Il primato di Berlusconi è stato far collassare la democrazia

Il principale fautore del collasso della democrazia di cui tanti oggi parlano non è stato Orbán, è stato Silvio Berlusconi, che ha cercato di realizzare il progetto in ogni modo, e non vi è riuscito solo per la resistenza ostinata e tenace della società civile italiana, che per vent’anni è riuscita a bloccare almeno parzialmente il progetto.

Paolo Flores d'Arcais

Questo articolo uscirà in francese nel quotidiano digitale “Le Journal” diretto da Laurent Joffrin, ex direttore di “Nouvel Observateur” e “Libération”.
Mercoledì 14 giugno 2023, solenni funerali di Stato nel Duomo di Milano, e tre giorni di lutto nazionale, con bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici. Così l’Italia ufficiale del governo della ex fascista signora Meloni santifica Silvio Berlusconi. En passant: nemmeno per Falcone e Borsellino, trucidati dalla mafia, era stato indetto il lutto nazionale.
Berlusconi con la mafia ha invece avuto incontri ravvicinati. Vittorio Mangano, mafioso pluriomicida, è stato per due anni suo “dipendente” nella villa di Arcore, con l’improbabile qualifica di “stalliere”. In realtà, secondo Borsellino, Mangano era “una delle teste di ponte della mafia nel nord”. E di Mangano Berlusconi ha detto, ripetutamente, che è stato “un eroe”, perché con i magistrati ha sempre taciuto.
Mafioso con sentenza definitiva a sette anni di carcere (ne sconterà quattro più uno ai domiciliari) è anche Marcello Dell’Utri, l’amico più caro di Berlusconi (insieme a Confalonieri), cofondatore di Forza Italia, suo vero e proprio braccio destro politico (Confalonieri lo sarà invece sul piano imprenditoriale). Berlusconi ha continuato a tenere strettissimi rapporti con Dell’Utri, e anzi la Direzione Investigativa Antimafia ha messo a disposizione della magistratura di Firenze che indaga sulle stragi mafiose del 1993 (in cui è indagato Dell’Utri e lo era anche Berlusconi) una informativa su un vitalizio di 30 mila euro mensili che Berlusconi pagava a Dell’Utri “per aver coperto Berlusconi”.
Di tutto questo nulla dice oggi la grancassa mediatica che a reti unificate magnifica la grandezza politica, imprenditoriale, umana di Silvio Berlusconi, e ovviamente non ne ha fatto cenno l’arcivescovo di Milano Mario Delpini nella sua omelia in Duomo, durante la messa funebre. Del resto il cardinal Ruini, per quindici anni capo dei vescovi italiani, aveva commentato la scomparsa di Berlusconi, pochi minuti dopo che era stata annunciata, definendolo “persona di grande intelligenza e generosità. Ha avuto meriti storici per l’Italia”.

