“In quel paese di donne si affonda nella palude”

“Il labirinto delle nebbie” di Matteo Cavezzali è molto più di un giallo storico. È un romanzo sociale dalle atmosfere noir.

Marilù Oliva

«La paura è un male liquido, come l’acqua delle paludi. Si insinua in ogni crepa, si espande silenziosa fino ad allagare ogni superficie. Anche in un muro robusto, è sufficiente una piccola fenditura per farla filtrare. La paura affonda le navi, soffoca i raccolti, annega le persone. La paura stringe alla gola, paralizza. Così era andata nel paese di Afunde»

Il labirinto delle nebbie” di Matteo Cavezzali è molto più di un giallo storico. È un romanzo sociale dalle atmosfere noir, che in alcuni passaggi sembra intinto di realismo magico, e ci racconta tanto delle abitudini e della mentalità di un’epoca non poi così tanto lontana. Siamo nella Romagna dei primi del Novecento nel Delta del Po, la Grande Guerra è appena passata ma incombe come uno spettro che ha portato troppi soldati nel regno dei morti molti e ha deturpato i sopravvissuti, nel corpo o nell’animo.

La vicenda si svolge in una località immaginaria chiamata Afunde, un villaggio imprigionato nella palude che pare mutare in continuazione, quasi fosse una creatura animata le cui fondamenta traballano. Case basse, affossate, strade come tela di ragno intrecciate senza un piano regolatore, spuntate come funghi, con casolari in pendenza e tutto è così sfuggente e mutevole. Un paese abitato quasi esclusivamente da donne, se si eccettuano il parroco e altre due presenze, che si sentono comunque escluse. Donne che vanno a messa solo per senso del dovere, donne che fanno di nascosto “cose strane” che il parroco preferisce non approfondire. Cantano, ma non sono canti liturgici, piuttosto litanie innalzate nelle sere di luna crescente e giungono dal cuore tenebroso della notte.

Non è un caso che venga trovata morta proprio una donna. Per la precisione, la giovane Angelina, da tutti amata in paese, viene rinvenuta sgozzata e con un simbolo sul collo, un serpente che si morde la coda. Così arriva l’ispettore Bruno Fosco, anche lui scampato al fronte, un uomo diretto e in apparenza burbero, con il cuore spezzato da una storia conclusa e sotto pelle le cicatrici invisibili che gli ha lasciato la guerra. Angelina, però è solo il primo omicidio di un cold-case che farà tremare la comunità.

Fosco porta avanti le indagini insieme al suo sottoposto Della Santa e, a un certo punto, con l’aiuto del vecchio anarchico Primo, un reietto per i paesani, ma una figura memorabile per noi lettori/trici. La galleria di personaggi è raccontata con brevi pennellate che li descrivono nella loro umanità, nelle loro fragilità, nelle loro pose iperboliche. Penso allo Scampaforche, un giustiziere fai-da-te che ha fatto della spavalderia la sua arma vincente, grazie anche a un popolo credulone. Poi c’è la sensuale Ardea, brusca nei modi ma concreta e conturbante, il viscido Tancredi Galanti, il sindaco Giuseppe Grassi e altre comparse che lasciano il segno, in virtù della grande capacità dell’autore di rendere viva la materia narrativa che tocca. E questo non è il suo unico talento. Cavezzali sa mescolare sapientemente storia e fiction, realismo e suggestione, creando atmosfere inquietanti e trascinando chi legge fin dentro la palude. La stessa palude dove si addentrano Fosco e i suoi in cerca della piccola Ada e chissà se la troveranno.

Il momento storico viene diffuso tra le pagine con tutte le sue contraddizioni, le lotte politiche, le pandemie (è appena trascorso il flagello della spagnola e ancora minacciosa è la malaria), le ottusità, le convinzioni, i pregiudizi, i patimenti. I profumi, i sapori, le scaramanzie. Quante cose si scoprono. Ad esempio come si ammazzavano i maiali. O che la luna crescente di novembre era l’ideale per seminare gli ortaggi che sarebbero cresciuti in inverno.

Un romanzo che ti rimane appiccicato, che ricorda le atmosfere cinematografiche di Pupi Avati, scritto con la prontezza dei noiristi francesi ma venato di credenze popolari che sarebbero molto piaciute a Gabriel García Márquez. Chiudi il libro e ti rammarichi soltanto che Afunde non esista, perché vorresti proprio visitarlo.



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