“Il memorandum con la Tunisia è una cambiale in bianco”. Intervista a Gianfranco Schiavone

Il 16 luglio l’Italia e l’Europa hanno firmato un accordo con la Tunisia sulla gestione dei flussi migratori che è stato ampiamente criticato per i rischi che pone alle persone migranti. Ad aggravare la situazione è stata anche la notizia, con tanto di prove fotografiche, del respingimento di migranti subsahariani nel deserto libico da parte delle autorità tunisine che ha portato alla morte di decine di persone. Sul memorandum e la Conferenza sulle migrazioni di Roma abbiamo chiesto dei chiarimenti a Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, ex vice presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione e autore di numerosi studi in materia di immigrazione e diritto d’asilo.

Michela Fantozzi

Quali sono secondo lei i punti salienti di questo memorandum?
Difficile dirlo per via della vaghezza. Risulta essere più una dichiarazione che rinvia a successivi protocolli operativi. Il testo prevede degli accordi di collaborazione nell’economia, nel commercio, negli investimenti ecc. Solo alla fine viene citato l’ambito della migrazione e della mobilità, che tutti sanno essere invece la sezione fondamentale del testo, la ragione per cui quegli accordi sono stati fatti.
Riguardo l’immigrazione irregolare in Tunisia, entrambe le parti convengono di sostenere il rimpatrio dei migranti irregolari verso il Paese di origine, ma è scritto proprio in maniera molto, molto evidente (probabilmente per volere della Tunisia) che la Tunisia non riprenderà cittadini non tunisini irregolari, come invece l’Europa aveva chiesto e come sarebbe stato illegale ai sensi del diritto dell’Unione. Sono due le cose che colpiscono di questo testo, la prima è che non c’è nessun riferimento al controllo sotto il profilo del rispetto del diritto internazionale sull’utilizzo dei fondi che l’Unione si impegna a dare alla Tunisia per la gestione dei suoi confini. Come vengono attuati i rimpatri dei migranti? Quali sono le garanzie poste all’utilizzo dei soldi europei? Non lo sappiamo.
L’attuazione di questi accordi molto probabilmente includerà strumentazione per il controllo delle frontiere di terra e di mare. Questi pattugliamenti potrebbero coinvolgere direttamente l’Unione europea in azioni che potrebbero rivelarsi illegali rispetto al diritto europeo, come già verificatosi in Libia e in Turchia. Quindi dovrebbe essere negli interessi dell’Ue includere dei meccanismi di garanzia nel momento in cui le azioni di controllo dei migranti vengono messe in essere con risorse europee. Se queste azioni si tramutano in una violazione sistematica dei diritti fondamentali, la responsabilità giuridica dell’Europa diventa rilevante ma è anche ovviamente difficilissimo andare ad accertare i fatti. E non sono certo fiducioso che questi potranno veramente finire di fronte alla Corte di Strasburgo.
E questo è tanto più evidente quando si prende atto del grande assente di questo memorandum: i rifugiati. In altri accordi che pure violavano o rischiavano di violare le norme fondamentali a tutela dei diritti umani si faceva riferimento al supporto al Paese terzo interessato per la gestione dei rifugiati sul proprio territorio. Qui non ve n’è riferimento, come se non ci fossero rifugiati in Tunisia ma solo migranti irregolari da respingere. Questa dimenticanza è estremamente indicativa.
Ora immagino come sia andata. Il governo tunisino avrà detto “Guarda, io non voglio assolutamente ricevere rifugiati, non mi interessa occuparmi di rifugiati, per me sono stranieri irregolari”. Per cui l’Unione europea non ha neanche inserito, come invece aveva fatto più o meno pietosamente in altre occasioni, un riferimento alla gestione dei rifugiati. Insomma, il tema è completamente ignorato e con tutta probabilità queste persone saranno soggette alle politiche di rimpatrio, violando quindi il principio di non respingimento, che è un principio cardine per l’Unione Europea, non derogabile. In realtà, nel rispetto dell’art. 3 CEDU, si tratta di un principio non è derogabile neppure quando parliamo di persone che sono esposte al rischio di trattamenti inumani e degradanti, di violenza e di morte, anche qualora non si trattasse di rifugiati

