Il pericolo che minaccia la democrazia in Europa viene da Francoforte

La BCE sta commettendo un errore a adottare una politica monetaria restrittiva, aggravando le disuguaglianze sociali. Questo le è permesso perché i governi hanno abdicato al loro ruolo di decisori, lasciando sempre di più ai tecnici la «legittimità» di questo compito. I tecnici, travestiti da decisori imparziali, hanno finito per naturalizzare un ordine che è storicamente determinato e rideterminabile, finendo per mettere “la Democrazia sotto assedio”.

Francesco Abbate e Lucio Gobbi

La Banca Centrale Europea, come anche la FED e la Bank of England, ha da qualche tempo intrapreso una politica monetaria di tipo restrittivo (aumentando in modo consistente i tassi d’interesse). L’intento dichiarato dagli economisti di Francoforte è quello di contrastare l’aumento generale dei prezzi cui si assiste da oltre un anno a livello mondiale.

Da più di trent’anni la politica monetaria consiste principalmente nelle decisioni che le banche centrali prendono al fine di modificare i tassi di interesse. Una variazione dei tassi di interesse impatta sul sistema economico e, in ultima istanza, sul livello dei prezzi attraverso quello che viene definito come «meccanismo di trasmissione della politica monetaria». Su come funzioni tale meccanismo le spiegazioni date dalle diverse scuole di pensiero economico divergono.

Nonostante questo sia noto, prima dello scoppio del conflitto russo-ucraino, nell’opinione pubblica italiana era radicata l’idea che le banche centrali fossero in grado di controllare gli aggregati monetari e che l’inflazione crescente non fosse che il risultato delle politiche monetarie non convenzionali attuate durante la pandemia e nel decennio che l’ha preceduta[1]. In sostanza, che l’aumento della massa monetaria e l’espansione dei bilanci delle banche centrali fosse la causa dell’inflazione. Questo nonostante la controtendenza che è stata possibile osservare prima della pandemia tra l’andamento del tasso d’inflazione e la politica monetaria espansiva attuata dalla BCE. Per esempio, per il periodo 2014-2016 il tasso medio è stato dello 0,2 (fonte World develoment indicators). L’evidenza empirica sembra mostrare che le politiche monetarie influiscono poco e comunque su un insieme molto ristretto di prezzi (Borio et. al., 2021). L’errata convinzione a livello di opinione pubblica ha la sua radice nell’egemonia culturale che ancora oggi la teoria monetarista esercita e in particolare nell’interpretazione che diede la Scuola di Chicago all’ Equazione Quantitativa della Moneta elaborata da Irving Fischer nel 1911. Se si prendono come dati il livello del reddito nazionale e della velocità di circolazione della moneta, l’equazione prevede che ad ogni variazione della quantità di moneta corrisponda unicamente una variazione proporzionale del livello generale dei prezzi. Come Keynes ha mostrato nel Trattato sulla riforma monetaria del 1923, l’equazione quantitativa non è che un’identità contabile la quale non implica effetti causali. Nel Trattato Keynes sottolinea inoltre come la velocità di circolazione della moneta sia una variabile endogena che muta nelle diverse fasi del ciclo economico. Sono pertanto da rigettare le due principali implicazioni della teoria monetarista, ovvero che la politica monetaria non possa avere effetti di lungo periodo sulla produzione (neutralità della moneta) e che le banche centrali siano in grado di controllare l’offerta di moneta determinando in tal modo il livello dei prezzi.

Oggi, dopo quasi un anno di guerra e sanzioni, la spiegazione monetarista dell’inflazione non è più popolare. Non è difficile convincere un non economista che il prezzo delle materie prime abbia un impatto rilevante sull’inflazione (così come il potere contrattuale dei sindacati, la struttura del mercato, la libertà dei movimenti di capitale, etc.). Riteniamo però che questa chiave interpretativa dei fenomeni inflattivi potrebbe tornare in voga non appena si trovasse una soluzione al conflitto russo-ucraino. Dopo anni di propaganda mainstream, il fatto di legare immediatamente all’aumento della quantità di moneta un aumento dell’inflazione è diventato una sorta di riflesso pavloviano.