Dimenticando quello che un giornalista molto conservatore ma mai timido verso i potenti, Massimo Fini, è stato tra i rarissimi a ricordare ieri: la famosissima Villa di Arcore fu “estorta” con manipolazioni al limite della truffa, da Berlusconi in combutta con il suo avvocato Cesare Previti (che poi nominò ministro della Difesa: voleva nominarlo ministro della Giustizia ma il Presidente della Repubblica Scalfaro pose il veto), turlupinando la marchesina Annamaria Casati Stampa, all’epoca minorenne e sotto shock, rimasta orfana per il clamoroso fatto di sangue a sfondo erotico che aveva coinvolto i suoi genitori: Berlusconi acquisisce “per un tozzo di pane”, la villa di Arcore (3500 metri quadrati), i Tintoretto, i Tiepolo, i
Luini che la arredavano, un parco di un milione di metri quadrati e un immenso terreno di 2.466.000 (duemilioniquattrocentosessantaseimila) metri quadrati nel comune di Cusago. Ma per il cardinal Ruini Berlusconi è stato persona di grande generosità.
Berlusconi in realtà è un criminale patentato, riconosciuto tale dalle istituzioni della Repubblica italiana, visto che nel 2013 è stato condannato a quattro anni di carcere per frode fiscale, cioè per rapina allo Stato, un crimine tra i più odiosi e gravi per un politico, con sentenza passata in giudicato, primo grado, appello, cassazione (grazie a un condono e altri marchingegni ha scontato solo un anno, e non in carcere, ma come “servizio sociale” presso un istituto per anziani).
Ma questa condanna è solo la punta dell’iceberg. In altri dieci processi Berlusconi non è stato condannato solo per l’istituto della prescrizione: i suoi avvocati sono riusciti a far durare i processi molto a lungo e la sua maggioranza di governo ha cambiato le leggi di procedura riducendo i termini della prescrizione. Inoltre in altri processi è finito assolto, o i processi non sono neppure cominciati, perché la sua maggioranza di governo ha varato leggi “ad personam”: comportamenti che erano reati, anche gravi, che Berlusconi aveva commesso, sono stati depenalizzati, “volatilizzati”, scomparso il reato ovviamente non ci può essere condanna.
Dunque, senza il potere politico, che gli ha consentito di cambiare i codici a suo vantaggio, Berlusconi sarebbe stato condannato in una ventina o trentina di processi. Non sarebbe morto nella clinica San Raffaele ma nell’infermeria di un qualche San Vittore, dopo aver soggiornato in carcere per circa un quarto di secolo.
Oggi si parla dell’Ungheria di Orbán come del paese dove la forma della democrazia si trasforma nella sostanza della demokratura, negazione della democrazia, attraverso monopolio e asservimento dell’informazione, subordinazione della magistratura al potere politico, manipolazione populistica costante dell’opinione pubblica. Ma l’inventore di questo collasso della democrazia non è stato Orbán, è stato Berlusconi, che ha cercato di realizzare il progetto in ogni modo, e non vi è riuscito solo per la resistenza ostinata e tenace della società civile italiana, che per vent’anni è riuscita a bloccare almeno parzialmente il progetto.
Opposizione della società civile, non dei partiti di sinistra, ex Pci in primo luogo. Il successo di Berlusconi politico è stato largamente propiziato dalla pochezza dei suoi avversari, a partire dalla ridicola “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto (nel 1994 avessero candidato un Rodotà, non accusabile di comunismo, le elezioni Berlusconi non le avrebbe mai vinte), per continuare con la stupidità permanente di D’Alema e l’inciucio della sua sciagurata “bicamerale”, che risollevò un Cavaliere moribondo politicamente, finanziariamente e giuridicamente (si vada a rileggere il Corriere di quei giorni: c’era il totonomine sul successore) riportandolo sugli allori dei prestiti bancari e sugli altari dell’impunità.
Si deve dunque al “popolo dei fax” di fine anni ’90 in solidarietà con la Procura di Milano che Berlusconi voleva schiacciare, e alle continue mobilitazioni dell’opinione pubblica, fino ai “Girotondi” e alla Cgil di Cofferati in quell’anno di gigantesche manifestazioni (le due più grandi dell’intera storia repubblicana) che fu il 2002, se il progetto di regime di Berlusconi non riuscì ad attuarsi. Si sta realizzando ora, punto per punto, con il governo della ex-post-neo-para-ecc.-fascista Giorgia Meloni.
Del resto Berlusconi aveva iniziato la sua corsa politica non nel 1994, quando fondò Forza Italia, ma nel 1993, quando per l’elezione del sindaco di Roma dichiarò che avrebbe sostenuto il segretario del Movimento sociale italiano, Gianfranco Fini, che solo pochi mesi prima aveva celebrato il 70° anniversario della Marcia su Roma di Mussolini sotto lo storico balcone di Piazza Venezia, con grande sventolio di gagliardetti fascisti e grida del fascistissimo “Eia Eia Alalà”.
Sul “geniale” imprenditore pesano, poi, due modeste verità di fatto, che lo tsunami di panegirici, adulazioni e apologie di questi giorni ovviamente tacciono: il finanziamento iniziale di Milano 2, la mega speculazione edilizia con cui diventò uno straricco, resta totalmente oscuro, e almeno uno scaffale di volumi di ricostruzioni giornalistiche certosine spiega in modo convincente la presenza di capitali mafiosi; e la legge Mammì, voluta da Craxi, con cui un network di televisioni locali fuorilegge poté diventare l’impero monopolistico Mediaset.
Trascuriamo pure la strettissima amicizia con Putin, ribadita fino a ieri, che ebbe il suo culmine in una conferenza stampa in cui Berlusconi, accanto a Putin imbarazzato per la domanda di una giornalista su una sua relazione con una giovane ginnasta, gli venne in aiuto mimando verso la giornalista il gesto di una raffica di mitragliatrice. Suggerimento di cui l’assassino di Anna Politkovskaja non aveva certo bisogno. Trascuriamo le sue lodi sperticate a Orbán, a Erdogan, a Trump: c’è una sola cosa che si possa ricordare dei trent’anni di egemonia politica di Berlusconi che abbia reso l’Italia migliore?
Nulla, nulla, assolutamente nulla.



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