“Il pianeta alle soglie della sesta estinzione”. Intervista a Maurizio Casiraghi

“In Italia è più probabile morire per il morso di una vipera o la puntura di una vespa, piuttosto che per un attacco di un orso. Però, dobbiamo pensare che ormai noi esseri umani siamo tanti, e siamo ovunque. Le zone di contatto tra l’antropizzato e il naturale sono sempre di più. Dovremmo imparare meglio a gestire la convivenza invece di pensare a strategie punitive poco efficaci”.

Roberto Rosano

In questo periodo, la vicenda dell’orsa JJ4, purtroppo connessa alla scomparsa del giovane Andrea Papi, ha riportato l’attenzione sul tema della coesistenza tra l’uomo e le altre specie viventi, molte delle quali oggi drammaticamente in pericolo di estinzione o, di fatto, già scomparse dal pianeta. Ne parliamo con il prof. Maurizio Casiraghi, docente di Zoologia ed evoluzione all’Università di Milano-Bicocca, prorettore alla didattica del medesimo ateneo, nonché autore di Sempre più soli. Il pianeta alle soglie della sesta estinzione (il Mulino, 2023).

Professore, noi oggi sappiamo che l’uomo costituisce il 36% del peso dei mammiferi sulla Terra, gli animali allevati dall’uomo il 60%. La fauna selvatica il 4%. I nostri polli sono ormai il 70% di tutti gli uccelli. Insomma, abbiamo invaso quasi tutti gli areali, facciamo i padroni in casa d’altri…
L’uomo e le sue attività sono ormai l’essenza del nostro pianeta. Pensate che questo è successo in un tempo rapidissimo, se ragioniamo in termini evolutivi. L’agricoltura e la stanzialità sono iniziate circa 10.000 anni fa e in quel momento gli uomini sulla Terra erano circa 1.000.000. Il nostro “peso”, se comparato a quello di tutti gli altri mammiferi, era minimo. Potremmo dire che il 100% del peso dei mammiferi era rappresentato dagli animali selvatici. In soli 10.000 anni siamo diventati 8 miliardi e ora il nostro peso e quello degli animali allevati costituisce praticamente tutta la biomassa dei mammiferi e i selvatici sono relegati a solo il 4% del peso complessivo. Come diceva, l’impatto sugli uccelli generato dagli allevamenti di polli è altrettanto drammatico.

La cosa che colpisce della nostra crescita è che abbiamo raggiunto il miliardo di individui solo all’inizio del 1800…
Sì, e questo significa che il grande impatto sul mondo lo stiamo generando da poco più di 200 anni. Il risultato è che ci stiamo comportando come una specie invasiva. Abbiamo raggiunto e colonizzato ogni angolo del pianeta. Si “salvano” per ora, forse, solo i grandi fondali oceanici, ma la nostra presenza è globale e, con questa, anche gli effetti delle nostre azioni.

Come ci dimostra il caso dell’orsa JJ4, gli esseri umani sono disposti ad attribuire uno status morale agli animali solo quando sono responsabili e non vittime. Lei che ne pensa?
È indubbio che siamo di fronte a un fatto molto triste. La morte di una persona è sempre un evento drammatico che meriterebbe la massima discrezione e rispetto. Invece, numerosi aspetti della discussione che si sviluppa da settimane mi fanno onestamente provare un grande sconforto per tutti noi. Quello che è successo è una terribile e tragica fatalità. Tuttavia, JJ4 non è un “orso killer”, come qualcuno ha scorrettamente detto. Ha perfettamente ragione sull’errore che viene commesso nell’attribuire uno status morale agli animali, e la stessa idea di una soppressione non fa che richiamare un’improponibile legge del taglione che perfino i genitori di Andrea Papi hanno criticato e rigettato.