Fatte le dovute premesse e chiarito il contesto di riferimento, presentiamo adesso la nostra visione rispetto alle dinamiche inflattive pre e post conflitto ucraino e i motivi per i quali riteniamo che la BCE stia facendo un grande errore nel perseguire le proprie politiche restrittive.

La politica delle banche centrali è stata piuttosto efficace nello stabilizzare i mercati finanziari e il settore bancario. Il suo intervento ha avuto però effetti sulla disuguaglianza personale e funzionale dei redditi dato l’aumento del valore degli asset finanziari (Kappes, 2021).

Tornando al presente, le politica anti-inflazionista attuata dalla banca centrale europea avrà sicuramente effetti sugli investimenti reali intrapresi dalle imprese e potrà comportare una sostituzione di questi dall’economia reale a quella finanziaria. Tuttavia, dal momento che tradizionalmente il core business delle imprese è di tipo industriale, ed è dunque sui mercati reali che queste competono, la decisione di congelare gli investimenti industriali per sfruttare eventuali ritorni favorevoli sui mercati finanziari comporterebbe facilmente una perdita delle quote di commercio internazionale. Il rischio per le imprese europee è quello di non riuscire più a recuperare le quote di mercato perdute una volta ripresi gli investimenti industriali, se non a costi ben più alti rispetto agli introiti generati dalla decisione di investire in asset finanziari. La sostituzione degli investimenti, da reali a finanziari, comporta dunque dei rischi notevoli che devono essere molto ben remunerati per poter essere assunti, specialmente in un contesto di rallentamento economico, all’interno di un mercato fortemente globale, in cui le decisioni di investimento possono facilmente spostarsi da un Paese all’altro e non necessariamente da un business all’altro. La maggior parte delle imprese definiscono i propri ritorni target, e con questi le proprie scelte industriali di investimento, in relazione al costo del capitale (e dunque anche del debito) per ogni dato Paese. Se le aspettative di profitti futuri incontrano tali ritorni opteranno per l’investimento, in caso contrario potrebbero (ma come si dirà tra poco non è assolutamente scontato che lo facciano) desistere dall’investire. Tale modello incorpora al suo interno sia i tassi cosiddetti risk free (ovvero il rendimento offerto dai titoli di Stato di Paesi considerati a basso rischio) sia il costo del debito di quella data impresa nel Paese in cui opera. Ciò che potrebbe verosimilmente avvenire è che le imprese rivedano al rialzo i loro ritorni target (come conseguenza dell’aumento dei tassi d’interesse) e facciano di tutto per ottenerli: tagliando i costi, comprimendo i salari, o addirittura, e questo sarebbe lo scenario peggiore rispetto agli obiettivi dichiarati dalla BCE, convergendo su livelli di prezzi più elevati. Del resto, questo è quanto già avviene a livello globale ove la stessa impresa, per vendere lo stesso prodotto in Paesi che presentano un diverso costo del debito, richiede tassi di ritorno ben diversi tra loro.

