MMDCCLXXIV ab Urbe condita.

I Romani non sono di Roma. Sono una stirpe di esuli in fuga da guerre o persecuzioni, eroi nei guai con la giustizia o inseguiti da un passato pericoloso. E’ il caso di Saturno, scacciato dal figlio Giove e accolto da Giano nel suo insediamento sul Tevere, dei coloni greci guidati da Ercole, di Enea e di Evandro scampati alla distruzione di Troia, di Romolo figlio illegittimo allevato da una lupa (forse una prostituta sacra).
Se gli antichi Ateniesi orgogliosamente si dicevano autoctoni, generati dal suolo stesso su cui vivevano e prosperavano, i miti della fondazione di Roma ci raccontano di una terra approdo per migranti, tra i colli Capitolino e Palatino, culla di una nuova civiltà allogena e multietnica. Un asylum per le genti, una zona franca dove chiunque potesse trovare una nuova vita e lasciarsi alle spalle quella precedente.
Quando Beda di Wearmouth, nella sua isola lontana, scrisse “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / quando cadet Colyseus / cadet et Roma; / quando cadet Roma / cadet et mundus“, il monumento all’umana presunzione a cui si riferiva, una colossale statua di Nerone coronata di raggi solari che darà il nome all’Anfiteatro Flavio per la sua prossimità, era, in realtà, rovinato a terra da un po’, probabilmente abbattuto e fuso. Dunque Roma era già caduta, e la sua caduta continua tuttora, verso il basso e senza speranze.
Ma sembra non raggiungere mai il fondo. Forse perché, fondata e popolata da genti diverse, immigrati e avventurieri, resta sempre se stessa ma in realtà cambia continuamente. Com’è scritto anche nel suo bel nome che, secondo alcuni, viene dal fiume che scorre (ῥέω, “scorrere”). O forse perché allo schifo non c’è mai fine, o perché 2774 anni non sono poi molti.

Del resto, anche questo nome, Roma, nessuno sa davvero da dove venga. Secondo taluni, deriverebbe dalla parola ruma, “mammella”, quella mammella canina, calda e screpolata, da cui i gemelli Romolo e Remo bevvero un latte dal sapore forte in cui doveva mescolarsi l’afrore della vegetazione fluviale, del fango e del fico selvatico. Secondo altri, da un nome arcaico del Tevere, Rumon, a sua volta derivato dal greco rhèo, “scorrere”: eterna, torbida, agitata scorre quell’acqua a cui la vita della città è così profondamente legata e da cui la città sembra oggi così estranea, quasi volesse, inabissandone il corso, arginandone le piene tra muraglioni altissimi e profanandolo con ponti, ignorare e reprimere il flusso dell’inconscio che inarrestabile e sconcertante scorre attraverso il suo centro; e lungo questi muraglioni si raccolgono infatti, come terra di nessuno popolata di visioni tra la veglia e l’incoscienza, immondizie, topi, lemures o barboni, platani sui cui rami aleggiano buste di plastica come pallidi spettri, rigurgiti di cloache. Oppure, deriverebbe dalla parola greca rhṓmē, “forza”; mentre è un fatto che, letto il nome al contrario, abbiamo la parola latina amor, interpretazione che più di tutte piace ai pubblicitari.

Alcune fonti antiche, però, suggeriscono che in tempi remoti i Romani avessero voluto mantenere segreto il vero nome della città e del suo genius, o spirito, maschio o femmina che fosse (“sive mas sive femina[1]), e che potessero pronunciarlo solo in alcune circostanze cruciali, accompagnato da complessi riti apotropaici, perché la divinità evocata con esso non li abbandonasse a se stessi per allearsi con il nemico. Se il nome segreto fosse proprio quello che conosciamo, da almeno duemila anni lo staremmo usando empiamente; oppure, il vero nome della città sorta sul fiume è davvero rimasto ignoto e, dimenticato ormai, non sarà mai più pronunciato.

Ma cos’è Roma senza il suo nome? Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Il simbolo della città è il famoso gruppo scultoreo dei Musei Capitolini, creduto di epoca etrusca ma nel 2006 datato al XIII secolo, che raffigura una lupa con il capo abbassato minacciosamente, le fauci socchiuse, le mammelle gonfie di latte, e così magra da mostrare le costole. Una cagna che cerca di difendersi.

[1] Servius Marius Honoratus, In Vergilii Aeneidem commentarii, III, 607



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