“Il mio cinema partigiano”: in ricordo di Giuliano Montaldo

È morto all'età di 93 anni il grande regista di “Sacco e Vanzetti”, “Una bella grinta” e “Il giocattolo”. Lo ricordiamo con questo suo articolo apparso nel numero 3 del 2015 di MicroMega, dove racconta le sue memorie della resistenza.

Giuliano Montaldo

Da Achtung! Banditi! con Carlo Lizzani a L’Agnese va a morire 
e Il tiro al piccione, un grande Maestro del cinema italiano – che coi suoi film ha trasmesso quello “spirito della Resistenza che ancora mi appartiene” – racconta aneddoti e storie della sua vita: “La Dc osteggiò i miei lavori e l’egemonia della leadership nella Resistenza, tutta nordica, escluse il Sud”.

Le atrocità della seconda guerra mondiale le ho vissute tra il 1940 e il 1945, avevo dieci-quindici anni, e alcuni ricordi sono ancora vivissimi: le bombe che hanno colpito palazzi, teatri, chiese, monumenti, rifugi antiaerei e soprattutto persone. Come dimenticare?
Una mattina del ’42, a Genova – dopo un violento bombardamento degli alleati che costrinse me e i miei genitori a trascorrere l’intera notte in un rifugio antiaereo – stavamo rientrando a casa quando ci rendemmo conto che era stata colpita. L’abbraccio tra mio padre e mia madre in lacrime di fronte alle macerie… quell’abbraccio è stato un grido di rabbia: perché questo orrore?
Di scene drammatiche, in quel periodo, ne avevo viste altre. Dalla mia stanza sentivo il fragore di una lite tra mio padre e mio cugino Serafino in procinto di partire per il fronte russo. Non voleva. Diceva: «Sento l’odore della morte, ho paura che non tornerò. Voglio disertare». Parole terribili, per me inedite. Mio papà gli rispondeva: «Tu finisci davanti al plotone d’esecuzione, ti ammazzano». Quel giovanotto aveva intuito bene, non sarebbe infatti mai più tornato dal fronte russo.
Abbiamo immediatamente e dolorosamente lasciato la casa distrutta e siamo penosamente sfollati nell’entroterra ligure, lì ho incontrato alcuni contadini che iniziavano a pronunciare la parola «resistere». Dopo l’8 settembre ’43 si crearono delle formazioni partigiane e io, pur essendo molto giovane, presi parte nel ’45 al rientro a Genova, dove mio padre e altri amici avevano ricostruito dei giacigli.
Avevo un fazzoletto rosso intorno al collo e un «ta-pum», un fucile strappato a un soldato tedesco mentre era a mani alzate impaurito. Con quell’arma in pugno partecipai alla sfilata che scortava i tedeschi prigionieri, a testa bassa, ovviamente disarmati. Non avveniva il 25 aprile poiché, come si sa, Genova è insorta il giorno prima e gli alleati arrivarono a città già liberata.
Il 24 aprile accadde un fatto abbastanza bizzarro: avevo con me una bomba Balilla, quelle che facevano più rumore che altro, attaccata in modo precario alla cintura. Cadde a terra, esplose e mi ferì la gamba. I miei amici mi portarono in una pasticceria, ancora mezza chiusa, e con un paio di pinzette per i dolci, mi tolsero le schegge.
Ero un ragazzo molto attivo e fisicamente dimostravo più anni di quanti ne avessi. Non a caso nel 1950 Carlo Lizzani mi chiamò per fare Achtung! Banditi, il film sulla Resistenza a Genova, come commissario partigiano, un ruolo che richiedeva una età maggiore. Una volta ho persino rischiato di finire prigioniero: mi trovavo a Genova da pochi giorni e durante un rastrellamento, avendomi scambiato per maggiorenne, volevano catturarmi. Per fortuna sono riuscito a fuggire.
All’inizio ero più ostile agli alleati che ai tedeschi: come dimenticare l’immagine dei miei genitori distrutti davanti alla casa in macerie a causa delle bombe angloamericane. Col tempo cominciai a capire, a conoscere e informarmi. Parlare e confrontarmi con mio padre era fondamentale. Lui non poteva dirmi tutto, ero giovane e aveva timore che andassi in giro a rivelare informazioni, come il fatto che fosse socialista.
Ho conosciuto tanti personaggi importanti della storia della Resistenza ligure, sono stato vicino a loro e mi ricordo che tutto nacque a via San Vincenzo nell’ex circolo ufficiale che divenne la prima sede dei partigiani e che frequentavo. Nel giorno della completa disfatta dei tedeschi sparai un colpo di «ta-pum» per aria dalla felicità e un mio amico, affacciato alla finestra, mi ha sempre rinfacciato: «Mi volevi far fuori!».