Al di là delle nostre riflessioni morali, quali sono i dati?
Nel nord America, dove sono presenti orsi molto più aggressivi del nostro, sono registrati più di 10 attacchi all’uomo ogni anno e mediamente 2 sono fatali. In Italia prima di questo caso, sono stati registrati 2 attacchi all’uomo in oltre 20 anni, non fatali. Per contro, nel nostro paese muore in media una persona per morso di vipera ogni anno e circa 20 muoiono per punture di api, vespe o calabroni. Vorrei che anche questi dati però venissero interpretati in modo corretto. È banale dire che è molto più probabile morire per il morso di una vipera o la puntura di una vespa, piuttosto che per un attacco di un orso. Però, dobbiamo pensare che ormai noi esseri umani siamo tanti, e siamo ovunque. Le zone di contatto tra l’antropizzato e il naturale sono sempre di più. Dovremmo imparare meglio a gestire la convivenza invece di pensare a strategie punitive poco efficaci. Pensare che l’orso non possa convivere con noi, cosa sempre successa, è scorretto. Dovremmo imparare a convivere meglio con il mondo che ci circonda.

Non volendo andare troppo lontani – ex oculis, ex corde! – quali sono le conseguenze osservabili della riduzione della biodiversità nella nostra vita di tutti i giorni, nella parte fortunata del mondo?
Molto spesso ci si chiede: “Ma a cosa servono le zanzare?”. La domanda non nasconde neanche troppo un’idea antropocentrica della realtà. Un animale o una pianta esistono “per uno scopo”; se risultassero utili per noi bene, altrimenti dovremmo eliminarle. Il punto è che noi siamo biodiversità e ne viviamo immersi. Ognuno di noi ospita centinaia di specie di batteri, funghi, protozoi nell’intestino, in bocca, sulla pelle, ovunque. E non sono semplici passeggeri, o parassiti. Molti di loro sono fondamentali per la nostra stessa esistenza. Tutto è intimamente connesso nella biodiversità, con reti di interazioni complesse, intricate e non sempre siamo in grado di prevedere tutte le conseguenze di una loro alterazione. Le nostre azioni hanno ridotto la biodiversità del mondo più vicino a noi. Un mondo in cui eliminiamo molte specie è alla lunga un luogo meno ospitale per noi. La vita sulla Terra ce la farà comunque. Saremo noi che dovremo capire se riusciremo a farcela in un mondo senza zanzare e altri organismi.

Uno dei dogmi dell’ecologia “conservatrice”, richiamato anche dalla nostra premier, recita che occorre difendere la natura “con l’uomo dentro”. Saprebbe spiegare anche ad un soggetto così fieramente antropocentrico quali benefici fornisce la biodiversità all’uomo?
Tuttavia, trovo strana la contrapposizione tra “naturale” e “antropico” perché pone l’accento sul fatto che l’uomo sarebbe altra cosa rispetto alla natura. Noi siamo biodiversità. Fino a circa 2,5 miliardi di anni fa l’ossigeno sul nostro pianeta era praticamente nullo. In quel momento, comparvero i primi organismi batterici in grado di fare fotosintesi, un processo tramite il quale a partire da anidride carbonica e acqua, grazie all’energia del sole, vengono prodotti zuccheri. Il sottoprodotto della reazione, in altre parole “lo scarto”, è ossigeno. L’improvvisa comparsa di questo elemento, caratterizzata da un’alta reattività, è stata probabilmente una catastrofe per tutti gli organismi che non lo sapevano gestire.

Quindi vuole dire che l’uomo non è molto diverso da quei primi batteri foto sintetici…
Come loro si sta comportando con indifferenza nei confronti del mondo in cui vive, ignorando le conseguenze delle sue azioni. Il mondo ce l’ha fatta nonostante tutto, ma a fronte dell’estinzione della maggior parte delle specie viventi, incluse quelle che hanno generato lo sconvolgimento.
Vorrei che chi sostiene posizioni “fieramente antropocentriche” pensasse a questo esempio. L’uomo è sicuramente un problema per la biodiversità della Terra, ma è anche la sola e unica possibile soluzione. La nostra agricoltura, l’allevamento, i carburanti, i medicinali derivano dalla biodiversità. È banale sottolineare che il mondo in cui viviamo lo dobbiamo alla biodiversità. Del passato prima e ora dell’attuale. Oggi siamo giunti in un momento in cui dobbiamo chiederci come possiamo fare affinché continui a essere così.