Che tipo di conseguenze giudiziali ci possono essere per l’Europa di fronte alla Corte europea dei Diritti Umani?
Come le dicevo prima, le conseguenze concrete in termini di condanne delle scelte fatte dall’UE probabilmente saranno minime, innanzitutto perché per ottenere la condanna dalla Corte di Strasburgo bisogna avere un attore e incardinare un contenzioso. Solo che le vittime di questo memorandum, che, in termini di violazione del divieto di respingimento saranno molto numerose, nella loro vita disgraziata avranno altro a cui pensare: si tratterà di persone che con ogni probabilità avranno subìto violenza, si troveranno comunque a dover sopravvivere e trovare una soluzione per rientrare nei loro Paesi di origine o per ritentare il viaggio.
In secondo luogo, il procedimento che in caso di respingimento sarebbe azionabile di fronte alla Corte europea dei Diritti Umani, non ha un impatto reale sulla vita delle persone, perché avviene a fatto compiuto. Le attività effettivamente efficaci della Corte sono le misure d’urgenza che impediscono lo svolgimento dell’azione che si ritiene porti a un danno grave e irreparabile. In questo caso non sarebbe possibile ricorrervi perché, per l’appunto, l’azione di respingimento illegale è già avvenuta e quindi la causa ordinaria per valutare la legittimità seguirà l’iter ordinario alla Corte di Strasburgo che richiede anni.
Nel frattempo la persona in questione potrebbe già essere arrivata in Europa o invece essere definitivamente tornata nel suo Paese, sempre che sia riuscita a sopravvivere. Si tratta quindi di un percorso giudiziario difficilissimo da eseguire con una minima  effettività.
Nelle settimane scorse la Tunisia ha abbandonato nel deserto e alla morte un numero imprecisato di persone. È incredibile che questo fatto sia successo pochi giorni prima della firma dell’accordo e che il memorandum sia stato firmato comunque. Anzi, non contenti, viene inserito un passaggio da brividi di cui si dice, testualmente, che l’Ue in riferimento alla Tunisia riconosce “gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti”. Eh, se i risultati ottenuti erano quelli della settimana prima, la situazione non fa ben sperare.
In sintesi possiamo dire che questo memorandum è una cambiale in bianco, lontanissimo da ciò che dovrebbe essere un accordo con un Paese terzo che si vuole sostenere per il controllo delle migrazioni.

Lo scorso 23 luglio si è svolta a Roma la Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni che ha visto la partecipazione di delegati dagli Stati del Golfo, del Corno d’Africa e del Sahel, della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e le delegazioni dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, oltre agli Stati membri dell’Ue di primo approdo. Quali sono, secondo lei, gli elementi di maggiore rilevanza emersi da questa conferenza?
Quello che posso dirle è che a me sembra che questa Conferenza per l’Italia sia stata un’iniziativa puramente propagandistica, per continuare a sostenere questa retorica del ruolo centrale dell’Italia nella gestione delle migrazioni nel Mediterraneo. Le dichiarazioni da parte italiana sono state molto moderate, forse più moderate di quelle che ci si poteva aspettare ma i contenuti rimangono vaghissimi.
L’unico elemento degno di nota è la discussione sul possibile aumento di canali di migrazione regolare. Ma per giustificare una conferenza internazionale. L’Italia avrebbe dovuto proporre a questi Paesi degli accordi sugli ingressi secondo meccanismi innovativi, come prevedere con alcuni paesi una sperimentazione di rilascio di visti di ingresso ingressi per ricerca di lavoro.
Una delle caratteristiche dell’attuale governo italiano, ma in generale dei movimenti sovranisti in Europa, è una sorta di paura o comunque di avversione verso ogni forma di ingresso che parta dalla scelta delle persone migranti. Per esempio, l’ingresso per motivi di lavoro ha una procedura che si conclude con l’arrivo e l’inserimento di una persona in un dato luogo, con un dato datore di lavoro. Tutto il processo è (o meglio appare) controllato dall’inizio alla fine. Non è presa in considerazione la variabilità delle scelte e anche un inevitabile margine di incertezza sulla riuscita del progetto migratorio che c’è nell’ingresso per ricerca di lavoro per quanto tale ingresso possa essere sottoposto a criteri e condizioni.
La volontà individuale, che si traduce in desideri e ripensamenti, fa parte di quegli aspetti che non possono essere controllati dalla burocrazia e che bisogna però considerare per rendere reale una vera immigrazione regolare. Dovremmo riuscire ad accettare che le migrazioni sono sempre delle scelte. Possiamo limitarle ed incanalarle ma non possiamo eliminarle.
L’ideologia del controllo del migrante in tutto ciò che fa e in dove va non ha un’uscita.