C’era quell’incoscienza meravigliosa della felicità, incontenibile. Gli alleati arrivarono a Genova credendo che fosse ancora in mano ai tedeschi e invece trovarono una città liberata, la gente applaudiva al loro ingresso: ricordo che uno di loro buttò un pacchetto di sigarette ai miei piedi, le raccolsi, e ahimè quel mascalzone mi fece tirare la prima boccata di sigaretta della mia vita, a 15 anni.
Quando ero balilla e volevo diventare balilla moschettiere nel 1940, a dieci anni, chiesi a mio padre se mi comprava i famosi guantoni da moschettiere e, per la prima volta, lo vidi furibondo con me: «Ma lascia perdere!», mi disse. Mi lasciò perplesso, solo dopo capii. Un’altra volta, nel 1937-38, Mussolini venne a Genova e gli costruirono una sorta di prua di nave con lui sopra, in cima, e a noi, giovani e gagliardi balilla ci fecero sfilare due volte, e non ne capivo il motivo. Lo scoprii dopo: dovevamo sembrare molti di più.
Mi interrogo ancora oggi sul fascismo, quel periodo mi ha sempre un po’ sconvolto. Ma per un’adeguata analisi si deve partire prima: dall’Unità d’Italia, che fu un’ammucchiata selvaggia. Dal 1862 al 1910 partirono dall’Italia 12 milioni di emigranti per cercare lavoro. Fu, quindi, una strana Unità. L’8 settembre del ’43 il re fuggì a Pescara e poi al Sud; poi la Repubblica sociale, la Resistenza, le deportazioni, le violenze, l’atrocità. Eppure nel 1946 il popolo italiano fu chiamato alle urne per scegliere fra repubblica o monarchia. Rischiò di vincere la monarchia. Uno dei motivi principali credo consista nella mancata narrazione nel Sud del paese di che cosa fosse successo al Nord in quei mesi terribili della Repubblica sociale, il volto più crudele del fascismo. Quando abbiamo proiettato il film Achtung! Banditi, a Napoli nel ’50, con Lizzani presente, c’è stato qualcuno che si è alzato chiedendo: «Sono davvero successe queste cose in Italia?».
Negli anni ho conosciuto persone che hanno combattuto tenacemente sia in montagna sia in pianura, erano chiamati «sbandati» perché avevano abbandonato la divisa per non combattere coi tedeschi e avevano scelto, dopo l’8 settembre, la dura vita del clandestino: una vita non facile, pericolosa, fatta di freddo, fango, neve, sostenuta dal desiderio di libertà dove spesso si restava vittime di stragi per colpa di una spia come accaduto a Benedicta, in Piemonte.
Questi «sbandati» erano siciliani, napoletani, del Sud d’Italia e tornati nelle loro città, nei loro paesi, lasciata la divisa partigiana, non sono stati capaci di narrare gli avvenimenti e, soprattutto, nessuno li ha celebrati come meritavano. Nel film L’Agnese va a morire, tratto dal romanzo di Renata Viganò, si racconta la partecipazione delle tante donne durante la Resistenza. Era la prima volta che si narrava lo straordinario apporto delle staffette partigiane senza le quali, in alcune zone del nostro paese tipo le valli di Comacchio, la Resistenza sarebbe stata ancor più dura: portavano munizioni, messaggi, cibo, e senza sarebbe stato impossibile sopravvivere per i combattenti. Nel film ho affidato il ruolo di comandante partigiano a un napoletano (Satta Flores) e un altro ruolo importante a un romano (Ninetto Davoli). Volevo evidenziare come la Resistenza non l’avessero combattuta solo gli uomini del Nord.
Per descrivere chi è un partigiano io userei i versi di questa canzone: «Lasciammo case, scuole e officine, mutammo in caserme le vecchie cascine, armammo le mani di bombe e mitraglia, temprammo il cuore e i muscoli in battaglia». Il partigiano non andava dentro una caserma né prendeva gli armamenti e il rancio. Il partigiano affrontava il freddo, senza ricoveri. Faceva scelte coraggiosissime, dolorosissime, pericolosissime. Rischiava la vita in imboscate.
Il nostro paese ha una memoria molto corta. Per esempio, temo che un trapanese e un goriziano neanche si conoscano fino in fondo. D’altra parte c’è ancora chi predica la Padania come repubblica indipendente. Siamo vittime di una storia che è bella ma a cui è mancata la rivoluzione borghese della Francia, una rivoluzione che ci portasse una classe sociale e non a confuso assemblaggio tra repubbliche marinare, granducati, Stato della Chiesa e quindi, a Teano, alla conquista d’Italia.