In questo libro, racconta la storia di Najin e Fatu, due femmine di rinoceronte bianco che sono anche gli ultimi esemplari noti della specie. L’ultimo maschio è morto qualche anno fa. Ci chiedevamo: la possibilità di sequenziare un genoma antico per riportare in vita una specie estinta, come accade in un famoso romanzo di Crichton, Jurassik Park, quanto è distante dai nostri attuali mezzi?
Il sequenziamento di genomi antichi è oggi una realtà. Forse il più famoso genoma antico sequenziato è quello dell’uomo di Neanderthal. Per ottenerlo si è partiti da fossili che avevano tra 20.000 e 40.000 anni fa. Siamo quindi tecnicamente in grado di ricreare sequenze genomiche di animali morti. Per quanto lontano possiamo spingerci, il massimo è 100.000 anni per fossili e un paio di milioni di anni per organismi conservati nel permafrost, il terreno perennemente ghiacciato delle regioni artiche. Tuttavia, un conto è “leggere” il genoma, ben altra cosa è quella di utilizzare questa conoscenza per ottenere un organismo funzionale.

Quindi, questo passaggio è possibile solo nella fantascienza?

Non è immaginabile creare un organismo a partire dalla sola sequenza del genoma. La tecnica che prevede la generazione di un individuo a partire da un adulto, senza la riproduzione, è detta clonaggio animale ed è possibile solo a partire da cellule intatte dell’organismo di partenza. Se cloniamo animali recentemente estinti si può parlare di de-estinzione, tema diventato abbastanza di moda negli ultimi anni. È possibile ipotizzarlo solo in casi molto particolari. Per esempio, con il mammuth conservato nel permafrost siberiano e di cui si sono conservati quasi intatti i tessuti.

Certo, resta un dilemma etico sui costi e sull’impatto che simili operazioni avrebbero sulla conservazione della biodiversità. L’agenda 2030 dell’ONU, cita il rewilding – cioè il disimpegno dell’uomo su una determinata area per ripristinarne l’ecosistema – tra le possibili azioni per sottrarci alla catastrofe. Ma creare delle cinture isolate di biodiversità può essere decisivo o è soltanto una toppa?
Edward O. Wilson parlava di un disimpegno da “metà della Terra”, il ché oggi non è immaginabile. Sebbene le iniziative più efficaci siano di ampia portata, è indubbio che anche azioni locali di rewilderning possano avere effetti positivi a livello locale. A molti sarà capitato di osservare che recentemente piccole aree di parchi o prati su rotonde e spartitraffico vengono lasciate incolte. Noi ci siamo occupati di studiare queste zone all’interno di aree urbane e ci siamo resi conto che possono incrementare localmente la biodiversità di insetti impollinatori e altri piccoli animali. Insomma, ben vengano le grandi azioni, ma sulla conservazione della biodiversità anche azioni locali e dei singoli possono avere importanti implicazioni per la salvaguardia.

In questo libro, cita un recente articolo sul comportamento degli scimpanzé. Sono stati osservati in natura individui che, di fronte a un compagno ferito, raccolgono insetti, e dopo averli masticati, li applicano alla ferita. È commovente…
Per tanto tempo noi esseri umani abbiamo pensato di avere qualche cosa di più, di unico, che ci distingue dal resto del mondo animale, chiuso negli istinti e dalla mera necessità di sopravvivenza. Nel mondo vivente non siamo i soli a provare sentimenti. Non dobbiamo, però, cadere nella tentazione di “antropizzare” queste modalità. Gli animali con cospicue capacità cognitive e specialmente quelli caratterizzati da un elevato livello di socialità, mostrano comportamenti complessi. La massimizzazione della sopravvivenza del singolo individuo non è l’unica regola e il bene di un compagno del proprio gruppo sociale è ugualmente importante. A me piace pensare che anche in un mondo in cui l’interesse del singolo è molto forte, è possibile osservare l’altruismo.



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