Riguardo alla distorsione dei fondi europei da parte dei Paesi che li ricevono, secondo lei, nel caso del presidente tunisino, che è stato molto ambiguo e poco disponibile al dialogo con l’Unione, esiste un rischio di accaparramento dei fondi per consolidare il proprio potere?
In questa storia, Kaïs Saïed è sicuramente il vincitore, non ci sono dubbi. Perché ha preso pochissimi impegni, sostanzialmente quelli che già aveva prima, ossia cercare di riprendersi i tunisini che l’Italia vuole rimandare indietro. Magari limiterà leggermente le partenze degli stranieri non tunisini giusto per offrire all’Unione qualche piccolo riscontro, perché un qualche riscontro deve per forza darlo. Per il resto lui va solo all’incasso, avendo ottenuto un accreditamento internazionale, accreditamento internazionale di un dittatore, e anche in termini di risorse che ovviamente utilizzerà per consolidare il proprio potere.
Imbarazzante, veramente molto imbarazzante che l’Unione europea coltivi un rapporto privilegiato con personaggi di questo tipo.
È quindi difficile dire che abbiamo fatto un accordo vantaggioso anche in termini di Realpolitik. Anche volendo mettere da parte il tema dei diritti umani, e guardare solo ai vantaggi, questo accordo ne ha molti per Saïed e pressoché nessuno per l’Italia e l’Europa.

Ma allora perché fare questo accordo con la Tunisia guidata da quello che si sta trasformando velocemente in un dittatore e non averlo fatto prima del 2021, quando c’era la possibilità di contrattare con uno Stato democratico? Forse perché adottare questo tipo di strategie con dittature invece che con regimi democratici è più facile?
Probabilmente sì, è più facile, soprattutto perché il consolidamento di una democrazia richiede una strategia di lungimiranza, azioni complesse, il sostegno a percorsi di evoluzione democratica di una società, una cooperazione fatta su programmi pluriennali per il contrasto alla povertà e ai problemi sociali ecc. Una serie di strumenti che l’Italia avrebbe potuto benissimo mettere in campo fin dalle primavere arabe. Anzi, le devo dire la verità, il caso Italia e Tunisia a me sembra un incredibile prova d’incapacità dell’Italia, perché la Tunisia è un Paese geograficamente vicinissimo con il quale bisognava avere a che fare prima possibile, un Paese che aveva avuto un promettente sviluppo democratico, un Paese piccolo rispetto alle dimensioni dell’Italia, sul quale l’investimento per la stabilizzazione democratica era anche fattibile. Non parliamo di qualcosa di enorme com un “piano per l’Africa”. Le relazioni italo-tunisine sono di vecchia data, ci sono tanti italo-tunisini che vivono in Italia. Insomma, è chiaro, bisognava pensare a come stabilizzare quel percorso democratico già molti anni fa. E questo però non è avvenuto. Si è fatto poco o niente, e adesso siamo al paradosso che si cerca di fare di più proprio puntando su un dittatore, ovvero con colui con cui si dovrebbe avere solo rapporti diplomatici essenziali.
La strategia dell’attuale governo è basata su scopi di cortissimo raggio, perché l’obiettivo di Meloni è diminuire un poco gli arrivi per poterne fare propaganda. Non pensiamo che ci sia uno scopo diverso, che si proietta nel lungo termine. È proprio la politica dell’oggi, funzionale alla conferenza stampa del momento, della dichiarazione ad effetto, eccetera. Gli effetti strutturali non sono nel conto.
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CREDITI FOTO Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri 



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