Il mondo dopo la pandemia. La posta in gioco al Global Health Summit di Roma

Se non si vuole finire dalla padella alla brace, l’economia globale dovrà essere di necessità meno diseguale. Un mondo morto non è un buon investimento per nessuno.

Monica Di Sisto

Anche le strade della Wto portano a Roma. La direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio Ngozi Okonjo-Iweala ha fatto visita tra il 9 e il 10 maggio al premier Mario Draghi, e ai ministri Di Maio e Speranza perché l’Italia, presidente di turno del G20, sostenga la sua “terza via” all’aumento della disponibilità di vaccini a livello globale in vista del Global health summit convocato a Roma per il 21 maggio dalla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen quasi un anno fa. Un summit inedito, a trazione europea, che doveva dimostrare ai G 20 i successi della “via europea” per combattere la pandemia: finanziare massicciamente le aziende farmaceutiche Ue per accelerare la ricerca dei vaccini, prenotare il più alto numero di dosi per propri i cittadini Ue e sbriciolare un po’ di fondi nel meccanismo Covax per garantire dosi almeno al 20% degli abitanti dei Paesi più poveri.

Un anno fa, però, non soltanto l’inadeguatezza della risposta di mercato all’emergenza non era evidente quanto oggi, ma anche lo scenario politico era completamente diverso. Gli Stati Uniti si dibattevano nella complicata successione al “negazionista” Trump, mentre l’Europa sembrava uscire con danni diseguali tra i Paesi membri dalla prima ondata pandemica e si apprestava a introdurre un piano “verde e innovativo” per il finanziamento della ripresa. L’Organizzazione mondiale del commercio, peraltro, si confrontava con l’improvviso abbandono dell’ex direttore generale brasiliano Roberto Azevedo che assumeva la vicepresidenza della Pepsi Cola dopo anni di insuccesso negoziale. La proposta lanciata da oltre 300 organizzazioni della società civile[i] – comprese le centrali internazionali sindacali – di fermare e rivedere tutti i trattati commerciali in corso e di sospendere la protezione brevettuale per farmaci, ventilatori, ricerca e sviluppo relativi ai vaccini anti-Covid per permettere alla comunità scientifica di lavorare insieme con le migliori tecnologie per debellare il più rapidamente possibile la pandemia, sembrava l’appello di buon cuore delle “solite associazioni”.

Sudafrica e India, però, formalizzarono una proposta negoziale, oggi sostenuta da oltre 110 dei Paesi membri della Wto, caldeggiata dal Vaticano come membro osservatore, per applicare quel meccanismo già perfettamente contenuto nell’Accordo di Marrakesh di sospendere la protezione dei brevetti nel caso di gravi rischi per la salute pubblica e sicurezza. Nel 2001, sulle ceneri delle Torri Gemelle, la Wto aveva già sperimentato questa deroga all’accordo sulla protezione della proprietà intellettuale – “Trips waiver” – quando l’allora presidente sudafricano Nelson Mandela la chiese per arginare l’Aids che qualche anno dopo gli strapperà un figlio. A Natale dello scorso anno anche papa Francesco levò un richiamo, nella messa della Notte santa, perché i membri dell’Organizzazione mondiale del commercio non anteponessero la protezione dei diritti brevettuali alla vita dei propri cittadini. La Wto ne discute e ne discute senza arrivare a sintesi per l’opposizione di Stati Uniti e Europa, e la nuova direttrice nigeriana della Wto, la prima donna a dirigere il club del commercio globale, escogita e propone una propria, furbesca, “terza via”: niente waiver, ma una spintarella di comunicazione e ancora più finanziamenti alle stesse farmaceutiche che giurano e spergiurano di non poter fare di più né meglio nella produzione dei vaccini perché non trovano stabilimenti adatti a farlo. Con più soldi e qualche riunione in favore di telecamere Ngozi vuole convincerle, invece, a autorizzare quella che chiama “l’importante capacità produttiva inespressa, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo”: lei sa che più che non trovare dove produrre, Big Pharma fa leva sulla scarsità per rilanciare prezzi e contratti. Ngozi, infatti, più volte ministro in Nigeria, passata per Banca Mondiale e Twitter, ha presieduto l’alleanza per i vaccini Gavi nel contrasto a Ebola e conosce bene quei meccanismi. Prova, così, a sbloccare con altri (nostri) soldi i fronti contrapposti tra Stati Uniti, Europa, Brasile, Canada, Giappone e il resto del mondo che muore perché raggiunto da appena lo 0,3% delle dosi disponibili fino ad oggi.

Succede, però, che dopo estenuanti mesi di riunioni e pressioni da parte delle associazioni dei consumatori e dei sindacati americani, dopo la presa di parola pubblica del Dem Bernie Sanders, seguito a valanga da scrittori, economisti, pop star, influencer, il presidente degli Stati Uniti Biden apre alla possibilità di cambiare l’approccio al problema: che waiver sia, ma solo per i vaccini. È la rivoluzione? No: un tentativo razionale di salvare l’economia globale, che affronta la peggiore crisi dopo la Seconda guerra mondiale con gli strumenti del capitalismo classico. Biden, nella ripresa post-Covid, procede contromano rispetto alla globalizzazione neoliberale, nelle tracce dei predecessori: investe per riportare in patria le filiere strategiche, sostiene le imprese nazionali rafforzando il programma di Obama “buy american”, non sospende i dazi di Trump per dare respiro ai prodotti nazionali meno concorrenziali e si lancia con Sanders in una campagna di misure inedite di tassazione degli iperguadagni pandemici, sostegno ai salari e ai consumi. A fronte del pericolo “varianti”, dopo l’esplosione del nuovo focolaio indiano, gioca la carta dello waiver per i vaccini perché sa che non sarà questa la prima “deroga” alle regole del libero commercio che il suo Paese dovrà affrontare per riprendersi davvero dai danni della pandemia.

