La nonviolenza si è fermata

La difesa di un'identità nonviolenta schiacciata sugli slogan e sulla retorica ha avuto la meglio sul movimento, condannandolo all'immobilismo.

Antonio Vigilante

Anni fa mi lasciai convincere da un amico credente che aveva a cuore la salvezza della mia anima a fare una chiacchierata con un certo teologo evangelico, a suo dire di quelli che sanno illuminare anche i non credenti. La trovata del brav’uomo, che tirava fuori non so come da San Paolo, era questa: per ottenere la fede, basta chiederla. Anzi: professarla. Dire le parole giuste. Se si confessa con le parole la fede, ecco che la fede scende nel cuore.
Quella lontana chiacchierata mi è tornata in mente leggendo una mail con oggetto “Cosa possiamo (e dobbiamo) realmente fare contro la guerra in corso in Europa?”, mandata ai suoi contatti da Peppe Sini, responsabile del Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera di Viterbo (e disponibile nell’archivio pubblico di PeaceLink) . Il Centro di Peppe Sini pubblica da più di vent’anni, quotidianamente, il notiziario telematico “La nonviolenza è in cammino”, sul quale anch’io ho scritto qualcosa, in anni in cui dichiararsi e pensarsi nonviolenti (o, come preferiva Capitini, amici della nonviolenza) era evidentemente, almeno per me, cosa meno complessa di oggi.

Mi ha colpito, nell’oggetto della mail, l’avverbio: realmente. È più di un anno che attendo che qualcuno del campo nonviolento dica quale è l’alternativa reale, ossia praticabile ed efficace, alla resistenza armata in Ucraina. Ecco ora la risposta di Sini. Ma prima una osservazione sullo stile. Sini ricorre sistematicamente all’anafora; alla domanda su cosa dobbiamo fare, risponde:
«Certo, continuare a…»
ripetuto per otto volte, con l’indicazione delle cose che occorre continuare a fare. Ma che non bastano. Per cui continua:
«Con l’azione diretta nonviolenta fino allo sciopero generale…»
ripetuto per sette volte, con le diverse finalità dello sciopero generale. Segue una breve conclusione fatta di frasi staccate, in sé concluse, senza alcun accenno di argomentazione. Come:
«Salvare le vite è il primo dovere.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità dalla catastrofe».

Ma veniamo alla soluzione. Lo sciopero generale, dunque. E certo, sarebbe una buona cosa. Libererebbe l’Ucraina dall’aggressione russa? Probabilmente no. Sini sembra aver dimenticato, o rimosso, che il 15 febbraio 2003 centodieci milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo – tre milioni di persone nella sola Roma – contro la guerra in Iraq, in quella che con ogni probabilità è la più imponente manifestazione della storia. Che non ha avuto, però, alcun esito politico. Il punto però è un altro. Ammesso che lo sciopero generale possa essere risolutivo, quante possibilità reali ci sono di realizzarlo? Chi può organizzarlo? Quali forze sono in campo? Con chi è in contatto il Centro di Sini per metterlo in pratica? Cosa dicono i sindacati? La risposta a tutte queste domande è: niente. Quella dello sciopero generale non è che una invocazione. Un po’ come la fede del buon teologo evangelico. Invochiamo lo sciopero generale, e la pace verrà. Potremmo invocare direttamente la pace, ma se invochiamo lo sciopero generale come via per la pace, daremo l’impressione di fare qualcosa di reale.

Come si capisce, la frase “Solo la nonviolenza può salvare l’umanità dalla catastrofe” è assolutamente vuota, se non si dice come la nonviolenza può farlo. E poiché la nonviolenza non è una posizione etica o spirituale o religiosa, ma una proposta politica, dire come vuol dire indicare vie praticabili.
Ma non è, questa, la cosa più triste della mail di Sini. La cosa più triste è che in tutta la mail evita accuratamente di parlare di Putin. Al contrario: invita allo sciopero generale “per imporre ai governi europei di mettere il veto ad ogni iniziativa della Nato, l’organizzazione terrorista e stragista di cui i nostri paesi tragicamente fanno parte: paralizzare immediatamente i criminali della Nato occorre, e successivamente procedere allo scioglimento della scellerata organizzazione”.