È importante notare, inoltre, come le inversioni del ciclo economico non siano di tipo simmetrico, come vorrebbe la teoria standard, la quale postula per l’appunto una sorta di naturale ciclicità dello sviluppo. In realtà, lo sviluppo economico segue un andamento ondulatorio, non ciclico, come osservato correttamente da Mandel (1982) in La terza era del capitalismo. Ogni periodo storico è caratterizzato da elementi specifici e non è soggetto ad alcuna legge immanente che implichi l’andamento ciclico. Il punto è che mentre i passaggi da una fase espansiva ad una depressiva sono di tipo endogeno, ovvero co-implicati dalle stesse condizioni che hanno favorito la fase di crescita (questo è certamente vero assumendo una prospettiva bio-economica che tenga cioè conto delle implicazioni, connesse allo sviluppo, delle prime due leggi della termodinamica), i passaggi da una fase depressiva a una espansiva sono di tipo esogeno, necessitano, cioè, di meccanismi nuovi che intervengono nel sistema (riconfigurazione istituzionale o sociale, rinegoziazione del debito, ecc.). Essi richiedono, in altri termini, la costruzione di un nuovo «ordine produttivo» (Mandel, 1995). Come suggerisce Emiliano Brancaccio nell’Anti-Blanchard: «l’equilibrio capitalistico è determinato di volta in volta da forze sociali in lotta tra loro, esso è dunque soggetto alla pressione che i vari gruppi sociali e d’interesse eserciteranno sulla politica economica e sulla contrattazione salariale» (Brancaccio e Califano, 2017, p.45). Per questo, l’interventismo della BCE non può essere considerato neutro da un punto di vista dell’economia reale e richiederà nuovi costosi interventi da parte dei governi per rilanciare la crescita economica, un probabile ricorso al deficit di bilancio con conseguente aumento dei livelli di debito pubblico e degli oneri finanziari.

Ritornando da dove eravamo partiti, ovvero l’inflazione, converrà a questo punto fare una breve disamina delle cause che hanno condotto ad essa. La prima notazione da fare è relativa all’ andamento del PIL mondiale per gli anni 2020 e 2021. Il 2020, segnato dalla pandemia, ha registrato la decrescita record dal dopoguerra ad oggi del -3,3%. Il 2021, al contrario, è stato segnato da una crescita record (come non avveniva dal 1973), pari al +5,8% (fonte World Bank), trainato dalla Cina che è cresciuta in un solo anno dell’8,1% (come non avveniva da 10 anni). Bisogna inoltre notare come il differenziale di crescita tra l’anno precedente e l’anno successivo non sia mai stato così ampio durante gli ultimi settant’anni. Come conseguenza di questo si sono verificati due macrofenomeni: l’incepparsi della supply chain a livello mondiale e l’aumento dei prezzi delle materie prime. Dopo che nel 2020 la capacità di trasporto globale è diminuita sensibilmente, la ripresa dell’economia ha determinato un’accumulazione dei ritardi nelle consegne che a loro volta hanno causato un consistente aumento dei prezzi dei trasporti come conseguenza di quella che è stata definita dal Financial Times (2021) come la più grande crisi da quando le spedizioni viaggiano via container. La repentina ripresa della Cina ha determinato, invece, un consistente aumento della domanda di materie prime (in primis Carbone e Gas) con conseguenti aumenti a catena dei prezzi delle principali materie prime e trasmissione dell’ondata inflazionistica in Occidente. A febbraio 2022 meno di un quinto del circa 6% di aumento inflattivo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, all’interno dell’Euro Zona, era attribuibile a beni non energivori (European Commission, 2022, p. 7). A tutto questo si è venuta ad aggiungere la guerra in Ucraina che ha acuito i problemi di approvvigionamento energetico in Europa e determinato un aumento consistente della spesa pubblica europea e dei Paesi membri sia in riferimento alla spesa militare (200 miliardi secondo Europa Today), sia per quanto concerne gli aiuti finanziari dati e previsti che hanno determinato, per il 2021, un 3% di errore sulla spesa prevista a bilancio dell’UE e conseguente allarme della Corte dei Conti Europea (Euractiv, 2022).  Per comprendere l’impatto della guerra in Ucraina sul livello medio dei prezzi, basta pensare che per il FMI a gennaio 2021 le stime sull’inflazione per le economie avanzate per l’intero periodo 2021-2022 erano «in generale al di sotto degli obiettivi della banca centrale all’1,5%» (FMI, 2021).