Sullo sfondo, infatti, si gioca la partita più complessa della riforma complessiva dell’Organizzazione mondiale del commercio, impantanata dal 1999 dopo il collasso della Conferenza ministeriale di Seattle, che segnò l’emersione dei movimenti altermondialisti esplosi nel 2001, esattamente vent’anni fa, con il G8 di Genova e il Forum sociale mondiale di Porto Alegre. L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, Unctad, utilizza un linguaggio assai poco istituzionale nel suo report 2021 chiarendo fin dal titolo che se non si vuole finire dopo la pandemia “dalla padella alla brace”[ii], il commercio globale dovrà essere di necessità meno diseguale e dunque meno liberalizzato. La cura prescritta da Unctad prevede filiere più corte e più mercato interno, salari più alti, più controllo sulla finanza per evitare una probabile “Covid bubble” per l’espansione del debito pubblico e privato e un Green new deal di massicci investimenti pubblici per “ripulire” il sistema industriale e mettere in sicurezza le risorse naturali. Il report lancia l’allarme contro un “ritorno dell’austerity”, perorando la causa di più spesa pubblica in mani pubbliche soprattutto per quanto riguarda i servizi essenziali.

Rispetto alla proprietà intellettuale, infine, non sarà quella sui vaccini l’unica e più importante “deroga” di cui ci sarà bisogno per affrontare la fase post-pandemica. Pensiamo alle tecnologie digitali e alle le innovazioni “verdi”: il monopolio brevettuale delle imprese dei Paesi anti-waiver in questi ambiti è assoluto, ma con i fondi della cooperazione in caduta libera e la spesa pubblica dei Paesi più poveri dragati dall’emergenza sanitaria, stante il digital e green divide attuale, non ci sarà resistenza ai cambiamenti climatici né accesso alla rete per le popolazioni più povere, o per le aree più impoverite anche di Paesi come il nostro. E senza una ripresa sostanziale e sostanziosa, verde e digitale, veramente globale, la recessione dopo 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno persi, 5,8 trilioni di dollari di entrate a livello globale polverizzate, il 14% in meno di redditi, ad esempio, solo in Italia nel 2020 e 135 milioni di persone nel mondo alla fame estrema, sarà altrettanto penetrante e inderogabile. Il pomposo “Trattato pandemico” presentato dall’Ue nell’ultimo Consiglio della Wto che contiene, avvolta in tanta retorica, una sforbiciatina appena di barriere commerciali e non, appare largamente inadeguato al confronto.

Dentro questa prospettiva di medio periodo, la “terza via” di Okonjo-Iweala, da imboccare entro la ministeriale della Wto che si celebrerà a Ginevra nei primi giorni del dicembre prossimo, appare costosa e ornamentale; quella del premier Draghi (e di Merkel) di procedere “prima che alla liberalizzazione dei brevetti dei vaccini, a rimuovere i blocchi alle esportazioni di Usa e Gran Bretagna”, da anacronistico torneo di calciotto “Ue contro tutti”; quella della Confindustria italiana, presidente di turno del G20 delle imprese, il B20, che auspica “promozione del libero commercio, riforma del Wto, rilancio del multilateralismo, ripresa degli scambi, difesa della proprietà intellettuale, e maggiore inclusione delle Pmi e dei Paesi in via di Sviluppo nel sistema multilaterale degli scambi”, con la testa girata all’indietro a sognare gli anni Novanta. Come C20, il G20 della società civile, insieme a L20, il coordinamento sindacale nei “20 Grandi”, abbiamo chiesto alla presidenza italiana, in un documento congiunto, di dimostrarsi all’altezza del presente e sostenere la deroga[iii]. Ma non basta. Non ci sarà “prosperità per le persone e il pianeta” – il motto del G20 italiano, se le regole degli scambi non saranno riparametrate sulla maggiore efficacia nella garanzia dei diritti e del futuro delle persone e dell’ambiente, e non sull’aumento del volume di scambi (sempre più incerti) per imprese private, Stati e imprese di Stato. Questo non per eccesso d’idealismo o ideologia: banalmente, perché un mondo morto non è un buon investimento per nessuno: chissà se al Global Health Forum di Roma qualcuno avrà il buon senso di costatarlo.

Monica Di Sisto è Vicepresidente dell’Osservatorio italiano su Clima e Commercio Fairwatch

[1] https://stop-ttip-italia.net/2020/04/20/stop-ai-negoziati-commerciali-concentratevi-sulle-vite-delle-persone/
[2] Unctad TDR2021 Update https://unctad.org/webflyer/out-frying-pan-fire
[3] https://civil-20.org/c20-l20-joint-statement-on-trips-waiwers/



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