Il massacro a Gaza non oscuri la tragedia della Shoah

Nonostante la giornata della memoria sia diventata una ritualizzazione formale molto retorica e costellata di banalizzazioni, è nostro dovere ricordare che la Shoah rappresenta un unicum di atrocità della storia umana. L’antisemitismo in Europa è sempre latente, e il rischio di dimenticare la portata di quanto è accaduto costantemente dietro l’angolo.

Teresa Simeone

Negli anni precedenti stava diventando complicato scrivere della Shoah, per una serie di motivazioni come le insidie della ritualizzazione formale, l’abuso di retorica e le banalizzazioni sempre in agguato dietro la parola, nonché una sorta di stanchezza riferibile alla ripetizione di immagini e di testi espressi nell’ultimo ventennio dall’istituzione, era il luglio 2000, del Giorno della memoria. Oggi a questa difficoltà si aggiunge anche il rischio che si avviino dibattiti sull’asprezza delle responsabilità ebraiche nel conflitto israelo-palestinese. È diventato terribilmente scivoloso trattare della soluzione finale per cui molti si rifugiano in quella fascia di non ebrei che pure furono le vittime incolpevoli del piano nazista di sterminare tutti i diversi, omosessuali, disabili, sinti e rom, testimoni di Geova, prostitute, nonché oppositori politici, deportati militari. Una casistica, purtroppo, ampia e dolorosa, da onorare imprescindibilmente con la commemorazione e il ricordo di ogni singolo innocente e che, nel contempo, non dovrebbe distrarre rispetto a quell’unicum che fu il piano genocidiario della Judenpolitik tedesca.
La pianificazione scientifica, tayloristica, tracciata e deliberata a Wannsee nel gennaio del 1942 riguardava in special modo il popolo ebraico, di cui si voleva estirpare, con la sterilizzazione e lo sterminio di massa, la possibilità di esistenza. Lì, al tavolo dove erano presenti lo stato maggiore tedesco, i vertici militari e quelli istituzionali, con algida efficienza si lavorò a individuare il modo più veloce per eliminare quante più persone possibili in un mese, in un giorno, in un’ora, compresi bambini e anziani. Dalle fucilazioni, troppo onerose in termini di dispendio di proiettili e di distanza emotiva per i soldati (non tutti evidentemente erano arrivati già alla completa anestetizzazione delle coscienze e alla narcosi delle emozioni) si passò a considerare stanze in cui convogliare il monossido di carbonio, in attesa dell’estensione del micidiale Zyklon B.
Ciò che avvenne dopo è noto a tutti. E, proprio perché è noto, non deve essere ricoperto dall’oblio. Parlarne, per chi è un sopravvissuto, è stato difficile, a volte impossibile: come si può raccontare l’irraccontabile, ciò che sfugge ai codici etici, sociali, linguistici normali; come si può dare forma sensata a ciò che è senza senso? I sopravvissuti dei campi si sono chiusi in un mutismo di autodifesa, come ha fatto Elie Wiesel, che per i primi dieci anni dopo la liberazione non riuscì a scrivere nulla, convinto che non ci fossero parole adeguate ad esprimere l’orrore di cui era stato testimone. O come Sami Modiano, che per 60 anni è stato in silenzio e solo nel 2005 ha iniziato a parlare ai giovani perché sapessero, o Shlomo Venezia che solo nel 1992, di fronte al riemergere di movimenti neofascisti e neonazisti, ha trovato il coraggio di raccontare la sua vicenda di membro dei Sonderkommandos, le squadre speciali con cui i nazisti fecero scendere nel loro inferno, rendendole complici, le vittime. Affidando ad altri ebrei i compiti di svestire i condannati per le camere a gas, di tagliare i capelli ed estrarre i denti d’oro ai cadaveri, di trasportarli nei forni crematori, vollero coinvolgerli direttamente nelle loro atrocità. Aver ideato questo abisso di malvagità in cui trascinare gli stessi detenuti del campo è un altro unicum nazista, anzi “aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, scrive Levi a proposito dei Sonderkommandos, perché, caricati del peso della colpa, non avessero nemmeno il sollievo di sentirsi innocenti.
Anche questo è stata la Shoah: aver chiuso nel silenzio chi avrebbe dovuto urlare ma non ha potuto farlo perché trascinato nell’orrore. Costretti ad abituarsi alla morte, abbrutiti dall’alcool, indispensabile per addormentare le coscienze, alcuni hanno dichiarato di aver vissuto un tormento anche peggiore degli altri internati: “Siamo come voi, solo molto più infelici”.
In quei campi si attentò al concetto stesso di umanità, benché fosse un particolare tipo di essere umano a venire annientato. Come scrive Vladimir Jankélévich, i crimini nazisti furono un delitto contro l’uomo in quanto uomo: non contro l’uomo in quanto questo o quello. In quanto comunista, massone, avversario ideologico, francese o polacco. No. Il nazista mirava proprio alla ipseità dell’essere, vale a dire all’umano di ogni uomo. È stato qualcosa di radicale, un crimine ontologico, diretto ad annientare l’essere stesso dell’uomo, quella che il filosofo chiama l’ominità dell’uomo in generale. “Non si rimproverava loro [agli ebrei] di professare una particolare idea, si rimproverava loro di essere.”[1]