Non posso dimenticare Parri, Pertini, Longo, né certamente il partigiano Arrigo Boldrini il quale è venuto più volte a trovarci mentre giravamo L’Agnese va a morire, il comandante Bulow ci raccontava le varie esperienze: erano storie toccanti. E pur non avendo vissuto in prima persona quelle battaglie, in quei luoghi, ho una memoria trasmessa di fatti palpitanti bellissimi, di una voglia di un’Italia diversa, migliore e democratica, libera. Questa memoria corta dipende da noi, dalla nostra cultura, dai nostri insegnamenti. Se nell’Italia del Sud nel 1945 si sapeva poco o niente è per i grandi esponenti dell’intelligencija che si tenevano per loro la storia: a Salerno c’era un nuovo governo che progettava il futuro dell’Italia mentre al Nord ancora si combatteva e si moriva eroicamente. «E se è libero un uomo muore, cosa importa di morire», era una canzone partigiana, mi vengono ancora i brividi.
È libero quest’uomo oggi? Sì, è libero di votare quel che preferisce.
Eppure i grandi ideali che hanno fatto nascere questo paese si sono diluiti. Chi stava nella Resistenza era solo di sinistra, non ci sono dubbi, si diceva comunista, anche se uno era un cattolico, lo si è detto per molti anni. Andreotti sosteneva che gli artisti del cinema fossero comunisti, compreso Fellini o De Sica che non lo erano certamente. Però venivano etichettati così non essendo «in linea» perché raccontavano l’Italia dei panni sporchi. Uno dei problemi? La Democrazia cristiana non ha ceduto tutta l’egemonia della Resistenza soltanto alla sinistra. Per girare un film sulla Resistenza a Genova, quello in cui io facevo l’attore, c’erano stati alcuni intoppi mancando il finanziamento del ministero. Il film, alla fine, si fece grazie a una sottoscrizione popolare, prima volta al mondo: una città, per mantenere vivo il simbolo della sua storia, sostenne economicamente l’impresa.
La Dc ci ha osteggiato sin dall’inizio, vietando le armi che normalmente erano in dotazione ai film. E allora gli artigiani liguri hanno costruito armi di legno: mitragliatori, bombe, mitra, fucili, pistole e con quei pezzi di legno abbiamo fatto la «nostra» Resistenza. Questo era il clima, il nostro lavoro veniva osteggiato affinché la Resistenza non diventasse un simbolo soltanto della sinistra. Forse la sinistra non è stata abbastanza abile ad allargare a più parti, si creò un clima molto teso, duro, spietato.
La Resistenza l’ha fatta principalmente il Pci ma è anche vero che non c’era esattamente la possibilità di scegliere. Io la parola «Democrazia cristiana» l’ho sentita qualche giorno dopo la Resistenza, in uno dei primi comizi, in piazza Caricamento a Genova, dove uno è salito su un palco e ha detto: «In nome della Democrazia cristiana». E tutti si son guardati: «Di cosa sta parlando?». Prima di allora se uno m’avesse chiesto: «Ma lei è democristiano», io gli avrei risposto: «Ma sei fuori di testa?». Qualcuno era del Partito d’Azione, ma la maggioranza si diceva comunista per identificazione, oppure socialista come avrebbe detto mio padre.
I film di quegli anni erano sempre gli stessi, come il pubblico. A Genova Achtung! Banditi lo proiettammo 7-8 volte di fila e c’era sempre la stessa gente a vederlo. Poi un giorno un produttore mi fece leggere il libro Tiro al piccione di Giosè Rimanelli, da cui poi trassi il film. La storia di un ragazzo nato e cresciuto in una famiglia fascista, in una scuola fascista, che arrivato l’8 settembre si è arruolato volontario nella Repubblica sociale vivendo quell’avventura tragica, terribile. Viene anche fucilato il suo migliore amico (ruolo interpretato da Paco Francisco Rabal), anche lui fascista ma già in forte crisi, e scopre verso la fine del film che la patria è dall’altra parte e non dalla sua. Comprendo questa sua confusione, anche io quando andavo a scuola dicevo: «Vincere, vincere, vincere, vinceremo in cielo, in terra e in mare» e la parola d’ordine era «d’una suprema volontà», che è una frase di una pazzia furibonda, le cui parole non erano state interpretate bene da nessuno: la suprema volontà non era Dio, era Mussolini.
Decisi di fare quel film, Il tiro al piccione, che uscì a Venezia, perché ero convinto, e oggi lo sono ancora di più, che era giusto avere un dialogo con chi aveva sbagliato. Con chi era stato dall’altra parte. Era giusto che quella persona potesse essere recuperata, soprattutto se non aveva commesso crimini. Al festival del cinema di Venezia mi contestarono tutti: i critici di sinistra, quelli di destra non ne parliamo, i critici del centro ridevano, e io stavo lì a prendermi gli insulti. Qualche tempo dopo uscì il libro di Davide Lajolo, Il voltagabbana e finalmente si accorsero che avevo colto un tema importante sulla Resistenza, con il mio film. E mi ricordo che un critico allora feroce con me, anni dopo a una proiezione del film, si alzò in piedi e mi disse: «Ti devo chiedere scusa Montaldo, tu ci avevi visto lontano».
