Il melonismo ovvero la fascistizzazione della democrazia

A un mese dal suo insediamento, e a Legge di Bilancio approvata precipitevolissimevolmente, il governo Meloni già mostra i primi tratti di quel che è, al di là di ogni mascheramento propagandistico: una coalizione di destra a egemonia fascistoide.

Michele Martelli

“Non puoi che diventare quel che sei”, si può dire parafrasando un noto motto pindarico. A un mese dal suo insediamento, e a Legge di (s)Bilancio approvata precipitevolissimevolmente, il governo Meloni già mostra i primi tratti di quel che è, al di là di ogni mascheramento propagandistico: una coalizione di destra a egemonia fascistoide.
Che sia un governo di destra, è una palissade, il classico uovo di Colombo di tanti sprovveduti storditi dal persistente tim tam politico-mediatico secondo cui non c’è più ormai “né destra né sinistra”, categorie desuete, superate, novecentesche. E invece no. I fatti hanno la testa dura. Rovesciando un vecchio slogan sessantottino, si potrebbe dire: la destra c’è e lotta insieme a loro; loro, cioè le èlites dominanti e le classi abbienti.
Ne è prova la manovra economica appena approvata, tutta sbilanciata a favore di chi più ha e a sfavore di chi meno ha. Si dice: la torta era piccola. Vero: ma se si dà una fetta grossa ad alcuni, agli altri, che sono i più, rimane poco o niente. Una perversa logica distributiva a favore di pochi. Pensioni, scuola e sanità pubblica restano le cenerentole della manovra. A pro, ovviamente, dei privati, liberi di investire senza vincoli. Non ha dichiarato la Meloni di non voler “disturbare chi vuol fare”, cioè chi ha i mezzi per fare?
Della scuola il governo prospetta persino la cancellazione di circa 700 istituti, perlopiù nel Sud, entro due anni. Di ricerca e Università, manco parlarne. Degli ospedali pubblici si decreta l’ulteriore smantellamento. E il salario minimo legale? Un oggetto sconosciuto. Il Rdc? Da abolire entro 8 mesi. I suoi percettori da disoccupati cronici, per una ridicola magia linguistica, diventano “occupabili”. Ma da chi? Dove sono, in una fase di quasi recessione, e soprattutto nel Sud, i posti di lavoro? Chi li crea? SoyGiorgia o la maga Magò? Almeno 600-700 mila poveri saranno così abbandonati a sé stessi, alla fame e alla disperazione. La criminalità gioisce.
Nel contempo, il governo decide di non applicare, ai fini dell’aumento delle entrate, né l’imposta progressiva né la patrimoniale sui redditi più alti, e né di tassare gli extra-profitti, non sia mai. Al contrario, riduce le tasse alle partite Iva, alza il tetto del contante a 5 mila euro, introduce i voucher, che producono precarizzazione del lavoro, abolisce l’obbligo del Pos per gli esercenti fino a 60 euro. Una deregulation neoliberista che nemmeno il governo bancocratico draghista … Ma #SoyGiorgia non solo dà più a chi più ha anziché a chi meno ha, ma persino toglie a chi meno ha (vedi la non rivalutazione delle pensioni) per dare a chi più ha (vedi il rifinanziamento dell’industria degli armamenti). La Meloni? Che dire. Un Robin Hood alla rovescia. La sceriffa di Nottingham della Garbatella.

Che sia poi un governo d’orientamento prevalentemente fascistoide, che mette a rischio mortale la democrazia costituzionale, è provato da molti dati difficilmente negabili, anzi di un’evidenza palmare.
Primo, l’album di famiglia di FdI, repubblichino-missino: il M(ovimento) S(ociale) I(taliano), erede dell’ideologia della Repubblica sociale di Salò, in cui hanno militato molti esponenti dell’attuale governo, è, come noto, anche l’acronimo di M(ussolini) S(ei) I(mmortale); radici, pulsioni e idee fascistoidi, peraltro sempre più apertamente rivendicate, non sono solo patrimonio dei frequentatori di Predappio, fez in testa e saluto romano, o degli squadristi che hanno assaltato a Roma la sede della Cgil, ma di buona parte delle forze e dei partiti di governo, come documentano sintomatici episodi in molte città.
Secondo, le misure economiche di cui sopra, chiaramente anticostituzionali, o di dubbia costituzionalità, incentrate sull’imperativo padronale e reazionario del dare ai ricchi e togliere ai poveri.
Terzo, le scelte liberticide, attuate o minacciate; penso soprattutto al decreto-legge anti-rave, purtroppo fulmineamente firmato da Mattarella: un primo pericoloso pretesto per giustificare la repressione poliziesca di ogni possibile libera manifestazione nelle piazze o nelle scuole; a ricordo forse del Berlusconi II, inaugurato nel 2001 dal macello messicano della caserma Diaz di Genova, con Fini, allora capo di An, il partito della giovane Meloni, al posto di comando in prefettura; segnali liberticidi e repressivi giungono anche da alcune assurde esternazioni di ministri, come Valditara, che vorrebbe “umiliare” gli studenti indisciplinati spedendoli ai “lavori socialmente utili”, che sembra suggerire una riedizione soft delle “case forzate” ottocentesche.
Quarto, la scelta di campo caparbiamente bellicista e filoatlantista, e cioè la conferma del riarmo, con l’innalzamento della spesa militare al 2% del Pil (ma qui i soldi ci sono), già decisa dal governo Draghi, e la decisione di un nuovo invio di armi, il sesto, a Kiev, per sostenere Zelensky, fino, ribadisce la Meloni, alla liberazione totale dell’Ucraina dall’invasore russo, ora definito dai Parlamenti Nato e dell’Ue, col voto favorevole del nostro governo, in una rinnovata escalation verbale, “Stato terrorista” o “sponsor del terrorismo”. Con tali dissennate premesse, addio al cessate il fuoco, o all’avvio di negoziati di pace. La guerra continua, in un orribile tunnel distruttivo alla fine del quale c’è solo l’apocalisse nucleare, ossia l’autodistruzione dell’umanità.
Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius, “Quelli che Giove vuole mandare in rovina, prima li priva di senno”.



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