Il Premio Strega è come il wrestling

Il Premio Strega è una farsa cui tutti fanno finta di credere. Ma ogni tanto, come nel caso di Ada D'Adamo, vince un libro che miracolosamente rappresenta una gemma di vera arte.

Romano De Marco

Il Premio Strega, lasciatemelo dire senza mezzi termini, rappresenta per il mondo dell’editoria e della cultura italiana quello che il wrestling (una volta si chiamava catch) rappresenta per le folle americane di fan cresciuti a hot dog e bibite a base di sciroppo di mais. Tutti sanno che è falso, che è una presa in giro, che si tratta di una recita architettata a tavolino, eppure tutti fingono consapevolmente di crederci, di appassionarsi, di tributargli un valore e un prestigio fondato sul nulla. Anche perché è l’unico premio in Italia ancora in grado di smuovere le vendite di un titolo (neanche il Premio Campiello, Il Bancarella, Il Viareggio ci riescono più, ormai da molti anni).

C’è una frase di Elias Canetti che rende bene l’idea della prassi in uso tra i 400 “Amici della domenica” chiamati a decretare il vincitore del premio Strega: «i libri che recensiva, li leggeva soltanto in seguito. Così sapeva già quello che ne pensava».
Per suggellare questa verità non c’era nemmeno bisogno della squallida figuraccia del Ministro della cultura Sangiuliano che, in diretta televisiva, ha candidamente dichiarato di non aver letto la cinquina dei finalisti, che pure ha votato (salvo poi arrampicarsi sugli specchi per cercare di dichiarare il contrario. Puro “Berlusconi style”…). Stia pure sereno il caro Ministro: Il fatto che solo una minima parte dei giurati legga i libri che poi vota, è ormai cosa risaputa e ufficialmente sdoganata. Anche lo scomparso Philippe Daverio, ex membro della giuria, qualche anno fa dichiarò alla platea, durante la serata finale, che lui i libri “li sfogliava e li annusava” per percepirne il contenuto. E quindi, è lecito dedurre che li votava “a naso”. Era lo stesso Daverio decano della giuria del Campiello che intervistato in questo suo altro ruolo dichiarò candidamente «Io sono anche nello Strega e posso dirlo, sono cose diverse: essendoci ormai solo una casa editrice lo Strega è diventato quasi un premio aziendale».

Assurde le polemiche di chi critica la scelta di far presentare la finale del premio letterario alla brava Geppi Cucciari, stigmatizzando la commistione fra cultura istituzionale e comicità. Chi meglio di un comico potrebbe condurre una farsa di tali dimensioni? In un Paese come il nostro, poi, tristemente abituato a veder sfilare fra i banchi del governo starlette televisive e pagliacci della peggior specie, non ci si dovrebbe stupire per una cosa del genere. Anche perché, come ha dimostrato ampiamente il Ministro della cultura di cui sopra, alla finale dello Strega i veri comici stanno in platea, non sul palco. Suvvia, quindi, sgombriamo il campo da ogni pretesa di serietà, di istituzionalità, di rigore. Trattiamo questo incontro di wrestling per quello che è. Una pagliacciata.

Del resto, in Italia, i premi letterari (a parte qualche rara eccezione) sono tutti allineati su questa deriva. Non accade solo da noi, a dire il vero, e non si tratta neanche di un fenomeno recente. Se interessa l’argomento, consiglio la lettura del divertente memoir di Thomas Bernhard “I miei premi” (pubblicato postumo nel 2009 ma scritto negli anni Sessanta).

Personalmente, da appartenente al girone infernale degli scrittori di genere (molto al di sotto rispetto a quello degli scrittori mainstream che possono ambire alla partecipazione al Premio Strega) posso confermare, per esperienza personale, che è così a tutti i livelli. Da finalista al premio più prestigioso (si fa per dire) di autori della mia sotto-categoria, mi è capitato di alloggiare in decorose pensioni a tre stelle mentre agli altri finalisti (autori di best seller) e ai loro potenti editor, erano riservate stanze in hotel a cinque stelle, o di sentir ammettere da una delle organizzatrici «Abbiamo dovuto darlo per forza a XXX il premio, altrimenti non avrebbe partecipato alla serata finale. E sai, a quel punto con gli sponsor avremmo avuto problemi…».  Insomma, suvvia, niente di nuovo sul fronte occidentale.

Ma dopo questa lunga premessa sulla “regola” passo a commentare quella che si è rivelata, nell’edizione 2023 dello Strega, una piacevole eccezione. La vittoria di Ada D’Adamo, con il suo “Come D’aria”, rappresenta, è il caso di dirlo, una ventata d’aria fresca. Philip Roth sosteneva che la letteratura è l’unica espressione della verità, molto più della vita. E stavolta, la verità della letteratura ha vinto sull’apoteosi istituzionalizzata della finzione. Ovviamente, essendo nel paese della dietrologia e nell’epoca della polemica da tastiera, ci sarà sempre chi criticherà l’esito di questa finale, accusando i giurati di essersi fatti condizionare dalla prematura scomparsa dell’autrice, avvenuta alcuni mesi fa, appena una settimana dopo aver appreso di far parte dei dodici semi finalisti. Si tratta, perlopiù, di persone che il libro non l’hanno letto (come, dicevamo sopra, gran parte dei giurati…) ma che, per amicizia con altri finalisti, per la voglia di farsi notare, per il bisogno di emergere in qualche modo e distinguersi nel grigio anonimato del mare di falsa individualità promessa dai social, insomma per qualche squallido motivo personale, ci tengono ad ergersi a “voce fuori dal coro”.

