Il fallimento delle guerre “umanitarie” e il pacifismo necessario

Senza il contrappeso di un movimento per la pace – intesa come rimozione delle cause della guerra e trasformatrice in senso più egualitario e solidale della società – il piano inclinato di nuove avventure militari appare più una certezza che una probabilità.

Alfio Nicotra

La rovinosa fuga dall’Afghanistan delle truppe della Nato, poteva diventare l’occasione di un ripensamento alla radice di un fallimentare concetto strategico sul quale si è mantenuta in vita l’Alleanza Atlantica negli ultimi 30 anni. Poteva appunto, ma allo stato dell’arte del dibattito politico in Italia, in Europa e più in generale nel “campo” occidentale, una discussione vera fatica a decollare. Non che gli analisti di geopolitica e gli stessi statisti non si siano resi conto del cambio di fase, ma sembra quasi che, in fondo in fondo, si assista a una vera e propria rimozione, quasi una implicita autocensura sulle vere ragioni di questo fallimento. Eppure l’idea della Nato come gendarmeria globale, dell’occidente esportatore dei valori della libertà e della democrazia sulla punta delle baionette, lo stesso ossimoro della “guerra umanitaria”, appaiano travolti dagli eventi e seppelliti sotto i detriti di questi falsi castelli propagandistici.

La recente scomparsa per Covid di Colin Powell, il militare di colore che nelle vesti di segretario di Stato Usa il 5 febbraio del 2003 mostrò al consiglio di sicurezza dell’Onu una provetta di antrace, “prova” della presenza delle armi di sterminio di massa in Iraq, sembra una beffarda parabola di questi tempi. Come se la storia e la verità si riprendessero il proprio spazio e sottolineassero ancora di più la grande ipocrisia sulla quale per decenni si è fondato il disordine mondiale e, di contro, le fantasmagoriche fortune dei mercanti d’armi. Un dato che spiega l’ampiezza del business di morte mosso dalla cosiddetta “guerra al terrore” scaturita dall’abbattimento delle torri gemelle: in termini di spese militari, a livello globale si è passati dai 1.044 miliardi di dollari del 2001 agli attuali 1.960 miliardi (dati Sipri). Se il fine propagandato era quello di combattere il terrorismo e difendere i diritti umani il fallimento è stato totale. Se il fine era invece di governare il pianeta attraverso il caos e far lucrare i mercanti di morte, possiamo invece dire che la missione è stata un pieno successo. Tra la propaganda e la realtà c’è sempre uno scarto che in questo caso appare assolutamente gigantesco.

L’antagonista alle scelte di guerra di questi tre decenni è stato il movimento per la pace. Con un’andatura carsica, una forte partecipazione popolare in prossimità dei conflitti e una “immersione” silenziosa (ma operosa nei luoghi del conflitto) dentro la società durante i periodi successivi, il pacifismo non è stato interpellato dai grandi mass media davanti alle immagini della precipitosa ritirata dall’Afghanistan. Eppure nel dibattito al parlamento italiano, mai come in questa legislatura lontano dalle istanze pacifiste, il pacifismo è ritornato spesso per esserne negato, arrivando a rimproverarlo “perché senza la missione in Afghanistan in questi due decenni non ci sarebbe stato il progresso civile e i diritti per le donne”. Per cui non solo nessuna riflessione autocritica è stata avviata, ma se ne è sviluppata una da destra sulla decisione di Biden di ritirare unilateralmente le truppe e di lasciare gli afghani al loro destino.

