Il muezzin canta a Colonia. Le critiche degli ex musulmani laici

Dopo la decisione della città tedesca di consentire alle moschee di intonare il tradizionale invito alla preghiera del venerdì con gli altoparlanti, si sono sollevate le proteste del mondo laico.

Cinzia Sciuto

Dallo scorso 12 ottobre le 35 moschee di Colonia possono invitare alla preghiera del venerdì con il tradizionale azan, il richiamo del muezzin, diffuso tramite altoparlanti. Il permesso viene concesso alle singole moschee che ne faranno richiesta dal Comune di Colonia, che in un accordo ad hoc stabilisce anche il volume massimo al quale il richiamo potrà essere diffuso, in un orario fra le 12 e le 15 del venerdì e per un massimo di cinque minuti.

“Questo progetto pilota”, ha spiegato la sindaca Henriette Reker, che guida una coalizione di Verdi e Cdu, “tiene finalmente conto dei legittimi interessi dei musulmani che vivono nella nostra città e rappresenta un segno di accettazione delle diverse religioni nel segno della libertà di religione garantita dalla nostra Costituzione. I musulmani, molti dei quali sono nati qui”, ha continuato la sindaca, “sono parte integrante della società di Colonia. Chiunque dubiti di questo mette in dubbio l’identità stessa della nostra città e la nostra pacifica convivenza. Sentire il richiamo del muezzin oltre che le campane delle Chiese nella nostra città, dimostra quanto Colonia apprezzi e accolga la diversità”.

La decisione di Reker ha suscitato moltissime reazioni contrarie. E non solo, come ci si poteva aspettare, dalla parte conservatrice della società che vede minacciata l’identità “cristiana” della Germania. Anzi, sono state soprattutto le organizzazioni laiche di ex musulmani a far sentire la propria voce, sottolineando diversi aspetti critici di questa decisione.

Il primo, e il politicamente più spinoso, è il seguente. Da quando con il fenomeno migratorio l’islam si è sempre più diffuso in Europa, una frangia di esso, quello che in molti studiosi chiamano l’islam politico, ha adottato come precisa strategia di radicamento nelle società europee quella della rivendicazione di visibilità attraverso una politica dei simboli. La possibilità di invitare i fedeli alla preghiera del venerdì tramite l’azan, stando a questa lettura, si inserirebbe in questa strategia, esattamente come la pretesa sempre più pressante di veder riconosciuto il diritto di portare il velo anche quando si svolgono funzioni pubbliche (insegnanti, poliziotte, avvocate ecc.).

Azan e velo, dunque, lungi dall’essere semplicemente degli innocui simboli religiosi, verrebbero usati da questo movimento politico (perché è così che viene considerato l’islam politico, un movimento innanzitutto politico prima che religioso: su questo si veda Mina Ahadi, “L’islam politico e l’inadeguatezza della sinistra”, in MicroMega 8/2016) come cavalli di Troia per aumentare sempre di più il proprio peso politico e sociale.

In una lettera aperta alla sindaca Reker le rappresentanti dell’associazione Donne migranti per la laicità sottolineano infatti: “Ottenere maggiore visibilità – in questo caso udibilità – al fine di affermarsi nella società civile e avanzare all’interno delle istituzioni è una strategia essenziale dell’ideologia dell’islam politico. Con questo progetto pilota, signora Reker, lei sta offrendo agli islamisti un perfetto palcoscenico per la loro avanzata. Permettere il richiamo del muezzin qui in Germania verrà interpretato infatti dagli islamisti come un segno di accettazione della loro ideologia”.

Una lettura sostenuta anche da Lale Akgün, una psicologa di origini turche, esponente dell’ala laica dell’Spd di Colonia, che sottolinea: “Da quali moschee di Colonia sentiremo l’azan in modo tale che la chiamata sia udibile? Certo, il muezzin potrà intonarlo anche da qualche piccola moschea di periferie, ma la moschea che è in questione davvero è la moschea centrale di Ehrenfeld gestita dalla Ditib! E questo ci porta al centro di un campo minato. La moschea della Ditib è diventata un simbolo dell’islam politico, un’istituzione politica che offre anche occasioni di preghiera. Per non riconoscerlo, bisogna essere politicamente ciechi e sordi. Permettere il richiamo del muezzin dalla moschea di Ehrenfeld è un inchino alla politica di Erdoğan. Uno schiaffo a tutti i dissidenti politici che hanno ottenuto l’asilo politico in Germania, alcuni dei quali vivono proprio a Colonia”.

La Ditib è l’associazione dell’islam turco molto forte in Germania e diretta emanazione del governo di Ankara. Ogni volta che si parla di islam in Germania, data la netta preponderanza di turchi fra i musulmani tedeschi, si parla anche inevitabilmente di Erdoğan. Dal 2018 la Ditib è sotto osservazione da parte dell’Ufficio federale della protezione della Costituzione tedesco per le sospette attività politiche filo-Erdoğan e potenzialmente antidemocratiche che vi vengono svolte sotto la copertura delle attività religiose. La moschea centrale di Colonia è una delle principali sedi della Ditib. È chiaro, dunque, che ogni richiesta che arriva da quella comunità islamica (che non è identificabile con la comunità islamica tout court come invece pretende) è guardata con sospetto da chi dai paesi islamici teocratici è fuggito proprio per sottrarsi agli islamisti.

È il caso di Mina Ahadi, dissidente iraniana da molti anni rifugiata in Germania, residente proprio a Colonia, nonché presidente del Consiglio centrale degli ex musulmani in Germania. Anche lei ha scritto una lettera aperta alla sindaca di Colonia: “Noi – uomini e donne provenienti da paesi islamici – siamo fuggiti in Germania e qui abbiamo trovato protezione dalla persecuzione religiosa. Non pochi di noi sono stati testimoni di esecuzioni pubbliche di dissidenti nei nostri paesi d’origine proprio mentre risuonava la chiamata alla preghiera. In nome dei nostri parenti e amici che sono stati imprigionati, torturati e giustiziati, vi chiediamo di ascoltare l’altra faccia della realtà islamica. Con ogni richiamo alla preghiera, tutti questi terribili ricordi riprendono vita in me e in molti altri provenienti da Iran, Iraq, Afghanistan, Siria e Arabia Saudita. Anche se viviamo qui in sicurezza, il richiamo alla preghiera crea in noi una forte pressione psicologica e ci fa rivivere il trauma”.

La critica di Mina Ahadi e delle altre associazioni laiche tedesche non si ferma tuttavia alla denuncia del potenziale pericolo islamista che si celerebbe dietro queste richieste. Queste associazioni sono impegnate per una società laica, nella quale la religione, qualunque religione, rimanga nella sfera privata. “Lo spazio pubblico”, si legge ancora nella lettera di Ahadi, “dovrebbe essere neutrale. Nessuno dovrebbe essere costretto a confrontarsi con simboli e manifestazioni religiose nello spazio pubblico”, incluso il suono delle campane delle chiese.

Lo scorso 15 ottobre, il primo venerdì dopo l’annuncio di questo progetto pilota, Mina Ahadi e un’altra trentina di attivisti si sono riuniti davanti la moschea centrale di Colonia per manifestare il loro dissenso nei confronti della decisione del comune. L’indomani Ahadi ha ricevuto numerose minace di morte, che la polizia ha ritenuto attendibili, tanto da porla immediatamente sotto protezione. “La tolleranza è una buona cosa”, ha dichiarato Ahadi, “ma la tolleranza nei confronti dell’islam politico significa per noi vivere nella paura”.

credit foto Raimond Spekking / CC BY-SA 4.0 (via Wikimedia Commons)

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