Ma perché Ada D’Adamo, autrice che non potrà, purtroppo, scrivere ancora e che ha pubblicato con un piccolo editore al di fuori delle grandi manovre di mercato (Elliot) ha vinto il premio? Azzardo l’ipotesi che essendo il suo il libro più breve fra i cinque in finale, qualcuno dei giurati abbia effettivamente pensato di leggerlo. E leggere questo libro vuol dire innamorarsene immediatamente, rimanere trafitti al cuore da una scrittura perfetta alla stregua di un diamante purissimo, in grado di raccontare qualcosa che è ragionevolmente impossibile da raccontare. Tema del libro è il dolore totale, l’estremo tabù per un genitore: la sofferenza del proprio figlio e la sofferenza di essere genitore di un figlio gravemente disabile. In questo racconto si inserisce, quasi in sordina, la malattia terminale di Ada D’Adamo. Affrontare certe tematiche senza mai nemmeno lambire i  territori della retorica, del moralismo, del pietismo, vuol dire reggersi su un equilibrio prodigioso. È come camminare su una corda tesa fra due grattacieli, facendolo a occhi chiusi. Gli unici paragoni che mi vengono in mente sono Nati due volte dell’immenso Giuseppe Pontiggia, Diario di un dolore di C.S. Lewis, una poesia, Elizabeth Childers dalla antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Come D’aria è il lascito generoso, lucido, spietato, di una donna, una madre, una scrittrice meravigliosa che dona sé stessa e il suo più intimo dolore come testimonianza estrema. Un libro che parla del diritto di essere madre e della scelta consapevole di non esserlo. Un libro che riporta l’esperienza della malattia terminale in un ambito di grande dignità, proprio nei mesi in cui assistiamo a una esplosione mediatica di interviste e dichiarazioni sul tema, senza precedenti. Con l’immancabile libro da classifica confezionato ad arte, per l’uscita in concomitanza della pubblica dichiarazione di morte imminente. Insomma, la malattia che diventa merce di vendita e di autopromozione.

Ada D’Adamo va esattamente nella direzione opposta. La sua malattia, quella che l’ha portata via a soli 55 anni, diventa, nel romanzo, quasi un dettaglio fastidioso, un incidente di percorso che impedisce a una madre di vivere il più difficile e doloroso dei rapporti con la propria figlia. Eppure, di quella malattia, che mai si pone al centro della scena narrativa, l’autrice ci fa un resoconto spaventosamente reale, vivo, toccante. C’è verità in queste 120 pagine. C’è la grande letteratura delle esperienze personali che diventano universali. C’è una dignità estrema, un dolore indescrivibile eppure descritto in modo sublime. C’è anche, sullo sfondo, l’inadeguatezza di due sistemi, quello sanitario e quello scolastico, che sono ancora lontani dal garantire assistenza e integrazione. C’è il grido di allarme nei confronti di chi vorrebbe mettere le mani sul corpo e sui diritti acquisiti delle donne.

Mi fermo qui. Consiglio di leggerlo questo libro meraviglioso. Il fatto che abbia vinto lo Strega è una notizia buona, una notizia bella, innanzitutto per lo Strega stesso che, inaspettatamente, riacquista un briciolo di credibilità (e chi se ne frega del Ministro e dei saltimbanchi di turno…).

A onor del vero devo dire che, benché rari, eventi del genere, sporadicamente si verificano nei premi. Ogni tanto ci sono delle vittorie belle, pulite, meritate, fuori da ogni logica. Sempre tornando nel girone dei dannati,  ovvero degli scrittori di genere, voglio citare la vittoria di qualche anno fa, in un certo premio, di Patrick Fogli. Uno scrittore di grande talento e di estrema serietà che, contro ogni logica, riuscì inaspettatamente (anche per lui stesso) a sbaragliare diversi autori di best seller. Forse i premi letterari sono dotati di una specie di anticorpo invisibile, un sistema di autoregolamentazione che si insinua nel cervello dei giurati e, una volta ogni tanto, li obbliga a votare per il romanzo migliore, il più meritevole, al di là di ogni inciucio, di ogni logica editoriale e commerciale. Quest’anno è successo, con la vittoria di Ada D’Adamo allo Strega (peraltro preceduta dalla vittoria del Premio Strega Giovani, forse l’unica sezione seria e credibile di tutto l’ambaradan). Non possiamo che esserne felici. E ad esserne particolarmente felice dovrebbe essere lo stesso baraccone dello Strega che riacquista, in zona Cesarini, una parvenza di credibilità sulla quale potrà basare futuri anni di tranquilla prosperità. Ovviamente senza alcun bisogno, per i giurati, di leggere i libri in finale.



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