Lo stesso impulso al dibattito sulla necessità di un esercito europeo appare più spinto dalla necessità di colmare il vuoto lasciato dagli Usa nella loro funzione di gendarmeria globale, che da una idea di una Europa promotrice di una diversa relazione internazionale improntata sulla cooperazione tra i popoli e gli Stati. Nonostante fossero già note le intenzioni dell’amministrazione Biden di lasciare l’Afghanistan, ereditate in questo da quella del suo predecessore Trump, l’ultimo provvedimento di autorizzazione delle missioni internazionali è stato approvato da pressoché tutte le forze politiche rappresentate in parlamento. Questa unanimità ci dice molto su cosa significhi il giuramento di “fedeltà atlantica” inevitabilmente richiesto a chiunque voglia varcare la soglia di Palazzo Chigi. Un atto di “fede” appunto, assolutamente acritico, che non è stato in grado mai di dissociare l’Italia dai peggiori disastri militari degli ultimi decenni, non solo l’Afghanistan ma anche, per esempio, l’Iraq e la Libia. La stessa richiesta di Difesa europea è sempre preceduta dalla premessa che essa debba formarsi in accordo e in armonia con la Nato. Inoltre a vedere il numero e la qualità da “lungo braccio” dei nuovi sistemi d’arma – dai nuovi droni armati ai missili a lunga gittata – approvato negli ultimi mesi dal Parlamento, che impegnano per due decenni in modo importante la finanza pubblica, non sembra proprio che si vogliano rivedere quelle scelte strategiche che erano alla base del Nuovo Modello di Difesa del 1991. Un Modello implementato e rafforzato negli ultimi tre decenni dal passaggio da Forze Armate di leva a quelle totalmente di professionisti, nonché dal numero sempre più crescente di missioni internazionali a cui i nostri militari hanno preso parte.

La ricerca poi del nuovo nemico, fondamentale per giustificare la corsa al riarmo e l’aumento delle spese militari, varia dal pericolo terroristico, al contenimento dei flussi migratori, al tentativo di arginare l’espansione economica e l’influenza politica di Cina e Russia e anche dal crescente protagonismo della Turchia – tra l’altro membro della Nato – sia in Asia che nel Mediterraneo.

In questo quadro spicca l’assenza sullo scenario nazionale e con qualche eccezione anche in quello europeo, di una famiglia politica che faccia della pace uno dei suoi architravi identitari e d’iniziativa politica.

Ci sarebbe molto da fare per la pace e il disarmo a cominciare dalla richiesta affinché l’Italia e gli altri paesi della Ue aderiscano al TPNW, il trattato Onu per la completa proibizione delle armi nucleari rendendole illegali, entrato in vigore il 22 gennaio 2021 dopo la 50esima ratifica da parte dell’Honduras. Per decenni, durante la guerra fredda, il tema del disarmo nucleare ha appassionato le pubbliche opinioni, mobilitato artisti, chiese, sindacati e forze politiche. Ha esercitato una egemonia dal basso sulle classi dirigenti tanto da costruire l’humus che consentì a Gorbaciov e Reagan di firmare il trattato INF con i quali si smantellarono gli euromissili in Europa. Analogamente, anche grazie alla spinta del compianto Gino Strada, la società civile fu capace di costringere la politica a mettere al bando le mine antipersona oppure, qualche anno prima, far approvare una delle leggi più avanzate, la legge 185 del 1990, sul controllo del commercio degli armamenti.

Senza un contrappeso pacifista il piano inclinato di nuove avventure militari appare più una certezza che una probabilità. La pace intesa come rimozione delle cause della guerra e trasformatrice in senso più egualitario e solidale della società, potrebbe riempire di contenuti le piazze dei Fridays for Future, uno dei pochi movimenti che sta vedendo i giovani tornare protagonisti. Sarebbe però necessario un anello di congiunzione, come avvenne negli anni Ottanta tra il movimento contro gli euromissili e quello contro le centrali nucleari, che però, a oggi, ancora non si intravede. Si tratta di tessere il filo di questo pensiero alternativo, lo stesso che spinse vari movimenti sociali, ambientalisti, antirazzisti del Sud e del Nord del mondo a dare vita al fenomeno dei social forum continentali e mondiale. A ben pensarci l’abbattimento delle Twin Towers, che avvenne due mesi dopo le grandi mobilitazioni contro il G8 di Genova, cambiò l’agenda al movimento che fu costretto a mettere il “fermare la guerra” al primo punto della propria iniziativa, sacrificando le piattaforme economiche, sociali, per il diritto alla salute, per la giustizia climatica che da Seattle in poi stavano mettendo in crisi l’idolatria del mercato e l’ideologia neoliberista. Oggi la crisi economica e quella pandemica ripropongono come attualissime quelle piattaforme e il crollo del castello propagandistico delle guerre umanitarie può, sgombrandone l’equivoco, rimettere al centro l’urgenza di un altro mondo possibile e necessario.

L’autore è Co-presidente nazionale di Un Ponte Per

(Credit Image: © Salvatore Esposito/Pacific Press via ZUMA Wire)



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