È un crimine, per Jankélévich, imperdonabile, inespiabile e imprescrittibile. È il frutto di un odio sistematicamente, scientemente, lucidamente e burocraticamente progettato e implementato. Ed è senza precedenti nella storia.
La Soluzione finale ha previsto un’organizzazione rigorosa e dettagliata in cui nessun sentimento potesse emergere: una fredda azione genocidiaria che prevedeva l’umiliazione fisica e morale, la desocializzazione (vestiti tutti uguali, capelli rasati, numero tatuato sul braccio, selezioni con corpi nudi, bisogni fisiologici negati), la sterilizzazione e lo sterminio. In quale altra realtà, per quanto cruda, è avvenuto tutto questo?
Certo ci sono stati campi di lavoro in altri posti del mondo dove sono morti milioni di persone ritenute nemiche, ma dove si sono costruiti luoghi appositi per lo sterminio, fabbriche di morte come Treblinka, Belzèc, Sobibor, Chelmno, Birkenau. Dov’è stato realizzato Auschwitz?
Sotto i piedi la terra ondeggia, soffice, grassa, quasi impregnata di olio di lino, la terra senza fondo di Treblinka, fluttuante come gli abissi marini. Eppure questo spiazzo cinto di filo spinato ha inghiottito più vite umane di tutti gli oceani e i mari della Terra dall’inizio dei tempi. Il suolo vomita pezzi di ossa, denti, carta, oggetti – non li vuole, quei segreti. E anche gli oggetti vogliono uscire da quella terra che si fende, dalle sue ferite che non si rimarginano. […] Su tutto incombe l’odore tremendo della putrefazione che fuoco, sole, piogge, neve e vento non sono riusciti a sconfiggere”[2].  Le parole di Vasilij Grossman ricordano quello che è stato un campo di sterminio, un luogo che ha segnato indelebilmente la storia dell’Europa e ha avuto origine in Germania, la culla di Kant, di Goethe, di Hegel, di Bach, di Beethoven, di Brahms, di Schiller: uno spazio di cultura e di bellezza che rimarrà per sempre la patria della più grande manifestazione di ferocia ai danni dell’essere umano.
Il dramma che stanno vivendo i civili a Gaza, il massacro di cui è responsabile il governo più di destra che Israele abbia avuto, la morte orribile di migliaia di uomini, donne e bambini è qualcosa che tortura le coscienze, interroga le organizzazioni internazionali, impone soluzioni per l’enormità dell’orrore che in pieno terzo millennio si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo intero. È un dramma che grida giustizia, ma questo può confondere i due piani? Quello di un popolo che ha visto occupare la propria terra e che ha vissuto e continua a patire indicibili ingiustizie e quello di un altro popolo da sempre perseguitato, i cui membri hanno subito discriminazioni, i roghi trecenteschi come responsabili della peste nera, i pogrom della crociata dei “pezzenti”, le espulsioni dalla Spagna dei re cattolicissimi e le condanne dell’Inquisizione?
“Il ricordo di ciò che è accaduto – ha scritto Jankélévitch – è in noi indelebile, indelebile come il tatuaggio che i reduci dai campi portano ancora sul braccio. Ogni primavera gli alberi fioriscono ad Auschwitz, come dappertutto; perché l’erba non è stanca di crescere in queste campagne maledette; la primavera non distingue fra i nostri giardini e questi luoghi di inesprimibile miseria. Oggi, quando i sofisti ci raccomandano l’oblio, noi mostreremo con forza il nostro muto e impotente orrore davanti ai cani dell’odio; penseremo intensamente all’agonia dei deportati senza sepoltura e dei bambini che non sono tornati. Perché questa agonia durerà fino alla fine del mondo”.[3]
Non si può cambiare ciò che è stato.  Si può però affinare gli strumenti critici necessari a riconoscere i segnali provando a neutralizzarne la pericolosità, e conservando lo scudo della memoria e l’impegno della conoscenza. Il silenzio non aiuta benché ci tenti, come ci tentano rassegnazione e disincanto che tuttavia sono sterili di azione e di pensiero. Chi è a contatto con i giovani, o perché genitore o perché insegnante, sa che non può cedervi e deve comunque provare a indicare un possibile cammino.
D’altronde la speranza non è il semplice ottimismo, scriveva Václav Havel. Essa non è “la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato.” Quel significato che non ha avuto Auschwitz, dove non si è imparato nulla se non che il disumano esiste, ha dei volti e dei nomi che devono essere ricordati per poter essere riconosciuti. Come devono essere ricordate e riconosciute le storie di chi non è più tornato e di chi è ancora lì, perché da Auschiwtz, come ha dichiarato Noemi Di Segni, non si esce mai.
CREDITI FOTO: ANSA-ZUMAPRESS / Matteo Nardone

[1]Vladimir Jankélévitch, Perdonare?, La Giuntina, Firenze 2004, pag. 16.
[2]Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, Adelphi, Milano 2010, pp. 75-77
[3]Vladimir Jankélévitch, Op. cit, pag. 50

 



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