Sono sempre rimasto colpito, la mia proposta era stata accolta da questa cecità ideologica e politica. Chi ha sbagliato e ha sofferto per quell’errore non è un mio nemico, non mi ha sparato in fronte, ha combattuto dalla parte sbagliata e se n’è reso conto. Non poteva essere trattato come gli eredi e i nostalgici del fascio. La Resistenza è antifascista, ma se un ex ragazzo fascista dice: «Ho sbagliato, sono con voi», io gli stringo la mano, non gliela taglio.
Esiste lo «spirito della Resistenza», io ce l’ho nelle vene. Ma abbiamo dovuto accettare anche fenomeni come il «compromesso storico»: siamo un paese molto strano, dobbiamo molto a Tito perché se i russi fossero arrivati fino a Trieste, avrebbe vacillato il Patto di Jalta. Coi primi governi Dc sono arrivati gli aiuti americani, come il Piano Marshall e Togliatti e gli altri erano consci che l’Italia non potesse diventare un paese comunista perché sarebbe stato invaso dagli americani. Tito ha svolto il ruolo di cuscinetto e poi abbiamo avuto la fortuna che Berlinguer, un po’ più tardi, ha rotto con Mosca. Non saremmo mai diventati comunisti tra l’altro perché a Roma c’è il Vaticano: siamo l’unica nazione al mondo con due capitali!
Quando Berlinguer è arrivato al 38 per cento e gli bastavano i voti dei socialisti, ha pensato invece ad Aldo Moro, a quella frangia che sembrava più avanzata rispetto al dialogo. È successo quel che è successo: il cadavere di Moro è stato trovato vicino a via delle Botteghe Oscure. Segnali chiari e netti. Non dimentichiamo che Nerone ha bruciato Roma per sterminare i cristiani. Hitler ha bruciato il Reichstag per eliminare l’opposizione. Qualcuno mette le bombe per dar la colpa all’altro. Si chiama strategia della tensione.
A proposito di «spirito della Resistenza», sono reduce da un viaggio in Emilia Romagna per la proiezione di L’Agnese va a morire. C’erano molti giovani tra il pubblico e devo dire che sì, mi è parso che lo spirito, riproposto e rivisto, questi giovani ce l’abbiano ancora dentro, lo si percepiva dagli interventi.
Eppure da noi sono successi fatti che lasciano il vuoto, a partire dall’alba del ’46 in cui per poco non ha vinto l’opzione della monarchia. Ma come? Il re Vittorio Emanuele III, detto «Sciaboletta», dopo una guerra dal 1915 al 1918, permise l’arrivo del fascismo e la marcia su Roma. Poi acconsentì ai fronti di guerra: la Libia, l’Africa, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale, il fronte francese, greco, albanese e infine russo. Come era pensabile poter competere con Hitler?, ancora mi chiedo. Eppure è stata inventata questa sanzione per cui tutti andavamo con la tessera annonaria perché eravamo sanzionati. Volevamo essere re d’Italia, d’Albania e imperatore d’Etiopia, sempre a causa di Sciaboletta. Ecco perché dico che all’Italia è mancata l’Unità d’Italia, che siamo un paese leggermente scardinato. Pensiamo al parlamento, a come è nato in Sicilia ad esempio. È stata una minaccia: «Se voi non ci lasciate il parlamento, noi ci dividiamo la Sicilia»? Mi piacerebbe sapere davvero com’è andata. Le voci sulla mafia che avrebbe aiutato gli alleati a sbarcare in Sicilia sono autentiche? Già allora la mafia aveva molto potere. Mi piacerebbe che nelle scuole si discutesse a lungo di questo: come eravamo per capire chi siamo e forse cambiare il nostro modo di essere e fare finalmente l’Italia.
Per avere una memoria condivisa si dovrebbe cominciare dall’origine, cioè dalle scuole. Perché per condividere bisogna conoscere. Se non conosci cosa condividi? Vedo lo stupore quando proietto Achtung! Banditi e L’Agnese va a morire. Forse è mancata la trasmissione di conoscenza dai nonni ai padri e poi ai figli. «Resistere resistere resistere» è detto in termini di lotta personale, invece «resistere» è una parola quasi quotidiana. Prima di essere discussa, la Resistenza deve essere conosciuta: non si discute qualcosa che si ignora. Vado spesso nelle scuole a raccontarla, la Resistenza, e mi rendo conto che alcune volte incontro ragazzi esterrefatti, con la bocca aperta. Come se vedessero un film di un altro paese, non del nostro.
(a cura di Giacomo Russo Spena)
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CREDITI FOTO Wikipedia | SinixLab

 

 

 



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