Il presidenzialismo, ma vogliamo scherzare?

Fra fedeltà all'agenda Draghi e tanta propaganda, l’unica vera proposta programmatica della destra-destra è la riforma in senso presidenzialista della Costituzione.

Mauro Barberis

La linea politica del governo di destra-destra è chiarissima: basta capire che si muove su un doppio binario. Da un lato, sul binario della Realpolitik, o delle cose che contano davvero – l’economia, le bollette, la collocazione atlantica ed europea dell’Italia – la destra-destra segue l’agenda Draghi: zitta zitta, sennò la prossima volta viene scavalcata nelle urne da Casa Pound. Dall’altro lato, sul binario della propaganda, la destra-destra sceglie presidenti delle camere da urlo e se la prende con i più deboli: le donne, attaccando il diritto all’aborto; i giovani, minacciando non i rave party, figuriamoci, ma la stessa libertà di manifestare e dissentire; i migranti, questo “carico residuale” immediatamente diviso, sui moli siciliani, fra uomini e donne, vecchi e bambini, come davanti ai lager.
Capita questa banalità, tutto diventa comprensibile. L’unica cosa incerta è da che parte del binario stia – se dal lato del realismo o da quello della propaganda – l’unica vera proposta programmatica della destra-destra: la riforma in senso presidenzialista della Costituzione. Proposta che parrebbe stare tutta dal lato della propaganda: a chi può venire in mente, in un momento come questo, di imbarcarsi nella riforma costituzionale? Senonché, mai la destra-destra avrà un’occasione così ghiotta per sfigurare la Costituzione: con i sondaggi favorevoli, la sinistra che si divide persino sulla pace, e con un Terzo polo apparentemente dispostissimo a fare da stampella alla destra-destra in parlamento.
A me, come studioso, la prospettiva presidenzialista pare peggio che un crimine, un errore, e cerco di spiegare brevemente perché. Le liberaldemocrazie occidentali – perché di queste stiamo parlando, non di democrature o putinate varie – nascono da due modelli, entrambi in profonda crisi. Uno è il parlamentarismo inglese, il cosiddetto modello Westminster, dove il popolo vota solo per il parlamento e poi tutto si compie lì, compreso il vorticoso passaggio da un premier all’altro cui abbiamo assistito in questi mesi a Londra. L’altro modello è il presidenzialismo americano, ma anche il semipresidenzialismo francese, dove il popolo vota sia per il presidente sia per le camere. Con il rischio sistematico di produrre, da un lato, coabitazioni fra diverse maggioranze, dall’altro autentiche derive fasciste, come documentano i vari Trump e Bolsonaro.
Di fronte alla crisi di questi due modelli, risalenti entrambi al Settecento, i comparatisti ne propongono un terzo: il parlamentarismo vincolato, come lo chiama Bruce Ackerman, dove il popolo vota solo il parlamento ma il potere di questo è limitato da istituzioni di garanzia quali Presidente della Repubblica,  Corte costituzionale, autorità di vigilanza, e così avanti. Bene, volete sapere quali sono gli esempi principali di questo modello, che non risale al Settecento ma alla fine della seconda guerra mondiale? I maggiori paesi europei, e fra questi, udite udite, anche l’Italia: un modello, a parte la scombinata legge elettorale, per le democrazie emergenti.
Voi direte: ma le liberaldemocrazie odierne, per effetto delle emergenze sociali, climatiche, energetiche, migratorie, ma anche della drammatizzazione prodotta dai nuovi media, sono sempre più conflittuali, polarizzate, personalizzate. E allora? A me questo argomento pare giocare contro, piuttosto che a favore del sistema presidenziale. Vi sembra che eleggere l’ennesimo uomo o donna del destino diminuisca oppure aumenti conflittualità, polarizzazione e personalizzazione?



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