Putin, mosso da idee apertamente fasciste, invade l’Ucraina, e Sini se la prende con la Nato. Non è il solo. Anzi: la sua posizione – ed è per questo che la discuto qui – mi sembra ampiamente rappresentativa della galassia nonviolenta italiana, con poche eccezioni.  Sarebbe stato in fondo sufficiente che il mondo nonviolento italiano fosse sceso in piazza compatto, senza alcuna ambiguità, per condannare l’aggressione dell’Ucraina. E sarebbe stato perfettamente coerente: se un Paese ne invade un altro, quel Paese va condannato. Siamo scesi in piazza contro gli USA, quando l’aggredito era l’Iraq di Saddam Hussein, non propriamente un leader democratico. E invece no. Le posizioni dei nonviolenti italiani riguardo alla guerra in Ucraina – ripeto: con poche, lodevoli eccezioni – si possono ricondurre a queste quattro categorie:

– Gli antiamericani ad oltranza. È il caso appena visto di Sini. Gli USA e la Nato sono il male assoluto. Se la Russia invade l’Ucraina è evidentemente colpa della Nato. Che la Russia stessa volesse entrare nella Nato negli anni Novanta è un dettaglio da trascurare.
– I mistici. Se consideriamo la realtà a un livello diverso da quello della percezione comune, i contrari – il bene e il male, tra essi – scompaiono. Ma scompare, a dire il vero, la nostra stessa realtà. In fondo non vi sono che atomi. Se si preferisce, si può parlare del Tutto, del Brahman o della Non-Dualità. Il problema è quando si confonde il piano ultimo con quello penultimo. Per quanto possa sembrare strano, di fronte alla guerra in Ucraina molti nonviolenti hanno abbracciato la mistica più pura. Quelli che ieri erano in piazza contro Bush padre e figlio ora meditano sereni sul fatto che non esistono davvero una vittima e un aggressore, che pensare così vuol dire essere prigionieri dell’illusione della dualità. Sono assolutamente sicuro che metterebbero in pratica il loro purissimo misticismo anche se qualcuno cercasse di ammazzarli: in fondo la morte non esiste, è solo materia che cambia forma.
– Gli oracoli. Lo stile di Sini ne dà un buon esempio. Un altro esempio è nel comunicato della campagna Obiezione di coscienza alla guerra coordinata dal Movimento Nonviolento. Vi si legge: “Per fermare la guerra bisogna non farla. Per cessare il fuoco bisogna non sparare”. Semplice, no? Poco prima si legge che: “Tutte le guerre hanno lo stesso volto di morte, in Ucraina come in Afghanistan, nello Yemen come in Siria. Torti e ragioni, aggressori e aggrediti, si mescolano e precipitano insieme nel baratro”. L’impressione è che a precipitare nel baratro siano piuttosto l’intelligenza, lo spirito critico, la capacità di analisi della complessità dei fatti storici (mai invocata quanto in questo ultimo anno) di chi scrive simili proclami.
– Gli umanitari. La guerra è anche una catastrofe umanitaria, ed è urgente accogliere i profughi, curare i feriti eccetera. Ma oltre il piano umanitario esiste il piano politico. Per gli umanitari esiste solo il piano umanitario. Fare qualcosa per l’Ucraina vuol dire dare assistenza. Orgogliosi di questo loro fare, usano come una clava la domanda: “E tu che stai facendo?”. Ora, sono persone che meritano stima, fanno simpatia, ma la domanda non ha molto senso. Potrei lasciare il mio lavoro e mio figlio, che ha poco più di un anno, e andare in Ucraina ad aiutare la popolazione sotto le bombe di Putin, ma questa non sarebbe comunque una soluzione al problema politico e non umanitario della liberazione dell’Ucraina dall’aggressione militare russa.

Con buona pace di Sini, la nonviolenza, almeno quella italiana, è tutt’altro che in cammino. Al contrario: è ferma. È ferma all’antiamericanismo, agli slogan contro la Nato, ad una visione del mondo che non considera i profondi cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi anni. È ferma ai suoi miti fondanti, primo fra tutti quello di Gandhi, il cui pensiero non ha mai voluto seriamente mettere in discussione, mentre per le nuove generazioni Gandhi è ormai quel vecchietto un po’ razzista che andava a letto con le ragazze. È ferma ai suoi slogan, alla sua retorica, alle sue parole d’ordine. È ferma e chiusa nei suoi circoli, nei suoi gruppi autoreferenziali, assolutamente incapaci di comunicare con qualsiasi realtà politica o sindacale, fiera della sua presunta purezza. E diventa sembra più una ideologia come le altre: e come tutte le altre buona solo per soddisfare il bisogno di identità e di appartenenza.

 

Foto Flickr | Francois



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