni da parte di grosse multinazionali del bestiame (in Argentina un conflitto aperto tra Benetton e le terre ancestrali dei Mapuche).

Dico delle cose che sono note a tutti, perfino ovvie e che lo sono diventate ancor più in periodo di pandemia, quando ci si è accorti del peso enorme intorno a Milano e in Lombardia degli allevamenti suini, bovini e di polli. Si calcola che l’anno prossimo nel mondo verranno macellati 76 miliardi di animali e che tra vent’anni la zootecnica sarà responsabile del 50% dell’inquinamento mondiale. Una trasformazione credibile richiede una conversione ragionevole che riduca gli allevamenti industriali e ne cambi la taglia. Il mondo può tranquillamente fare a meno di tanta carne, anche in una logica non vegetariana, perché un capo di bestiame richiede uno spreco enorme di risorse che possono essere dirette ad altre produzioni alimentari più sostenibili. Finisco il mio intervento, mi siedo e vedo che dalla prima fila del pubblico il segretario generale mi fa segno di scendere dal palco e di avvicinarmi. Quando arrivo vicino a lui, mi prende per un braccio e mi dice: “Lei come si permette, qui, di dire queste cose? Se fosse a una riunione di partito l’avrebbero cacciata mentre parlava: prenderò le giuste misure contro chi l’ha invitata. Intanto se ne vada immediatamente”. Cosa che eseguo, tanto più che si è avvicinato l’ennesimo militante Coldiretti per propormi di indossare il cartellino giallo.

Non me l’aspettavo, non credevo che essere chiamato a un dibattito a dire la propria significasse una offesa così profonda all’onore di una organizzazione: non pensavo, non penso nemmeno adesso che questo atteggiamento faccia del bene all’agricoltura italiana e alla sua trasformazione in vista degli obiettivi europei. Non credevo soprattutto che una così grande e importante organizzazione praticasse lo sport sempre più diffuso del greenwashing: attacchiamo un obiettivo glamour come la carne sintetica per nascondere il nostro ritardo nel non aver capito che il mondo deve cambiare o finiamo male tutti, umanità, animali, e sicurezza alimentare.

Qual è la morale di questa diretta esperienza della Coldiretti? Che una buona parte del settore produttivo italiano in campo zootecnico e agricolo è schierato su posizioni che ricordano più il blocco agrario reazionario che sosteneva il ventennio, con tutta la sua prosopopea e la cura di interessi puramente di rendita, in assoluto spregio del patrimonio ambientale. La destra italiana parla di ambiente in genere con scarsissima cognizione di causa, tirando in ballo teorie negazioniste e appena può invocando il nucleare o il ponte sullo Stretto. Il nostro ritardo nella conversione ecologica è abissale rispetto all’Europa e la destra gioca sul ritardo per continuare a coltivare gli interessi dei petrolieri e dei fazendeiros dell’agricoltura. Nonostante la presa di distanza di Slow Food e Carlo Petrini, la Coldiretti spaccia per mondo contadino il complesso agricolo industriale che è responsabile della devastazione delle nostre campagne, del bypassare le regole europee facendo entrare gli ogm con la scusa della sperimentazione, di soffocare il peso incredibile che in Italia ha il settore delle energie rinnovabili e delle produzioni bio.

Un’ottica che privilegia un nuovo latifondismo industriale e che punisce i piccoli e medi coltivatori e allevatori. Che la destra si comporti così con sventolamento di bandiere non è una novità. La tristezza è che la sinistra non è da meno per generale ignoranza della questione ambientale, innamorata alla Calenda delle quaranta possibili (per lui) centrali nucleari), della generale complicità con i nostri petrolieri che sono responsabili in Paesi come la Nigeria di imprese non proprio gloriose e che soprattutto sono talmente “sin verguenza” da accumulare denunce internazionali per gli enormi danni all’ambiente causati dalle loro politiche. Sarebbe bello che la Schlein si accorgesse di avere appena sfiorato le giovani generazioni nella sua entrata in campo, quelle che ne sanno molto più di qualunque politico in campo di emergenza ambientale e che stanno cercando di lanciare forme di allarme e di lotta nuove e non sempre bene accette dalla sinistra tradizionale. L’Italia avrebbe meno bisogno di greenwashing mediatico ambientale e molto più di veri fatti, meno bisogno di sventolamento di bandiere e molto più di opposizione alle logiche reazionarie del settore agricolo industriale.

 

CREDITI FOTO Wikipedia | Takitaro



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