Dall’analisi emerge come i fenomeni che hanno determinato gli aumenti dei prezzi siano di tipo congiunturale e in ogni caso difficilmente arginabili per mezzo di politiche monetarie. Il rischio concreto è che la BCE aggravi, piuttosto che mitigare, una situazione già onerosa per le fasce di popolazione più povere.

Questo senza considerare che le stime di crescita per il 2022 e 2023 sono tutt’altro che rosee ed in ogni caso molto diverse rispetto a quanto avvenuto nel 2021 e potrebbero dunque già da sole portare ad un riaggiustamento dei prezzi. Per la Cina (il vero Paese trainante dal punto di vista manifatturiero) sono ferme al 2,8% (fonte World Bank), motivo che ha indotto la People Bank of China a ridurre il tasso base, il loan prime rate, al 3,65% portandolo ai minimi storici. Rimane inoltre l’incertezza data dal proseguire della guerra in Ucraina e dei relativi esiti.

A margine di quanto detto vorremmo fare un’ulteriore notazione che riguarda i costi provocati dal Climate Change e sui quali non si riflette, secondo il nostro punto di vista, ancora abbastanza a livello di dibattito pubblico, rispetto alle conseguenze monetarie potenziali del fenomeno. Secondo l’UNEP Adaptation GAP 2016 nel 2030 i costi di adattamento globale dovuti ai cambiamenti climatici indotti dall’innalzamento delle temperature medie globali si attesteranno tra 140 miliardi e 300 miliardi di dollari all’anno ed entro il 2050 tra 280 e 500 miliardi di dollari (UNEP 2016, p. 29). Tali valori sono stati rivisti sensibilmente al rialzo nel report del 2021 in cui si stimano costi di adattamento per oltre 400 miliardi di dollari nel 2030 e per oltre 1 trilione di dollari nel 2050 (UNEP 2021, Annex A, p. IV), un valore, quest’ultimo, pari a oltre l’1% del PIL mondiale dell’anno passato. Questo senza considerare i costi stimanti per rischi residui o perdite e danni inevitabili i quali oscillano tra i 290 miliardi e i 580 miliardi di dollari nel 2030 (IPCC 2018 a, p.153 e Global Climate Risk Index 2021, p.6). Se tali stime verranno confermate dai fatti, questo comporterà inevitabilmente una pressione strutturale sui prezzi (il tutto senza considerare i tempi di ripristino che i cicli naturali devo rispettare per poter tornare ad essere produttivi dopo essere stati danneggiati). Non vi è dubbio alcuno sul fatto che i popoli della terra dovranno contribuire nel sostenere finanziariamente, tramite spesa pubblica e relativi prelievi fiscali, tali costi. Il dubbio è se i banchieri centrali proveranno a far rientrare dalla finestra il denaro (prelevato dai governi o eroso dalla pressione inflattiva) dei grandi risparmiatori, aumentando strutturalmente i tassi d’interesse.

Per concludere, non vi è certezza alcuna che gli interventi delle BCE sortiscano gli effetti sperati, anzi vi sono molteplici elementi che lasciano pensare il contrario. Essi potrebbero, inoltre, innescare meccanismi recessivi acuti per disinnescare i quali saranno necessarie politiche pubbliche espansive molto onerose e del tutto simili a quelle già messe in atto a causa della pandemia. L’unico effetto certo di tale politica è rappresentato dalla tutela dei grandi risparmiatori dal deprezzamento dei loro capitali. Come ha notato Lucio Castellano, con parole di inimitabile precisione ed eleganza:

«L’inflazione non è un giro di Valzer, una danza trasgressiva della moneta con i suoi servitori, ma un idillio più serio che muta la natura dei ballerini; resta il fatto che denuda il principe e atterrisce la sua corte, perché moltiplicando le immagini della ricchezza le rende accessibili a tutti, ne moltiplica il desiderio. Come dice bene il Governatore della Banca d’Italia, essa umilia la funzione della moneta togliendole potere di disciplinamento, di riserva di valore, per ridurla ad unità di conto: svela la natura contrattuale di distribuzione della ricchezza sociale, perché toglie ai prezzi la loro oggettività e al posto dei costi mette le parti sociali e il loro confronto politico; perché scatena la ricorsa dei redditi, in una guerra senza misura per l’accaparramento della ricchezza che spinge in avanti i consumi di tutti, che gonfia i prezzi delle merci assieme a quelli del lavoro, che riduce il risparmio; perché moltiplica i luoghi in cui si prendono decisioni legittime impoverendo la capacità di intervento del governo centrale. L’inflazione è sempre inflazione dei poteri, delle aspettative, dei comportamenti; è crisi del loro ordine naturale e della gerarchia che li disciplina» (Castellano, 1981, p. 21).

Il grande fallimento del nostro tempo è quello di aver impoverito, fino a prosciugarli, i luoghi in cui si prendono decisioni considerate «legittime», lasciando sempre di più ai tecnici la «legittimità» di questo compito, costruendo e garantendo le condizioni per preservarli «dall’inflazione dei poteri, delle aspettative, dei comportamenti». Questi, travestiti da decisori imparziali, hanno finito per naturalizzare un ordine che è, al contrario, sociale, storicamente determinato e, come tale, storicamente rideterminabile, finendo per mettere, ricordando le parole dell’omonimo libro di Emiliano Brancaccio, la Democrazia sotto assedio.

 

Foto Ansa 1,

 

Bibliografia

 

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Brancaccio E., Califano A., 2017, Anti-Blanchard Macroeconomics. A comparative approach, Edward Elgar Publishing Limited, Cheltenham, UK

Bolognini F., 2021, Post Covid: la disruption delle supply chain pesa sulle imprese, ma quali sono le soluzioni?, in Workinvoice.it, https://www.workinvoice.it/post-covid-disruption-supply-chain-pesa-su-imprese-ma-quali-soluzioni/

Castellano L., 1981, Elogio dell’Inflazione, in Metropoli n.6, Settembre 1981, https://www.inventati.org/apm/archivio/320/2/MET/AUT/metropoli.php

Confindustria, 2022, Rapporto di previsione. Economia italiana – autunno 2022 https://www.confindustria.it/home/centro-studi/prodotti/previsioni/rapporto/highlights/rapporto-previsione-economia-italiana-autunno-2022/796de788-b79b-47c3-b430-4da03031722d

Quattrocchi B., 2022, La prima crisi dell’Antropocene: inflazione e accumulazione, in Dinamopress, https://www.dinamopress.it/news/la-prima-crisi-dellantropocene-inflazione-e-accumulazione/

Euractiv 2022, https://euractiv.it/section/bilancio/news/i-revisori-dei-conti-dellue-segnalano-un-aumento-dei-rischi-per-la-spesa-del-bilancio-a-causa-della-guerra-in-ucraina/

European Commission, 2022, Quarterly Report on the Euro Area. Volume 21, n. 1 (2022)

FMI, World Economic Outlook, January 2021 Update

Financial Times 2021, Ports face biggest crisis since start of container shipping, https://www.ft.com/content/10e71eff-e59c-46fb-a9aa-a480bc86c093

Keynes, J., M., 2009, A Tract on Monetary Reform, BN Publishing, Hawthorne, US

Global Climate Risk Index, 2021, https://www.germanwatch.org/en/19777

IPCC, 2022, Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability. Cambridge University Press, Cambridge, doi:10.1017/9781009325844

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UNEP, 2016, Adaptation GAP Report, https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2016

UNEP, 2021, Adaptation GAP Report, https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2021

[1] Le politiche non convenzionali come il Quantitative Easing hanno certamente riportato l’attenzione sulla dimensione del bilancio della banca centrale. Ciononostante, in un sistema di moneta endogena, gli aggregati monetari non sono controllabili dalla banca centrale.



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